Legge unioni civili, figlia del buon riformismo

lynn2-1000ADRIANA VIGNERI
Qual è la notizia? Che l’Italia avrà finalmente le unioni civili per le coppie omosex che non possono accedere al matrimonio, o che Verdini e i suoi sono entrati in maggioranza? Tutte e due, salvo esaminare in che consistono esattamente queste due notizie.

  1. Iniziamo dalle indignazioni delle anime belle per gli “arretramenti” del Pd o meglio di Matteo Renzi. Si dice che bisognerebbe sottrarre i diritti fondamentali alle “vicissitudini della politica”. Giusto. Si tratta di dignità ed identità delle persone. Non tutto è negoziabile, perbacco. Aggiungo – e penso che molti saranno d’accordo – che si dovrebbe fare una scelta decisa a favore dell’estensione del matrimonio anche alle coppie omosessuali, per non giungere alla situazione attuale della Germania, in cui il matrimonio è divenuto un contenitore vuoto e la differenza tra le coppie omo ed etero una distinzione solo di facciata e non di contenuto. A lungo andare, o a breve andare, ci si accorgerà che la distinzione tra matrimonio ed unioni civili non è un modo per valorizzare il matrimonio, al contrario. Valorizzare il matrimonio significa estenderlo.

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Provate a fare un esercizio, leggete gli articoli del codice civile relativi ai rapporti tra coniugi e dite quali vorreste che non si applicassero in forza del fatto che la coppia è omosex. Non è affatto facile, e ancor meno facile giustificare l’esclusione. Per non dire che gli stati europei che già ammettono il matrimonio e non una qualche forma di unione sono moltissimi: Francia, Spagna, Portogallo, Danimarca, Inghilterra, Olanda, Irlanda, Svezia, Norvegia, Svizzera, Belgio, Lussemburgo, Slovenia.

Ecco, questa sarebbe la strada ideale, mentre gli ultimi comportamenti parlamentari del Pd e del Governo ce ne hanno allontanato sempre di più, si dice, peggiorando la legge. Dunque una legge con quei contenuti ideali non è raggiungibile, e neppure una legge che già rinuncia al matrimonio come la Cirinnà.

Si dimentica spesso nel dibattito sulla legge relativa alle unioni civili e alle convivenze che in parlamento c’è una maggioranza di governo, sì. Ma non su questo tema. Anzi, neppure tutto il PD condivide. L’UDC da parte sua ritiene, a torto o a ragione, che la sua base elettorale sia inorridita dal testo Cirinnà. Ed è stato ormai ampiamente dimostrato che la, magari sincera, condivisione dell’indirizzo politico della legge da parte del M5S, è stata ben presto sostituita dalla voglia di cogliere l’occasione per mettere in difficoltà l’avversario politico. Così hanno disposto le alte sfere. Si tratta di arretratezza dell’opinione pubblica (abbiamo sondaggi attendibili?). O di arretratezza dei suoi rappresentanti in parlamento. O piuttosto – e mi sembra la fotografia più fedele – perché in luogo di pensare a fornire al paese una buona legge si pensa a farne un’occasione di lotta politica, o meglio di sgambetti.

E allora che si fa? Meglio rinunciare in attesa di tempi migliori? Meglio correre il rischio di farsi bocciare la legge in parlamento? Con la conseguenza, tra l’altro, che l’applicazione da parte dei tribunali della possibilità di adozione coparentale (del figlio naturale del partner) anche al di fuori del matrimonio e anche nel caso di coppie omosex non possa più essere applicata dai giudici perché considerata “bocciata” in sede parlamentare? No, un buon riformista si accontenta di una soluzione di livello inferiore, ma accettabile, che segni comunque un progresso.

In questa situazionedi rischio serissimo di bocciatura nei lavori del Senato – si può stigmatizzare un presidente del Consiglio “impigliato nel prevalere delle preoccupazioni legate alla tenuta della maggioranza”? Ma scherziamo? Una bocciatura assembleare avrebbe avuto conseguenze disastrose, non per la tenuta del governo, che si era rimesso al lavoro parlamentare, ma per l’obiettivo di disciplinare le unioni civili. Andare in aula a votare emendamento per emendamento (dopo che si sono ridotti a 500 e che è stato escluso il “canguro”) non sarebbe stata una dimostrazione di responsabilità e coraggio, bensì un azzardo.

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Bene ha fatto il governo ad assumersi la diversa ma sempre importante responsabilità di portare in aula un testo un po’ diverso e su questo chiedere la fiducia.

2. Il risultato già sostanzialmente acquisito è importante, storico, fa fare un salto di qualità anche al nostro paese nella protezione delle relazioni umane tra omosessuali. Ma questo risultato è ora offuscato dalla polemica politica.

Non avendo portato a casa il fallimento della legge, si tenta di portare a casa una vittoria di altro tipo: il governo ha cambiato maggioranza. Il famigerato Verdini ha votato la fiducia al Governo, quindi è entrato in maggioranza. Il Governo deve salire al Quirinale, ecc.

Liberiamoci di questo aspetto della questione, esaminando la faccenda del voto di fiducia messo sul testo. Si tratta tecnicamente della “questione della fiducia”, che ha poco a che fare con i voti di fiducia iniziale, o con la mozione di sfiducia, che i quali si dà o si toglie la fiducia ad un governo sulla base della sua politica. La “questione della fiducia” è lo strumento con il quale i governi fanno pressione sul parlamento per ottenere l’approvazione di un testo che si ritiene particolarmente importante, una sorta di ricatto: se non lo approvi mi dimetto. Chi vuole l’approvazione di quella legge può votare a favore senza per questo schierarsi a sostegno del governo in ogni altra questione. Perché in realtà non si vota sulla politica generale del governo ma su di una questione specifica. Ed infatti non si chiama mozione di fiducia ma questione della fiducia. Certo i verdiniani non hanno colto l’occasione per tentare di far cadere il governo. Non per questo sono entrati in maggioranza. Fondamentale resta sempre l’indirizzo politico del Governo. Di questo si deve discutere.

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3. Finalmente si può parlare del contenuto della legge. Mi dispiace dirlo a chi pensa di aver ottenuto un grande successo e cioè un grande mutamento o svirilizzazione del testo. Le unioni civili sono, piaccia o non piaccia, dei simil-matrimoni. Che si formalizzano e si sciolgono con maggior semplicità. Ma che del matrimonio, o almeno del matrimonio contemporaneo, hanno i caratteri essenziali: essere un progetto di vita comune destinato a durare nel tempo. Ma senza l’obbligo di fedeltà! La disciplina civilistica del matrimonio utilizza per lo più l’obbligo della fedeltà per poter addebitare la separazione. Se nel caso di separazione si discutesse solo della intollerabilità della convivenza, e non anche di addebito del fallimento dell’unione matrimoniale, la violazione dell’obbligo di fedeltà non sarebbe per il diritto particolarmente rilevante. Nelle unioni civili la fedeltà passa dalla sfera del pubblicamente rilevante alla sfera privata, collocazione probabilmente più pertinente (“Ma io vi dico che chiunque guarda una donna per appetirla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore” (Matt. 5:27-28).

Restano l’assistenza reciproca, la residenza comune, i diritti successori ed altri diritti patrimoniali. Così come le convenzioni matrimoniali. Lo scioglimento dell’unione richiede soltanto una dichiarazione unilaterale (e un’attesa di tre mesi). Il favor del legislatore per il matrimonio resta quindi molto più accentuato, rispetto a quello per le unioni civili. Ma a ben vedere anche nel matrimonio la protezione al diritto individuale di libertà prevale sulla tutela dell’istituto.

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4. La stepchild adoption non è né una novità, né una prerogativa gay. Esiste in Italia dal 1983 (L. 184/1983) e permette l’adozione del figlio del coniuge, con il consenso del genitore biologico, solo se l’adozione corrisponde all’interesse del figlio, che deve dare il consenso (se maggiore di 14 anni) o comunque esprimere la sua opinione (se di età tra i 12 e i 14). L’adozione non è automatica ma viene disposta dal Tribunale per i minorenni dopo un accurato screening sull’idoneità affettiva, la capacità educativa, la situazione personale ed economica, la salute e l’ambiente familiare di colui che chiede l’adozione. Prima ammessa soltanto per le coppie sposate, poi estesa anche ai conviventi eterosessuali, ritenendo, in quei due casi, che fosse interesse del minore che al rapporto affettivo fattuale corrispondesse anche un rapporto giuridico. Nel 2014 e nel 2015, il Tribunale per i minorenni di Roma, ribadendo un principio consolidato nella giurisprudenza italiana ed europea, ha sancito che l’orientamento sessuale dell’adottante non può costituire un elemento ostativo alla stepchild. La mancanza di una previsione legislativa non impedisce che i Tribunali continuino a valutare caso per caso, come hanno fatto finora, se l’adozione è nell’interesse del minore. Mentre la bocciatura in aula avrebbe molto probabilmente impedito per il futuro che i tribunali la decidano, in attesa che il legislatore riprenda in mano la materia adozioni.

5. E le convivenze? Le neglette convivenze dedicate alle coppie eterosessuali? Questa differenza di trattamento non costituisce forse una violazione del principio di uguaglianza, trattandosi in entrambi i casi di coppie che convivono al di fuori del matrimonio? No, non lo credo. Intanto va detto che nulla impedisce ad una coppia omosessuale di dichiarare una convivenza, con le conseguenti minori misure protettive, e non un’unione civile. Da questo punto di vista vi è parità di trattamento.

L’unione è l’istituto che l’ordinamento predispone per chi – le coppie omosex appunto – vorrebbe accedere al matrimonio e non può. Mentre per le coppie etero questo problema non esiste. Quindi nessuna ingiustificata disparità di trattamento.

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Adriana Vigneri

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