Spagna, un patto e quattro leader alla prova

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L’accordo Psoe – Ciudadanos in un disegno di Pedripol (CTXT)

ETTORE SINISCALCHI
L’accordo Psoe – Ciudadanos segna un giro di boa nell’accidentato cammino verso la formazione di un esecutivo. Nel tramonto del bipolarismo e nella crisi della politica le scelte dei capi, forti della disintermediazione che li mette in comunicazione diretta col corpo elettorale, sono gli atti fondamentali da analizzare. Il punto, offre l’occasione di riflettere sull’azione dei protagonisti della vicenda: i quattro leader dei principali partiti.

Mariano Rajoy, Pedro Sánchez, Pablo Iglesias, Albert Rivera, dunque. A partire dal capo del governo uscente.

Mariano Rajoy ha portato un cavallo già sfiancato, il Partido popular, in un cul de sac. Del governare restando immobile ha fatto un’arte ma lo stile si è dimostrato inservibile nel momento in cui servivano decisione e capacità di tenere il centro della scena. Rifiutando di affrontare un sicuro voto negativo a un suo governo, Rajoy ha volontariamente rinunciato alla centralità politica. Il tempo perso nel balletto sull’accettazione dell’incarico, mentre sceglieva come unica tattica la ripetizione del voto per indebolire ancor più il Psoe e rendere le larghe intese un percorso obbligato, si è rivelato un disegno irresponsabile rispetto alle esigenze della Spagna, che si è infranto contro la realtà della politica. L’eventuale astensione per favorire un governo Psoe – C’s è l’unica carta che resta in mano al partito che doveva esprimere il capo del governo ma ha ceduto ad altri la gestione del mazzo. L’irritazione della casa reale, il continuo ripetersi di scandali sempre più vasti che travolgono il partito e l’evidente incapacità d’iniziativa mettono in scena la fine dell’era-Rajoy. Ma costituiscono, anche, una pesante ipoteca sul futuro stesso del Pp, anche per il consolidarsi sulla scena di Ciudadanos.

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Pedro Sánchez(Psoe) e Albert Rivera (Ciudadanos) firmano il patto (CTXT)

Le inchieste dei magistrati ridisegnano la storia dei popolari con le tinte fosche della corruzione come centro del modello di governo. Mancano figure veramente nuove, che non siano marionette di vecchi leader, anagraficamente più presentabili. Manca un tessuto culturale omogeneo e, in un partito sempre più a destra e in mano a politici affaristi, la connessione con un sempre più ampio spazio della cittadinanza che cerca una rappresentanza moderata di centrodestra. Quanto ha fatto capolino a sinistra, la possibilità che un partito nuovo togliesse lo scettro della rappresentanza al partito storico, sembra ora essere possibile avvenga a destra.

Continuando da destra alla sinistra nel quadro politico vediamo Albert Rivera. Il leader di Ciudadanos è partito da un risultato meno brillante delle aspettative. Il partito arancione, gonfiato dall’amichevole predisposizione di molta stampa come contraltare al fenomeno di Podemos – che lo ha portato nelle inattendibili inchieste a combattere addirittura per la prima posizione – ha raccolto quaranta deputati. Arrivare quarti è stato comunque un buon risultato, Rivera ha in più saputo mantenere lucidità e usare bene la posizione conquistata. Ha trattato col Psoe nelle sedi politiche, si è costruito un ruolo di ponte tra Psoe e Pp, invocando da moderato il superiore interesse del paese. Grazie al crollo politico più che elettorale dei popolari, Ciudadanos si trova davanti al possibile salto di qualità ma ha forti limiti.

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La Spagna da spazzare in un disegno di Pedripol (CTXT)

 

Le gambe molli di un partito che non c’è ancora, un gruppo dirigente senza grandi personalità oltre a Rivera, una figura ancora indefinita. Nato come risposta all’elettorato socialista non catalano della Catalogna timoroso verso il crescente nazionalismo del Psc, ha ancora uno statuto che si riferisce alla socialdemocrazia europea pur rivolgendosi all’elettorato del centro destra spagnolo (spazio che si sta definendo ora, nella crisi del bipolarismo). Ha una struttura politica debole, rappresentanti non sempre all’altezza, a volte poco presentabili. Esprime un populismo moderato, anti politico, tecnocratico e incline a accogliere sentimenti di risentimento sociale, ostilità per gli stranieri, rifiuto delle organizzazioni rappresentative.

Proprio in questo magma, potenzialmente pronto a costruire un inedita rappresentanza di centrodestra spagnola e in grado anche di parlare a generazioni più giovani, risiedono limiti e possibilità per il futuro. Rivera ha dimostrato in questa fase di sapere trarre il massimo dal consolidare la sua posizione per inscenare quella centralità che Rajoy ha rifiutato di interpretare. Il salto di qualità dipende però, molto, da quello che succederà in casa dei popolari. Gli scandali, l’apertura di lotte intestine, l’incapacità di costruire un ricambio potrebbero decidere alcuni degli interlocutori storici del Pp a aprire alla nuova creatura di Albert Rivera. Creando le condizioni per sancire una nuova leadership di centrodestra nella politica spagnola.

Pedro Sánchez ha affrontato un voto difficilissimo riuscendo, come dicono in Spagna, a salvare i mobili. Ma il secondo posto, con Podemos a un soffio, non interrompe la crisi del Psoe. Sorpassato dai viola nel voto urbano e in quello giovanile, perduta l’omogeneità della diffusione della rappresentanza socialista nel paese, il Psoe resiste nel granaio andaluso ma riflette ormai un partito rurale i cui risultati decrescono verticalmente nelle zone dove la popolazione è più densa. Le divisioni interne sono fortissime e scarso l’impegno comune. Nel generale retrocedere dei risultati si rafforza il potere dei baroni, i dirigenti locali che controllano voti e posti negli organismi di rappresentanza. Il tentativo di celebrare il congresso alla scadenza naturale, nel pieno delle trattative per la formazione del governo, e episodi come la filtrazioni alla stampa delle registrazioni degli interventi nel Comitato federale del Psoe, fanno capire quanto crudo possa diventare il confronto interno.

Da Sánchez si attendeva ancora dimostrazione di leadership. Con gli atti compiuti finora il segretario ha iniziato a dare più di una risposta. Ha facilmente superato l’ostacolo delle opposizioni interne nella gestione della formazione del governo col richiamo alla responsabilità – le ragioni della scelta a priori dell’opposizione da parte dei baroni erano del resto poco difendibili. Ha spinto per il governo di cambiamento, rifiutando qualsiasi disponibilità a un governo ampio guidato dal Pp. Quando Rajoy ha passato la mano ha impugnato il testimone trincerandosi al centro della scena politica e richiamando tutti, soprattutto Podemos e Ciudadanos, alla collaborazione.

Lavorando per l’esecutivo si è rafforzato abilmente all’interno. La decisione di sottoporre alla militanza la scelta sul governo e a primarie quella del candidato a guidare il partito e il governo, costituiscono un tentativo di svincolarsi dal controllo dell’apparato. Con la firma dell’accordo con Rivera, Sánchez rischia di deludere gli elettori socialisti ma prende l’iniziativa davanti alla melina degli interlocutori di Podemos. La formazione di un governo è per lui necessaria, prima che si riapra il conflitto interno per strappargli la segreteria per mano degli stessi che lo hanno portato al comando, ma Sánchez si rafforza anche per affrontare il possibile ritorno alle urne.

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Mariano Rajoy, in alto a sinistra, e in senso orario Pedro Sánchez, Pablo Iglesias, Albert Rivera

La responsabilizzazione della militanza, il dinamismo dimostrato, la ripresa centralità, motivano un elettorato sfiduciato e depresso. Il segretario sta sfruttando nella maniera più profittevole l’incarico di formare il governo. Un ulteriore arretramento socialista non è più cosi certo come fino a poche settimane fa. La consultazione della base socialista è in atto e proseguirà fino a sabato. Il quesito è molto vago: “Il Psoe raggiunto e proposto accordi con diverse forse politiche per appoggiare l’investitura di Pedro Sánchez alla presidenza del governo. Appoggi questi accordi per formare un governo progressista e riformista?”. L’accordo con C’s è molto al ribasso, i termini sono generici e le questioni non all’altezza della crisi che attraversa il sistema spagnolo. Rappresenta una politica moderata che non risponde alla domanda di un paese in cui l’elettorato di sinistra è tornato maggioritario.

Ma i voti non bastano in mancanza di dinamiche politiche e l’accordo è l’unico passo concreto fatto sin qui, con l’unico interlocutore che ha dimostrato di capire quanto fosse importante esserci, e farlo sapere: Albert Rivera.

Pablo Iglesias ha portato Podemos ad un voto quasi trionfale. Il terzo posto addosso ai socialisti, sorpassati nelle zone più dinamiche del paese, nei distretti industriali, nelle grandi città, rappresenta un successo di grandi dimensioni. Podemos è riuscito nel compito che si era assegnato: costruire un soggetto che rappresentasse le istanze di cambiamento esistenti nella società spagnola offrendo uno strumento politico democratico. Podemos ha navigato l’onda populista anti-casta – Iglesias ha interpretato meglio di tutti la disintermediazione della politica spagnola creando canali di comunicazione alternativi ai media mainstream – e ha costruito una struttura aperta, partecipativa, ma solidamente governata dalla democrazia degli organismi di rappresentanza. Un partito. Che ha costretto le sinistre storiche a ripensarsi mettendole all’angolo, nel caso di Izquierda unida e dei verdi, e costringendole alla difesa dell’egemonia, nel caso del Psoe. Ha rappresentato un’offerta per un elettorato socialista rifugiato nell’astensione e per elettori giovani. Si è messo al servizio della volontà di partecipazione democratica che esprime la Spagna, con la forza di un paese il cui tessuto civico è innervato da luoghi di partecipazione (associazioni civiche, di vicinato, culturali, patronali e per le feste tradizionali) e da movimenti politici.

Se in Spagna la parola politica ha ancora una dignità nel lessico civile si deve molto al lavoro di Podemos (e alle caratteristiche del movimento degli Indignados che ha sempre rifiutato facili scorciatoie, fondando l’impegno sullo studio del funzionamento della democrazia e rifiutando ogni cittadinanza alla violenza politica). Se la crisi della politica non ha preso la strada di movimenti padronali e neoreazionari e la sinistra sociale non si è annichilita davanti ai rigurgiti, spontanei e costruiti, del meccanismo violenza-repressione, come accaduto in Italia, si deve all’offerta di Podemos, alla cultura politica e democratica messa in campo da Iglesias e dai professori di scienze politiche di Madrid che hanno costruito il soggetto politico. La responsabilità e l’intelligenza dimostrate nella costruzione delle alleanze col Psoe nei governi regionali e cittadini hanno fatto sperare che la stessa scommessa potesse essere giocata nel governo nazionale e suscitato enormi speranze nella parte del paese che guarda a sinistra.

Iglesias ha avuto invece fin da subito un comportamento ostile a Sánchez. Mentre il segretario socialista difendeva il governo di cambiamento dagli attacchi interni, Iglesias e Podemos alzavano la posta mettendolo in maggiore difficoltà. I viola non hanno condotto le trattative nelle sedi politiche proprie, presentando durante conferenze stampa richieste improprie, quando non bizzarre se non poco democratiche, richiedendo il controllo di organi istituzionali o della televisione pubblica, mettendo paletti e proponendo questioni non negoziabili.

L’impressione che Iglesias ha dato è stata di confusione, che si spiegava solo con la scelta inesprimibile di inseguire, più che la formazione di un governo, un nuovo voto che sancisse il sorpasso sul Psoe. La rincorsa all’egemonia a sinistra, a-gramscianamente agita nell’indifferenza per il contesto politico nazionale reale, sembra essere stata la principale opzione di Iglesias. Porre il referendum catalano come condizione imprescindibile ha significato rendere più difficile un percorso verso l’indispensabile processo riformatore della Spagna. È vero che Podemos ha subito forti attacchi, pressioni mediatiche, discutibili decisioni prese anche dai socialisti all’interno del processo di costituzione delle Camere e numerose provocazioni.

Ma ha espresso il limite politico di rispondere a tono, perdendo di vista l’appropriatezza delle sedi di discussione politica e i meccanismi, solenni e rigidi ma pur sempre di garanzia democratica, della formazione di un governo parlamentare. In definitiva, Iglesias ha sacrificato la centralità e la capacità di dominare l’agenda politica, forse in favore di un percorso identitario. Podemos lamenta la svolta a destra che l’accordo con C’s presuppone ma dovrà ragionare su quanta parte abbia avuto nel prefigurarne le condizioni. Dietro alla unanime critica a Sánchez, accusato di aver perseguito sin dall’inizio questo risultato, è in atto una riflessione. Le altre sinistre, Izquierda unida e Compromis, il partito valenziano, hanno puntato su un governo e non possono essere felici dell’abbandono delle trattative.

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Un’assemblea a Barcellona con la sindaco Ada Colau, che è leader di Barcelona en comù (CTXT)

Così come i partiti vicini a Podemos, i catalani di En Comù o i galiziani di Marea, sull’onda delle esperienze di governo locali, hanno capito quanto conti far partire la dinamica di governo. Il bilancio di Iglesias non può essere considerato positivo se da interlocutore privilegiato di governo si è trovato a ritirare Podemos dal tavolo delle trattative. Adesso anche i viola, come il Pp, si trovano fra coloro che preferiscono il ritorno alle urne. Uno scenario che non spaventa gli spagnoli ma a cui i maggiori responsabili non possono più guardare con l’aspettativa di prima.

I leader si muovono con lo sguardo a un possibile nuovo voto. L’accelerazione che Sánchez ha impresso con l’accordo con C’s serve soprattutto a buttarne sulle spalle di Podemos la responsabilità, in condivisione coi Popolari. I viola si sono dichiarati disponibili a tornare a trattare dopo la bocciatura del primo voto sul governo Sánchez, il due marzo, quando occorrerebbe un’impossibile maggioranza assoluta. Vincolato Rivera con la firma dell’accordo, Sánchez avrà le mani più libere per tentare di proporre un accordo a sinistra. La formula possibile è quella di un monocolore socialista, con alcune personalità esterne in cui i viola – e Ciudadanos – possano sentirsi rappresentati, essendo difficile anche un’astensione di Podemos su un governo con Rivera. Che chiede ancora ai popolari almeno una benigna astensione che escluderebbe però i viola e metterebbe Sánchez in difficoltà. I voti di alcuni partiti nazionalisti, servirebbero a rafforzare l’apertura della nuova dinamica politica. A complicare il tutto, si lotta per la formazione del governo ma anche per la leadership dell’opposizione. Se la politica è l’arte del possibile, la costituzione di un governo a Madrid rappresenterebbe uno dei capolavori contemporanei del genere.

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Ettore Siniscalchi

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