Ambasciator non porta pena, il suo servizio di piatti sì

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Vassoio d’argento, della prima metà dell’Ottocento, peso circa cinque chilogrammi, realizzato dal celebre argentiere Carlo Balbino. Al centro reca lo stemma di Casa Savoia

GIORGIO FRASCA POLARA
Ho un chiodo fisso: in quante ambasciate d’Italia all’estero il tempo si è fermato ancora a prima del 2 giugno ’46 quando ci demmo la Repubblica liberandoci così di quei Savoia complici per vent’anni del fascismo? L’interrogativo ha una sua pertinenza: sino a dieci anni fa, per ammissione del governo, erano una quarantina le rappresentanze diplomatiche all’estero (compresa quella di Washington) dov’erano ancora in dotazione piatti e vassoi, bicchieri e posate con la corona e il nodo di quella dinastia che aveva regnato nel Paese sino a quasi settant’anni addietro.

Villa Berg, sede dell’ambasciata d’Italia a Mosca

Ora saranno meno (e vi spiegherò tra un momento il perché e il percome), ma certo ce ne saranno ancora. Quante ambasciate fanno mangiare ancora all’insegna dei Savoia? Ufficialmente non si sa. In realtà c’è chiappena due anni fa – ha constatato che in un’altra nostra importante rappresentanza diplomatica (quella di Londra!) lo stemma Savoia faceva la sua bella figura nei pranzi ufficiali. Forza, allora: che uno/una parlamentare chieda alla Farnesina in quante ambasciate ancora si mangi monarchico, e così il ministero degli esteri sarà costretto a rispondere. E sarebbe la seconda volta.

L’antefatto. Nel 2005 l’allora senatrice diessina Daria Bonfietti (sì, la tenace presidente dell’associazione delle vittime della strage di Ustica dell’80, ottantuno morti per un missile sganciato “erroneamente” da aereo o nave francese o americana), nel corso di una missione parlamentare negli Usa, scoprì che, appunto nell’ambasciata italiana della capitale federale, il tavolo da pranzo per la delegazione di cui faceva parte era apparecchiato “Savoia”. Turbata, al ritorno in Italia, rivolse una interrogazione al ministro degli esteri per sapere come fosse mai possibile uno sconcio istituzionale di questa portata.

Immagini di Villa Firenze a Washington, residenza dell’ambasciatore d’Italia

L’allora responsabile della Farnesina, Gianfranco Fini, mollò la patata bollente al sottosegretario forzista Roberto Antonioni che, ricopiata una velina della segreteria generale del ministero, fece proprie una serie di incredibili castronerie. Leggiamole insieme. Anzitutto lo stato dell’opera. Testuale:

Le dotazioni da tavola delle rappresentanze diplomatiche italiane all’estero sono costituite in generale da servizi di gala e giornalieri Antico Doccia [una delle serie più preziose della Richard Ginori, ndr] che presenta un decoroso bordo in oro e lo stemma della Repubblica. Tale modello ha progressivamente sostituito, da tempo, i modelli Antebellico Ambasciata e Postbellico Unificato di cui si è definitivamente interrotta la produzione.

“In generale”? “Progressivamente”? Niente affatto: era stato lo stesso Antonione o chi per lui a mettersi la zappa sui piedi ammettendo che sì, ehm, “sono effettivamente ancora assegnate ad una quarantina di sedi dotazioni del modello Antebellico il cui bordo presenta invece lo stemma sabaudo”. E tra queste sedi – altra ammissione imbarazzante – c’è (o c’era?) non solo Washington ma anche Mosca. Insomma, tra la “quarantina” ci sono le rappresentanze più importanti…

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Richard Ginori, servizio Antica Doccia bianco

Poi una duplice giustificazione. Una di carattere finanziario: “Tali dotazioni hanno peraltro un notevole valore intrinseco e la loro sostituzione completa con altrettante del modello Antica Doccia richiederebbe un costo oggi difficilmente sostenibile con le disponibilità del relativo capitolo di bilancio”. E se la Farnesina avesse pensato a mettere all’asta quei servizi? Di sicuro avrebbe trovato diecine di gonzi, o di furbetti del quartierino, o nostalgici della monarchia ben disposti ad acquistarli. E poi: possibile che in tanti decenni di regime repubblicano non si sia pensato a scadenzare la spesa per la progressiva sostituzione? Eh, no. Perché qui spunta la seconda giustificazione (o farneticazione): quella pseudo-storica. D’altra parte, soggiunse infatti il sullodato Antonione:

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Stemma dei Savoia

I simboli dei Savoia sono tuttora presenti sotto multiformi spoglie. Basti ricordare che sia l’azzurro sportivo che quello delle fasce d’ordinanza degli ufficiali delle forze armate richiamano espressamente l’azzurro di casa Savoia”. Insomma, “appare difficile rinnegare la storia e mettere in non uso apparati di rappresentanza che ad essa si richiamano come simbolo di continuità della nazione.

Capito? Prima che – passati oramai dieci anni da questa stupefacente nota ministeriale – qualcun altro faccia tesoro di queste castronerie, qualcuno o qualcuna torni per cortesia ad interrogare gli Esteri per sapere: a) quante sono oggi le ambasciate ancora savoiarde; b) qual è, ora, la giustificazione che si adduce alle residuali testimonianze della monarchia. Altrimenti, quando una delegazione capita in una delle ambasciate dove, almeno su piatti e posate, non è riconosciuta la Repubblica, non s’azzardi neppure ad alzare un sopracciglio: casa Savoia non si tocca neanche con una forchetta.

FRASCA

Giorgio Frasca Polara

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