Germania anni ’30. L'”Arte degenerata” e Nolde, l’espressionista nazista poi perseguitato

MARIO GAZZERI
Fu un tentativo violento di togliere ogni spazio di autonomia creativa agli artisti tedeschi per imbrigliarne le forze convogliandole verso le mete di un’ideologia totalitaria e totalizzante. E fu un fallimento. Fu una decisione che si tradusse in una sorta di pulizia etnica nel rivoluzionario settore delle arti figurative tedesche, nate nel primo dopoguerra, che furono umiliate e sacrificate sull’altare della follia nazista.

La guerra all’Arte degenerata (Entartete Kunst) nella Germania nazista fu breve ma terribile, nonostante alcuni tentativi di iniziale resistenza tra alcuni degli stessi alti gerarchi del Terzo Reich. Un colpo di spugna sugli eredi e gli emuli dei movimenti del Blaue Reiter (il Cavaliere azzurro), della Brücke (il Ponte), della Neue Sachlichkeit (Nuova Oggettività). Un colpo di maglio alla ritrovata e rinnovata energia degli architetti e degli artisti di Weimar.

“Cultura bolscevica” e “Giudaismo artistico”

Dadaismo, cubismo, surrealismo, ma soprattutto “espressionismo” divennero termini banditi dal vocabolario della nuova “cultura” nazista che prese di mira gli esponenti dei movimenti d’avanguardia non in linea con le direttive di un'”Accademia figurativa e patriottica”, portatori – secondo il Führer – di una “cultura bolscevica” e di un “giudaismo artistico”.

Pittori come Ernst Ludwig Kirchner, August Macke, Aleksiej Jawlensky, Max Pechstein furono messi alla berlina per le loro teorie del superamento della prospettiva, per la linea spezzata, nervosa dei loro profili, per l’acceso contrasto di colori e la “deformazione” dei volti e dei corpi. Gli alberi azzurri, le case inclinate, così come già i violinisti sul tetto o le spose sospese in aria dell’ebreo russo Chagall, sarebbero stati al centro di generale riprovazione e pubblico ludibrio nella mostra sulla cosiddetta “Arte degenerata” che si tenne a Monaco nell’estate del 1937: quasi due milioni di visitatori, molti dei quali in realtà preferirono i quadri dei “reprobi” tedeschi (ma c’erano anche lo spagnolo Picasso, lo svizzero Klee, il russo Kandinskij e molti altri) alle tele esposte nella contemporanea esposizione dell’Arte nazista, presso la nuova Casa dell’Arte Tedesca, sempre a Monaco di Baviera.

Il Bauhaus a Tel Aviv

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Mentre molti dei pittori e scultori tedeschi delle nuove tendenze affermatesi dopo la sconfitta del 1918, erano emigrati per tempo verso i più sicuri lidi francesi e americani, molti architetti del Bauhaus weimariano, per lo più ebrei, trovarono la salvezza a Tel Aviv (la Collina della Primavera del futuro stato di Israele) creando i capolavori architettonici del quartiere della cosiddetta Città Bianca, oggi patrimonio dell’Unesco. Molti degli oltre quattromila edifici del Bauhaus israeliano poggiano su palafitte di cemento armato, un espediente studiato affinché di sera l’aria fresca del Mediterraneo portasse sollievo alle infuocate strade del quartiere e che si rivelò una soluzione architettonica che doveva preludere a molti analoghi esperimenti in tutto il mondo.

Il “caso” Emil Nolde

Nello sciagurato elenco dei pittori “degenerati” figurava anche Emil Nolde, supremo esponente dell’arte tedesca del ventesimo secolo a favore del quale tentò timidamente di intercedere il potente ministro della propaganda Josef Goebbels ammiratore del pittore dello Schleswig-Holstein di cui aveva in casa alcuni quadri. Come racconta la storica francese Elisabeth Couturier, il coraggio del dottor Goebbels svanì di colpo dopo il proclama del Führer contro l’arte moderna di cui il ministro divenne improvvisamente, e necessariamente, il più convinto assertore.

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Joseph e Madga Goebbels con i figli

A nulla valse il fatto che Nolde si fosse iscritto al partito Nazionalsocialista dello Schleswig-Holstein fin dall’inizio e che fossero noti i suoi sentimenti xenofobi e antisemiti. L’artista si difese “sottolineando la somiglianza dei propri ideali patriottici a quelli del nazional-socialismo”, scrive la Couturier. Ma non ci fu nulla da fare. Al pittore nazista, ma espressionista, fu vietato di continuare a dipingere. I suo quadri, esposti nella mostra dell’Arte degenerata, bruciati assieme ad altre sedicimila tele di pittori moderni o “confiscate”. Il Maresciallo Hermann Göring, in privato appassionato d’arte, si assicurò alcune delle migliori tele di Emil Nolde per la propria collezione. Molte altre opere requisite, furono portate in Svizzera e vendute a un’asta a Lucerna. I proventi andarono sui conti svizzeri del partito nazista.

La fine

Nolde (che era in realtà il nome del paese dove nacque come Emil Hansen) si ritirò in un villaggio del nord al confine con la Danimarca occupata e dipinse di nascosto alcune centinaia di acquarelli che lui stesso definì “i miei quadri non dipint”. Dopo la guerra fu premiato alla Biennale di Venezia nel 1950. Sei anni dopo morì in solitudine. La fine dei suoi persecutori è nota. Hitler suicida nel Bunker così come Goebbels che si suicidò assieme alla moglie Magda dopo aver ucciso col cianuro o la morfina i suoi sei bambini “affinché non cadessero nelle mani dei sovietici”. Goering condannato alla pena di morte per impiccagione al Processo di Norimberga, riuscì a eludere la strettissima vigilanza e ad avvelenarsi poche ore prima di salire sul patibolo.

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Mario Gazzeri

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