Per Bernie un martedì superdifficile, ma non l’ultimo

SuperTuesday

SUPERMARTEDI’, DOVE E COME SI VOTA Alabama (Dem & Grand Old Party, cioè Partito repubblicano) Open Primary; Arkansas (Dem & GOP) Open Primary; Colorado (Dem & GOP) Closed Caucus; Georgia (Dem & GOP) Open Primary; Massachusetts (Dem & GOP) Semi Open Primary; Minnesota (Dem & GOP) Closed Caucus; Oklahoma (Dem & GOP) Closed Primary; Tennessee (Dem & GOP) Open Primary; Texas (Dem & GOP) Closed Caucus and Primary; Vermont (Dem & GOP) Open Primary; Virginia (Dem & GOP) Open Primary

 

GUIDO MOLTEDO
Con gli ultimi sondaggi che indicano una buona vittoria di Hillary Clinton anche in Massachusetts, è difficile immaginare che il duello in casa democratica possa proseguire chissà per quanto ancora con qualche speranza per Bernie Sanders di arrivare fino alla convention di Filadelfia.

Il Massachusetts, stato di elettori liberal e progressisti, lo stato dei Kennedy e di Kerry che ora è rappresentato al senato da Elizabeth Warren, con Bill de Blasio e Bernie Sanders, la sinistra del Partito democratico, il Massachusetts che confina con il Vermont, lo stato di Bernie, avrebbe dovuto regalare una vittoria allo sfidante di Hillary. Una vittoria tale da riequilibrare almeno in parte sia la sonora sconfitta subita sabato scorso nella South Carolina sia la probabile sconfitta in un buon numero degli stati (14 più Samoa e Democrats Abroad) che domani, martedì, votano per le primarie (l’ormai famoso supermartedì). Ma sembra, appunto, che anche il Massachusetts volterà le spalle a Bernie.

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D’altra parte, la sconfitta subita in South Carolina è di portata tale che anche i calcoli più favorevoli a Bernie, nelle prossime tornate elettorali, compreso un successo in Massachusetts e in Oklahoma (l’altro stato a lui favorevole sulla carta), fa presagire che la sua corsa stia per arrivare virtualmente al capolinea, non domani, ma nei prossimi appuntamenti elettorali.

La dimensione del voto africano americano a favore di Hillary, nelle primarie in South Carolina, è stata tale che è facile prevedere che, anche negli altri stati dove l’elettorato nero è rilevante, ci sarà un indiscutibile vittoria di Hillary. E, contemporaneamente, sarà un netto segnale di non gradimento verso Bernie da parte di una componente demografica essenziale del Partito democratico.

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Il successo di Hillary presso l’elettorato nero non è solo legato alla nota lealtà della leadership africana americana nei confronti di Bill (“il primo presidente nero”) e all’endorsement non esplicito ma evidente di Barack Obama, ancora popolarissimo tra i neri, a favore di Hillary.

La Clinton ha dimostrato dimestichezza, familiarità e scioltezza nei confronti della comunità nera, quasi rovesciando lo stereotipo corrente, anche di questa campagna, che la dipinge come la candidata che sa tutto lei e impartisce lezioni con voce e gestualità rigide più che cercare di connettersi anche empaticamente con la platea.

Di questo è stato, caso mai, accusato Bernie Sanders. Non tanto per il suo carattere e per il suo modo di porsi al cospetto delle platee nere, ma proprio per il suo messaggio e per l’evidente caratura ideologica che lo caratterizza.

Come abbiamo già scritto:

Il voto africano americano è importante, anche se minoritario. Ancor di più lo è, per consistenza in diversi stati-chiave,quello ispanico. Questi sono elettorari interclassisti, anche se in maggioranza composti da cittadini di reddito basso e medio-basso. Attenti alla questione della diseguaglianza economica posta in agenda da Sanders. Ma anche, ancora di più, alla tutela della propria comunità. Se Sanders, da vecchio socialista, non è il tipo di politico che accarezza gli interessi etnici e comunitari, ma più quelli di classe, Hillary è invece la liberal vecchio stile dentro l’ideologia del partito interclassista, multietnico e multireligioso, il partito “pigliatutto”, la “grande tenda” che cerca di abbracciare tutte le componenti della società americana

Nel messaggio di Bernie il discorso di classe fa presa solo in parte nella comunità nera. Identificare il tema della povertà con quello del colore della pelle non funziona, anche perché è parziale e fuorviante. Se è vero che tutti i dati indicano la comunità africana americana come quella di gran lunga più svantaggiata economicamente, su di essa pesa ancora molto la discriminazione razziale che non risparmia gli strati medi e medio alti, non solo i neri dei ghetti, e colpisce anche i ceti professionali di quella comunità.

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Barack Obama in un incontro con il filosofo Cornel West , che sostiene Bernie Sanders

Lo scandalo di Flint spiega bene questo problema. Nella seconda città industriale del Michigan, dopo Detroit, e peggio di Detroit semiabbandonata e impoverita, l’acquedotto ha erogato per anni acqua carica di piombo e di altri veleni, e le autorità dello stato lo sapevano, solo che hanno pensato bene di non intervenire. Perché? Perché l’ottanta per cento della popolazione è nera.

A Flint Hillary è volata nel bel mezzo della campagna elettorale in New Hampshire. Bernie ci ha messo un po’ e ha preferito fare un grande comizio a Ypsilanti, una cittadina vicina, e vicina anche Ann Arbor, entrambi sedi di università importanti.

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Hillary Clinton a Detroit

Cosa succederà se davvero i sondaggi dovessero essere confermati dal voto del SuperTuesday, anche in Massachusetts (e in Oklahoma, dove i sandersiani sono forti)?

Lo scenario considerato più probabile è quello di un proseguimento della corsa da parte di Sanders, anche in presenza di un chiaro insuccesso, per condizionare l’eventuale passaggio della sua dote, in termini di militanza e anche di fondi, a favore di Hillary.  In un certo senso a Hillary farebbe perfino più comodo che Bernie, indebolito, prosegua la corsa, per poi costringerlo a una sorta di resa senza condizioni, che avverrebbe sia per l’evidente caduta della sua opzione sia perché nel frattempo si sarà fatta più minacciosa e incombente l’eventualità di una sfida con Donald Trump. A quel punto, potrebbe prevalere l’unità senza se e senza ma dietro la candidata nominata.

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In ogni caso non sarà per niente agevole, e tutt’altro che scontato, il passaggio alla fase della candidata solitaria che ha dietro di sé tutto il partito. Perché Bernie, da consumato politico qual è, potrà pure raggiungere una buona intesa con la rivale, anche imponendole contenuti tali da condizionarne l’agenda, ma poi dovrà spiegare il patto alla sua base, ai suoi volontari, verso i quali, anche negli ultimi comizi, si è rivolto con parole molto pesanti all’indirizzo di Hillary. Ritirando fuori le accuse che più d’ogni altra cosa la sinistra non digerisce della Clinton, e cioè i finanziamenti da parte di gruppi d’interesse a dir poco discutibili, e ironizzando sui lauti compensi che ha ricevuto per i suoi discorsi, assegni da 200.000 dollari per ogni intervento. E anche attaccandola sulle sue posizioni da falco in politica estera, senza risparmiarle neppure il ricordo del suo famigerato voto da senatrice a favore dell’intervento in Iraq. Insomma, tutto il repertorio che rende insopportabile la Clinton alla base che anche per questo sostiene il suo rivale.

Nei prossimi appuntamenti elettorali, a partire da quello di domani, peserà di nuovo il dato demografico (alla prova c’è il voto dei latinos in stati come il Texas e il Colorado e  quello nero in Georgia, Alabama, Tennessee, Arkansas). Ma peserà anche il dato della partecipazione, quanto sarà elevata, compresa quella non trascurabile nelle primarie aperte anche a elettori indipendenti o del partito avverso.

Già, perché stupisce dopo la cantilena senza fine sulla politica che non tira più, che non suscita più entusiasmo, la partecipazione rilevante che si osserva nei comizi, ai seggi, sui social in queste primarie americane. Esse stanno dimostrando che quando agli elettori è data la possibilità reale di scegliere tra opzioni diverse e non tra diverse gradazioni della stessa opzione, la partecipazione c’è, e perfino la passione.

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@GuidoMoltedo

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