Unioni civili, un passaggio che terremota il paesaggio politico

traffic_lights_green_filter_by_austriaangloalliance-d5e2zuvPATRIZIA RETTORI
Quando si dissiperà il polverone sollevato dal sì del Senato alla legge Cirinnà, forse si riuscirà a vedere meglio il nuovo paesaggio politico che ne deriva. Perché, effettivamente, quel passaggio parlamentare può essere il primo sintomo di un terremoto politico, che appare ora difficile da misurare.

Verdini è nella maggioranza oppure no? È questa la domanda che angoscia la sinistra del Pd. C’è da aspettarsi che Renzi risponda al più presto che no, che Verdini non è nella maggioranza, che i suoi voti sono stati aggiuntivi, e che hanno un senso solo perché i numeri del Senato sono risicati e ben venga chiunque possa metterli in sicurezza. Lo ha già detto, in sostanza, Giorgio Napolitano, e non c’è ragione per pensare che il premier sia in disaccordo con lui. La sinistra Pd non ne sarà soddisfatta, ma, almeno per il momento, abbasserà il tono dei suoi mugugni.

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E tuttavia, se la lettura dei fatti si fermasse a questo punto, se ne ricaverebbe un’impressione di sostanziale inadeguatezza, di incapacità ad interpretare rivolgimenti che stanno accadendo senza che nessuno sia in grado di vederli e men che meno di guidarli. La verità è che gran parte del popolo di centro destra era largamente favorevole alla legge Cirinnà. Forza Italia ha votato contro compatta solo perché c’era la fiducia e non se la sentiva di saltare il fosso come invece ha fatto Verdini. Berlusconi, non sapendo che pesci prendere, si è tenuto in disparte e non ha toccato palla.

Se ne deduce che la tormentata vicenda ha messo in evidenza una volta di più lo spappolamento del centro destra, ormai giunto al punto di non ritorno. In un mondo ideale, dal brodo primordiale in cui annaspano oggi i conservatori nostrani dovrebbe coagularsi rapidamente una nuova aggregazione capace di guardare Renzi negli occhi. In un mondo ideale, Alfano e Verdini dovrebbero raccogliere dal fango della dissoluzione berlusconiana la bandiera moderata per costruire attorno ad essa un partito moderno e capace di competere col Pd. Se ne rallegrerebbe l’elettorato del centro destra, oggi allo sbando, e se ne gioverebbe anche la sinistra, che potrebbe coltivare una sua nuova identità.

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La protesta dei leghisti al senato

Purtroppo non siamo in un mondo ideale, e Alfano e Verdini sono molto al di sotto del minimo sindacale richiesto per una simile impresa. Il primo passa da una gaffe all’altra e non riesce a fare molto di più che tenere in vita il suo micropartito. Il secondo ha fama di trafficante di favori e prebende al servizio del potente di turno, e ha l’aria di sentirsi perfettamente a suo agio in questo ruolo. Va da sé che nessuno dei due sembra in grado di elaborare un progetto politico di largo respiro.

Dunque: cercasi leader per il centro destra del futuro. Perché è chiaro che non potranno esserlo né Salvini né la Meloni, autoreclusi nel ghetto della destra estrema, quella che le spara sempre più grosse finendo per spaventare la maggior parte dell’elettorato, come dimostra la vicenda di Marine Le Pen. Né può esserlo Silvio Berlusconi, ormai poco credibile anche agli occhi di tanti che lo hanno votato per un ventennio.

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Toti, Salvini, Meloni e Quagliariello all’incontro di Atreju lo scorso settembre

Alla fine, dunque, l’unico protagonista che rimane in campo è proprio Matteo Renzi. Il che non è un bene neppure per lui. Infatti, se Renzi vuole, come dice, costruire un moderno partito di sinistra, ha bisogno di un controcanto a destra. Come dicevano gli antichi filosofi greci, gli opposti si definiscono a vicenda. Altrimenti prevale il rischio di acchiappare tutto senza andare troppo per il sottile, di annacquare la propria identità per non scontentare nessuno, di affezionarsi troppo al proprio potere perdendo di vista progetti e contenuti.

I segni di questa sindrome ci sono già tutti. La legge sulle unioni civili, nata su iniziativa parlamentare, è stata approvata con la fiducia al governo. Un assurdo logico sul quale è stata messa la sordina perché il Parlamento, da solo, non sarebbe riuscito a venirne a capo. E Renzi è stato il deus ex machina che ha tagliato il nodo gordiano in cui i gruppi parlamentari si erano avviluppati. La legge poteva essere migliore? Certo, ma nelle condizioni date la soluzione scelta è stata la più efficace, e Renzi è l’unico vincitore. È lecito pensare che se il centro destra avesse assunto posizioni più in sintonia con il proprio elettorato quanto meno non sarebbe stato necessario l’intervento del governo.

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Giorgia Meloni, Silvio Berlusconi, Matteo Salvini

In questo contesto è difficile collocare il M5S. Che però è una presenza forte sia nelle aule parlamentari che nelle urne elettorali. Anche loro potrebbero essere l’elemento fondamentale di un paesaggio politico nuovo. Ma non sembrano interessati ad altro che a sdoganare il turpiloquio in Parlamento. Troppo poco per le aspettative di chi li ha votati. Anche qui, dunque, l’antiRenzi non si vede. Eppure le leggi della politica dicono che se si crea un vuoto qualcuno lo riempirà. Non resta che aspettare e scrutare l’orizzonte.

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