Aborto, l’obiezione è coscienza sporca

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GIORGIO FRASCA POLARA
Da una parte cresce il numero dei ginecologi che si rifiutano, facendosi scudo della “coscienza”, di applicare una legge dello Stato, la 194, sull’interruzione volontaria della gravidanza. E dall’altra parte si registra una tendenza al calo degli aborti legali che lascia più di un dubbio sulle reali motivazioni. C’è di che ragionare. Proviamoci, partendo da un dato di fatto, noto sino a un certo punto, e comunque di dimensioni sempre più allarmanti: il settanta per cento dei ginecologi e ostetrici degli ospedali “pubblici” è obiettore e si dichiara indisponibile ad effettuare aborti. Di più: questa percentuale è in continua crescita, solo nell’ultimo decennio è salita del diciassette per cento.

Alcune domande sono inevitabili. Com’è mai possibile tollerare, in un paese che si considera tra i più civili e più avanzati del mondo, che sette medici su dieci – tra quanti hanno scelto liberamente di specializzarsi nella cura delle donne – non vogliono rispettare la legge sull’aborto con la giustificazione della “obiezione di coscienza”? E come mai, mentre l’opinione pubblica, il sentimento comune, tende sempre più a pensar laico, c’è poi un settore professionale, investito da una missione altissima, in cui non solo prevalgono ma ancora crescono a dismisura il sanfedismo e la reazione ad una legge dello Stato. Una legge, ricordiamolo, in vigore da trentacinque anni, frutto di grandi battaglie delle donne e di un referendum che aveva isolato la Dc fanfaniana, i fascisti e la chiesa cattolica? Quali beceri interessi o quante ipocrisie si nascondono dietro queste cifre sbalorditive e francamente inammissibili?

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Tanto più che quel settanta per cento è la classica media del pollo: con un Nord dove (con l’eccezione della provincia autonoma di Bolzano) negli ospedali si soggiace meno all’odioso agitar della questione di “coscienza” e, per contro, con un Centro-Sud dove i picchi di obiezione sono impressionanti: in Molise (93,3 per cento), in Basilicata (90,2), in Sicilia (87,6), in Puglia (86,1), in Campania (81,8), nel Lazio e in Abruzzo (80,7). Anche tra il personale non medico la crisi di coscienza galoppa sino all’89,9 per cento del Molise e l’85,2 della Sicilia… Insomma, praticare l’aborto è diventato, soprattutto ma non solo per le donne meridionali, un percorso a ostacoli e contro il tempo, con l’eventualità di dover percorrere anche ottocento chilometri per trovare una struttura pubblica che pratichi l’interruzione. Senza contare l’altra, pessima faccia della stessa medaglia: i farmacisti che “obiettano”, e quindi si rifiutano di vendere la RU484 (le italiane sono state le ultime nel mondo sviluppato a poterne usufruire), quella pillola che appena nel dieci per cento dei casi è usata negli ospedali perché solo in Italia c’è l’obbligo dei tre giorni di ricovero e i costi di degenza sono altissimi. E quindi l’aborto farmacologico è impresa quasi off limits in regime di day hospital, né è consentito nei consultori familiari e nei poliambulatori.

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Dice però la relazione della ministra della Salute, Beatrice Lorenzin, sullo stato di attuazione della 194 (è il documento, ottobre 2015, da cui son tratti i dati appena pescati e quelli che vengono ora) che gli aborti legali sono diminuiti: dai 102mila del 2013 ai 97mila del 2014. Se non che un’altra campana – quella non meno autorevole dell’Istituto superiore di sanità – ha una diversa e assai preoccupante intonazione stimando che ogni anno si compiono tra i 12mila e i 15mila aborti clandestini, e che quest’ordine di grandezza è oramai stabilizzato – né si può stabilire quante siano le immigrate, ma è immaginabile che siano tante se il loro peso è cresciuto in un decennio dal 7 al 34 per cento anche nelle sale parto ospedaliere. Che cosa significa? Che la prima e più naturale causa del classico ricorso alle mammane sta proprio nella difficoltà dell’accesso ai servizi ospedalieri e farmaceutici, soprattutto tra le immigrate e nel Centro-Sud dove è più diffusa la pratica sanfedista dell’obiezione di “coscienza”.

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Non a caso l’Italia è stata condannata da tempo per la mancata, piena attuazione della legge 194. Di più: è un monito rivolto anche a proprio all’Italia la risoluzione approvata esattamente un anno fa dal Parlamento europeo in cui si rivolge un appello ai Paesi membri perché “le donne possano avere il controllo dei loro diritti sessuali e riproduttivi, segnatamente attraverso un accesso agevole alla contraccezione e all’aborto”. Di tutto questo e d’altro ancora parla un’interrogazione a risposta scritta rivolta alla ministra della Salute dalle deputate Delia Murer, Roberta Agostini e Susanna Cenni. Sarà interessante leggere, quando sarà, la risposta di Beatrice Lorenzin. Non sarà, ne siamo certi, dello stesso inchiostro che avrebbe usato una campionessa della lotta contro la 194 e la pillola come la senatrice Eugenia Roccella, già radicale accanita, poi sottosegretaria alla Sanità in un governo Berlusconi, quindi alfaniana, infine (sino a questo momento) in un sottogruppo di destra. Da antologia il suo commento dello stato dell’arte, già due anni addietro: “Ciascun non-obiettore ha a proprio carico 1,7 interruzioni a settimana. Il suo carico di lavoro è molto basso…”. Insomma, si goda quella bella vita. Che vergogna, che insulto alle donne che hanno diritto al rispetto delle leggi dello Stato.

FRASCA

Giorgio Frasca Polara

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