Venezia, una nuova legge speciale. Non soldi ma autonomia normativa

MARA RUMIZ
Si è tornati a parlare, anche nelle pagine di questo giornale, di Legge Speciale.

Sono ormai anni che non arrivano più in città i fondi per la salvaguardia, se non per il MOSE: niente più per la tutela dei beni architettonici e artistici, per le opere di disinquinamento, per la salvaguardia del tessuto economico e sociale.

Ci sarebbe un grande bisogno di riprendere l’escavo dei rii, la manutenzione costante delle pavimentazioni, dei ponti, delle facciate degli edifici pubblici e privati, come sarebbe urgente rilanciare misure per la residenza e il sostegno dell’artigianato.

Sappiamo bene che a Venezia sono arrivati molti soldi, soprattutto negli anni ’80 e agli inizi dei ’90, e che non sempre sono stati utilizzati per opere strettamente connesse alla salvaguardia, per non parlare del MOSE e del suo strascico di corruzione, sperperi, interessi privati.

La situazione economica del Paese difficilmente consentirà grandi trasferimenti finanziari da Roma. Dallo Stato, però, dobbiamo pretendere, una nuova Legge Speciale che, più che mettere a disposizione denari, riconosca a Venezia autonomia nella definizione delle normative sul turismo, sul commercio, sulla residenza, sui trasporti che qui hanno caratteristiche affatto diverse, a volte addirittura opposte, a quelle che valgono per il resto del Paese.

Faccio degli esempi per farmi capire. Benissimo la liberalizzazione del commercio ma a Venezia, se non mettiamo dei paletti alla trasformazione dei negozi, rischiamo di vedere sparire del tutto i negozi di alimentari, di articoli casalinghi, le mercerie, le ferramenta, e avere solo botteghe di souvenir, spesso di pessima qualità e realizzati altrove, a discapito di quei bravi artigiani, fra cui parecchi giovani, che testardamente continuano o iniziano a lavorare qui.

Ancora: se la legge regionale per il turismo punta ad incrementare i flussi e va benissimo per Vicenza o Jesolo o Sappada, a Venezia costituisce un problema perché qui c’è bisogno di organizzare e qualificare la domanda turistica, non di incrementarla genericamente.

E, sul fronte della residenza, se mi preoccupa meno la trasformazione di un grande palazzo sul Canal Grande in albergo (anzi, a volte è l’unico modo per garantirne la conservazione, la manutenzione e persino la visibilità), mi inquieta molto la sottrazione degli appartamenti civili per trasformarli in alloggi temporanei per turisti. E le leggi sull’edilizia residenziale pubblica non corrispondono alle necessità di Venezia, che non può essere una città in cui possono vivere esclusivamente i ricchi e i poveri che possono usufruire dell’edilizia pubblica: c’è bisogno di interventi pensati per i giovani e per il cosiddetto ceto medio perché senza di essi una città non è più una città.

E a Venezia va riconosciuta autonomia impositiva perché è attraverso essa che si possono recuperare quelle risorse indispensabili per la salvaguardia della straordinaria città d’arte, d’architettura e d’ambiente che abbiamo ereditato e per la città normale, fatta di uomini e donne che lavorano e vivono, di bambini che vanno a scuola, di giovani che dopo avere studiano pretenderebbero di continuare o di venire a vivere qui e che costituiscono l’unica vera prospettiva.

mara rumiz

Mara Rumiz

 

 

Venezia, una (nuova) legge speciale per una città speciale di Michele Mognato

 

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