Le “balls” di The Donald. E le palle di Trump

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GUIDO MOLTEDO
Lo slogan che più tira nella Trumpland ha esplicitamente a che fare con gli attributi maschili: “finalmente uno con le palle”.

The Donald lo sa, e giogioneggia sulla sua virilità dal palco dell’ultimo dibattito tra gli aspiranti alla nomination repubblicana, a Detroit, dove polemizza con il rivale della Florida Marco Rubio. In un crescendo di volgarità e di bassezze, lo scontro tra i due è rapidamente degenerato, già dal primo dei dibattiti e lungo la campagna elettorale. Trump non fa che ripetere che Rubio suda abbondantemente. Rubio rintuzza dicendo che Trump è lampadato, ha il viso coperto di fard, ha i pori otturati e per questo non suda, e ha le mani piccole, e “a me hanno sempre detto di diffidare di chi ha le mani piccole”. “Guardate le mie mani, sono piccole”, chiede Trump alla platea: “E se si riferiva alle mie mani, se sono piccole, qualcosa altro deve essere piccolo, e vi garantisco che qui non c’è nessun problema”.

La folla che l’ascolta ride, esulta, applaude. La platea è con lui. Dopo le “balls” dello slogan più gettonato della sua campagna, ecco il suo pene, che diventa un  dato politico di peso nello scontro con il piccolo Marco.

Trump se la ride, della correttezza politica. Fa esattamente il contrario. A uno come Donald rimbalza quel che dice George Clooney: “Trump è un fascista xenofobo”. Il suo stile funziona perché “he’s telling it like it is”.  Dice le cose come stanno, sostengono i suoi fan. Trump – con chi gli va dietro, e suoi seguaci non fanno che crescere – è riuscito in un’equazione acrobatica: la correttezza politica equivale all’ipocrisia, la volgarità esplicitata anche negli eccessi, anche sotto forma di razzismo, sessismo e misoginia, è autenticità, genuinità. Atto liberatorio.

Naturalmente, questo rovesciamento “parla” alle viscere di chi non aspettava altro, e non c’è da cercare questi sostenitori solo nella rude classe lavoratrice bianca che da sempre odia i cosiddetti “New York values”, i valori degli snob metropolitani, un’etichetta peraltro inventata dal rivale di Trump, Ted Cruz. Parla alle viscere anche di americani “insospettabili”, non solo nel campo conservatore.

L’altro enigma del successo crescente  di Trump è la sua inarrivabile disinvoltura nello sparare palle, e con altrettanta disinvoltura cambiare posizione, senza che questo turbi minimamente i suoi fan. “I’m changing, I’m changing”, sto cambiando, non fa che ripetere. Oppure: “You have to be flexible because you learn”, per imparare bisogna essere flessibili. I commentatori impazziscono di rabbia, i suoi rivali cercano d’incastrarlo nelle sue contraddizioni, ma a chi ormai l’ha abbracciato non può  interessare di meno il suo flip-flopping, il suo ondivagare anche su questioni di vitale importanza per una superpotenza.

In questo somiglia tantissimo a Ronald Reagan, il grande comunicatore coperto di teflon, come si diceva allora, il materiale da poco sul mercato che stupiva per la sua proprietà antimacchia e antiaderenza.

Si sostiene, nel commentariat delle più diverse tendenze, che inevitabilmente Trump, cambierà tono e stile, dovrà necessariamente diventare presidential, assumere almeno un po’ della gravitas di chi vuole guidare una nazione come l’America.

Difficile immaginarlo. Trump continua a costruire consensi proprio essendo sempre “più trump” Trump-ier, come sostiene Time. Diversamente altri consensi non li prenderebbe, rischierebbe di perdere quelli acquisiti, specie quelli acquisiti emotivamente, e farebbe fatica a fare breccia nell’elettorato moderato e trovare appoggi nell’establishment repubblicano che lo detesta e di sta armando per metterlo fuori gioco (e così facendo ottenendo ancora più consensi intorno al miliardario).

guido

@GuidoMoltedo

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