Moravia. Novant’anni fa “Gli indifferenti”, tra crisi della borghesia e avvento del fascismo

MARIO GAZZERI

Gli Indifferenti rifiutato da tutti gli editori

“Entrò Carla; aveva indossato un vestitino di lanetta marrone con la gonna così corta, che bastò quel movimento di chiudere l’uscio per fargliela salire di un buon palmo sopra le pieghe lente che le facevano le calze introno alle gambe..”.

È l’incipit de Gli Indifferenti, romanzo che un diciannovenne Alberto Pincherle (che in seguito avrebbe preso il secondo cognome della famiglia paterna, Moravia) cominciò a scrivere tra il 1925 e il 1926, novant’anni or sono, e che avrebbe pubblicato tre anni dopo a sue spese non avendo trovato un solo editore disposto a rischiare per un romanzo giudicato troppo moderno, incapace di assicurare un rientro economico all’investimento editoriale. È, come è noto, la storia di una rovina morale, ancor prima che economica, di una agiata famiglia della borghesia romana dove invidie, tradimenti, avidità e bassezze, sembrano essere lo specchio di un’indifferenza, di una anestesia etica che ha cancellato valori familiari, sociali e morali e che conduce alla rovina salvando solo le apparenze della maschera borghese.

Spietato ritratto della borghesia romana e dell’Italia fascista

Ma è anche il ritratto di un’Italia che sta dimenticando in fretta l’omicidio di Giacomo Matteotti, rapito e ucciso nel ’24 da una banda di squadristi agli ordini di Amerigo Dùmini, e si avvia in un clima di silenzioso consenso verso una narcosi collettiva, verso una indifferenza che sfocerà nel conformismo della borghesia e nel mutismo delle classi lavoratrici nei confronti della dittatura mussoliniana. Non a caso, tra i libri di maggior successo di Moravia, spiccano titoli come Gli Indifferenti, Il Conformista fino a La Noia. La consapevole abdicazione alle responsabilità individuali e collettive sembra essere il leitmotiv, il motivo conduttore dei suoi romanzi, soprattutto i primi, in cui si notano influenze gidiane e del primo Sartre.

In un’Italia governata da un regime che piegherà le importanti teorie di Giovanni Gentile sullo Stato etico ai propri fini ed interessi, Moravia si isola, non si occupa di politica, cosa che gli verrà in seguito rinfacciata soprattutto dopo la rovinosa caduta del fascismo e la sconfitta finale allorché gli intellettuali allineati nel Ventennio sembrarono dimentichi del loro stesso silenzio.

Quando scrisse Gli Indifferenti, capolavoro assoluto della letteratura del novecento italiano, Moravia era un giovanissimo scrittore sofferente nel fisico e nell’anima per la grave tubercolosi ossea di cui soffrì fin da bambino e che lo costrinse a passare lunghi periodi in sanatorio nell’Alto Adige. Da lì il suo incedere claudicante, la sua eterna espressione scontrosa e arcigna che non lo abbandonerà mai e il suo disincanto che lo porterà ad esprimersi in modo antitetico rispetto all’intellighenzia del dopoguerra. “Non mi occupavo di politica, non sapevo nemmeno che esistesse il fascismo, allora. Leggevo scrivevo e basta…”, disse in un’intervista negli anni Cinquanta. Era però consapevole di come “la coscienza morale si fosse a quei tempi incallita al punto in cui gli uomini, muovendosi per solo appetito, tendono sempre più ad assomigliare ad automi”, dirà in seguito.

Collusione col fascismo?

Ma le accuse più gravi da parte dei critici, e dei suoi interessati detrattori, riguardano i contatti indiretti, ma a volte non solo, che Moravia ebbe con le alte cariche del regime durante il Ventennio. Scrisse una lettera a Mussolini e incontrò più volte il ministro degli esteri e genero del Duce, Galeazzo Ciano, chiedendo che non gli fosse impedito di scrivere per alcune riviste e che fosse revocato il divieto di pubblicazione per due dei suoi romanzi. Il Duce, ovviamente, non rispose ma con Ciano, amico di molti intellettuali e della prima amante di Mussolini, l’ebrea Margherita Sarfatti che sarebbe stata sostituita nei favori del Capo dalla povera Claretta Petacci, ebbe più fortuna. Ciano, amico personale degli ambasciatori francese e britannico a Roma e fortemente ostile al regime hitleriano, poteva permettersi il piccolo lusso personale di dire la sua in fatto di cultura così come Giuseppe Bottai assieme al quale ebbe aspri scontri con i fedelissimi, ortodossi guardiani del regime Achille Starace e Roberto Farinacci, tra gli altri.

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Soggiorno di Casa Moravia (http://www.casaalbertomoravia.it/)

Moravia ebreo ma non da parte di madre

Forse però, come ricordava Enzo Siciliano, fu una sola frase a inchiodare Moravia alle sue presunte responsabilità. Fu quando lo scrittore, a propria difesa dopo la sciagurata promulgazione delle leggi razziali, scrisse in una lettera a Mussolini di essere “ebreo solo da parte di padre ma non da parte di madre”. “Si è per ortodossia ebrei solo per parte di donna”, spiegava nella missiva. Una frase, questa, che gli fu severamente rinfacciata in seguito da Giorgio Bassani, l’autore ebreo ferrarese del Giardino dei Finzi Contini arrestato dai repubblichini nel periodo di Salò. Ma Siciliano lo assolve. “Una ingenuità dettata dalla paura e dell’angoscia, che non sono cose di poco conto”, scrisse.

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Mario Gazzeri

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