Trump benedetto dal voto cattolico

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GUIDO MOLTEDO
L’ascesa di Donald Trump, non più un fenomeno fulmineo, inaspettato come sembrava agli inizi, ma ormai punteggiato da un crescendo di solide conferme in parti diverse del paese, suscita ancora più sconcerto – rispetto a certi consolidati assunti della politica ancora in voga – quando si apprende che il suo successo è trainato anche, e con energia,  dalla spinta dell’elettorato cattolico.

Una spinta, peraltro, del tutto indifferente e sorda sia alle scomuniche lanciate contro il magnate newyorkese dalla destra cattolica sia alle parole esplicite di condanna pronunciate da papa Francesco contro il propugnatore di muri anti-immigrati.

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Finora l’attenzione di sondaggisti e politologi si era concentrata sugli evangelici, tradizionalmente uno dei blocchi elettorali più importanti della destra conservatrice e considerati determinanti nelle primarie repubblicane in molti stati rurali, specie del sud.

Incuriosiva l’evidente paradosso di un candidato come Trump – linguaggio scurrile, con esplicite allusioni sessuali, un miliardario che ha fatto soldi anche con case da gioco e club di striptease, divorziato, aperto a quell’emblema del demonio per la destra che è la Planned Parenthood – ecco, un tipo così – al cospetto di un elettorato che fa dei “valori” la sua bandiera e il banco di prova per i politici a cui dare sostegno – come avrebbe potuto fare breccia in quell’elettorato? Come avrebbe potuto avere i suoi voti, sottraendoli ai beniamini di quel mondo, Ted Cruz e Marco Rubio?

“Non vi è prova che una presidenza Trump promuoverebbe i valori evangelici; caso mai, è sempre più evidente che avverrebbe l’opposto. Eppure Trump continua a essere il candidato favorito tra gli elettori evangelici “, scrive su Public Discourse Nathan Schlueter.

Ma l’attenzione quasi esclusiva sul voto evangelico sembra aver finora impedito di sollevare le stesse domande a proposito del voto cattolico, che, a questo punto della corsa repubblicana, costituisce un caso anche più significativo di quello evangelico. Il sostegno degli elettori cattolici si sta infatti rivelando largo, convinto, diffuso e molto importante negli stati dove quel voto conta.

Su The Federalist, lo storico Korey D. Maas, dell’Hillsdale College, Michigan dedica una lunga e documentata analisi a quello che solo poco tempo fa sarebbe stato considerato un paradosso e che si aggiunge anche alla scarsa attenzione che è data ancora alla consistenza del voto cattolico (a parte la quota degli elettori latinos, trattati però dagli analisti più come blocco elettorale etnico che religioso).

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Maas cita l’esperto di relazioni religione-politica Brian Kaylor, che sul Washington Post sottolinea come, nelle scorse elezioni presidenziali, i cattolici costituissero più di un quarto degli elettori in Iowa, fossero più numerosi rispetto agli evangelici in Nevada e fossero più di tre a uno nel New Hampshire. Eppure, in queste primarie, gli exit poll repubblicani in tutti e tre gli stati proponevano solo una domanda a proposito della religione dei votanti, che riguardava gli elettori evangelici. Zero sui cattolici.

Tuttavia, exit poll a parte, ci sono anche altri indizi importanti sulla simpatia dei cattolici repubblicani per Trump. Secondo un rilevamento della Monmouth University, il sostegno cattolico per Trump è al trenta per cento nel New Hampshire (dove ha preso il 27 per cento del voto evangelico) e al 44 per cento in Iowa (dove solo il 22 per cento degli evangelici ha votato per lui). Nell’ultraevangelica South Carolina, dove un terzo degli evangelici ha votato per Trump, Monmouth valuta nel 42 per cento i cattolici che hanno fatto lo stesso. La Contea di Beaufort, l’unica a maggioranza cattolica dello Stato, è andata a Trump con il trenta per cento dei voti repubblicani. Nel molto più cattolico Massachusetts, a sostegno di Trump c’è un incredibile 53 per cento di cattolici, quattro punti in più rispetto all’appoggio che gode tra gli evangelici in quello stato.
Osserva il professor Maas: “I cattolici vedono con favore Trump più di qualsiasi denominazione religiosa nella lista Barna”, l’istituto di analisi e sondaggi più accreditato della galassia evangelica.

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Da un’indagine comparativa condotta da Barna sui principali contendenti repubblicani emerge che gli evangelici, di fronte a una scelta tra Trump e Cruz, scolgono quest’ultimo, mentre accade il contrario tra i cattolici, a cui non sembrano importare più di tanto i valori dell’impenitente Trump.
A Trump la maggioranza dei repubblicani cattolici dà credito non solo come candidato, ma anche come eventuale presidente. Secondo il Pew Research Center, il 54 per cento dei repubblicani cattolici sostiene che, se eletto, sarebbe un presidente buono o ottimo (a Cruz va il 52 per cento e a Rubio il 51 per cento.

Insomma, ragiona Maas, “nonostante l’attenzione ossessiva sull’infatuazione evangelica per Trump, che è certamente bizzarra, sono i cattolici repubblicani i massimi sostenitori di Trump, lo sono più degli evangelici”.

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Questa ondata di popolarità tra gli elettori cattolici investe anche il bacino democratico. Secondo un’indagine della Pew condotta nel 2014 (U.S. Religious Landscape Study), il 37 per cento dei cattolici americani è (o tende a essere) repubblicano, il 44 democratico. Ma, sostiene il sondaggista John Zogby, all’inizio dell’anno Trump era avanti rispetto a Hillary (in un eventuale duello a novembre) tra i cattolici, “un gruppo nel quale i democratici hanno vinto tutte le elezioni dal 1992 in poi”.

Questi dati indicano una sostanziale indifferenza sia ai richiami dei circoli di destra cattolici, che, sulla base dei suoi valori non negoziabili, considerano non votabile un personaggio come Trump, sia alle parole del papa, che lo considera “non cristiano” per aver più volte annunciato l’intenzione di costruire una muraglia anti-immigrati al confine col Messico.

La realtà è che “un enorme 76 per cento di repubblicani cattolici si dice a favore della costruzione di un muro al confine col Messico e il 61 per cento si dice d’accordo con il piano anti-immigrazione di Trump”, secondo quanto rileva il sondaggista Patrick Murray della Monmouth University.

Ora, secondo gli schemi d’un tempo, voltare le spalle al papa, voltarle (da parte di elettori democratici) al Partito democratico, avrebbe comportato uno slittamento verso le posizioni conservatrici. Ma questo non accade. Non essere d’accordo con un papa progressista, specie sul fronte sociale, e comunque molto riluttante a farsi risucchiare nelle dispute sui “valori”, non significa ascoltare i richiami di conservatori come i quaranta firmatari di “un appello ai nostri amici cattolici. E a tutti gli uomini e donne di buona volontà” pubblicato su The National Review, proprio alla vigilia delle importanti primarie in Michigan, vinte da Trump (e sul versante opposto da Bernie Sanders).

Il testo, primi firmatari Robert P. George e George Weigel, è una dura requisitoria nei confronti di Trump accusato di “volgarità, rozzezza, sconcertante ignoranza e, non esitiamo a dirlo, demagogia”. Peggio: Trump è l’opposto di quel i cattolici dovrebbero cercare in un leader. Trump è “unfit” a diventare presidente.
Si vedrà se questa sua capacità di attrarre consensi in campo cattolico troverà conferma in stati come la Florida la California – che portano un alto numero di delegati alla convention  di Cleveland –  stati nei quali la componente cattolica è rilevante ma coincide prevalentemente con la comunità ispanica, che in teoria dovrebbe preferirgli Marco Rubio, senatore di quello stato, o Ted Cruz.

Sarà materia di ulteriori approfondimenti il “voto religioso” – osservando anche le altre comunità oltre a quelle evangelica e cattolica – ma è indubbio che su Trump convergono consensi e simpatie che in molti casi non hanno molto a che fare con il suo messaggio, ma piuttosto con una forza attrattiva e carismatica che trascende le parole dei suoi discorsi, e tiene in ombra anche le sue continue contraddizioni e giravolte. I “valori”, comunque declinati, sono in secondo piano rispetto agli interessi di strati rilevanti di elettorato, di fedi diverse, che li sentono più tutelati e rappresentati da Donald Trump che da politici di professione come tutti gli altri contendenti repubblicani. E come Hillary Clinton, che di questi umori dovrà tenere conto, quando lo scontro finale sarà tra loro due.

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@GuidoMoltedo

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