La vicenda Lula e la doppia crisi del Brasile

LIVIO ZANOTTI
“Ho pensato che fossero angeli, adesso pare che siano solo ladri”, mi ha detto delusa e infastidita l’altra sera a cena un’anziana magistrata penale brasiliana, a proposito degli scandali che in Brasile insidiano pesantemente l’ex presidente Lula, l’attuale, Dilma Rousseff, e buona parte dell’establishment nazionale. Su diversi giornali, il premio Nobel per la letteratura Mario Vargas Llosa, che nei suoi romanzi ha indagato il volto oscuro del potere offrendoci tante avvincenti emozioni, non sa trattenere il suo esultante compiacimento per le crescenti difficoltà giudiziarie di Lula e Dilma (“…il populismo demagogico precipita finalmente in tutta l’America Latina!”).

Lo scrittore dimentica i numerosi, altri grandi nomi di diversi partiti e dell’alta società già coinvolti e incarcerati, che con il populismo demagogico sembra abbiano al più concluso affari, frequentemente loschi. La giustizia brasiliana ha appena condannato a una pena impressionante – 19 anni di carcere – Marcelo Odebrecht, 47 anni, già detenuto da molti mesi, maggiore azionista e amministratore della società di ingegneria e costruzioni più grande dell’America Latina. Somma 165mila dipendenti e cantieri fin in Africa e negli Emirati Arabi. Il tribunale lo ha ritenuto colpevole di aver comprato appalti fin dal 2003 da dirigenti dell’ente petrolifero nazionale – Petrobrás -, passandogli in cambio tangenti per più di sessanta milioni di dollari.

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Sede della Petrobras a Rio de Janeiro

La corruzione è un flagello planetario che affligge i gruppi dirigenti più disparati: politici, finanziari e industriali. L’equazione miseria pubblica-ricchezza privata, denunciata già nella Milano del 1500 da Margherita d’Austria in persona e ricordata dallo storico Federico Chabod, ai nostri giorni è diventato un “modello di sviluppo” della polarizzazione sociale. Il clamore maggiore lo suscita però nei paesi economicamente emergenti (per l’immensità delle dimensioni, nel caso del Brasile -ottava economia del mondo- sarebbe più esatto parlare di continente emergente), perché il loro recente dinamismo genera trasferimenti di ricchezza particolarmente rilevanti e visibili.

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Sebbene siano trascorsi molti anni, ho presente fin nei dettagli uno degli incontri faccia a faccia avuti con Luiz  Inácio da Silva, detto Lula. Autunno australe 2002: eravamo in una sala del vecchio ma ancora elegante hotel Gloria a Rio de Janeiro. Davanti a noi due bottiglie di acqua minerale e sullo sfondo la baia più bella del mondo, già allora inquinata dagli scarichi abusivi. Lui era al suo terzo tentativo di conquistare la presidenza della Repubblica e non sapeva che sarebbe stata quella buona. Molti ne dubitavano e non ne facevano mistero, a cominciare dai grandi organi di stampa e dalle tv. I due precedenti fallimenti pesavano perfino all’interno del PT di dove arrivavano echi di scetticismo.

Aveva appena avuto un ruvido scambio di vedute con il suo alleato Leonel Brizola, un dirigente storico della sinistra brasiliana che per il governatore di Rio aveva scelto però di sostenere un candidato diverso da quello di Lula. Appariva con ogni evidenza nervoso. Il suo consigliere politico di fiducia, José Dirceu, ex leader studentesco divenuto a fine anni Sessanta guerrigliero per combattere la dittatura militare, un tipo avventuroso, intelligente e assai sicuro di sé, mi faceva una lezione di tecnica elettorale che anche Lula ascoltava come se non l’avesse mai sentita prima. Forse per rassicurarsi un po’, oppure perché in quel momento non aveva altri impegni.

“Le dico che Lula vincerà e sarà uno scandalo inaudito per quella parte del paese che vede con orrore un povero operaio metalmeccanico, al quale manca pure il dito di una mano, entrare dalla porta principale al Palácio do Planalto con fanfare e picchetti d’onore schierati”, concluse Dirceu. Rimarcava il carattere quasi antropologico-culturale, anzi razzista prima che politico della contesa. E non mancava di argomenti. Non solo Lula varcò quella porta di accesso alla massima magistratura del paese, ma vi restò per due mandati presidenziali e fu anche il primo a restaurare l’intero edificio disegnato trent’anni prima da Oscar Niemeyer con linee semplici, leggere: “perché – fece osservare il celebre architetto – le istituzioni dello stato non devono intimorire, bensì accogliere il libero passo d’ogni cittadino.

Quel restauro resta una metafora delle ben più profonde riforme apportate da Lula al Brasile, ammodernandolo e imprimendo al gigante addormentato della sua poesia patriottica un dinamismo inedito, celebrato poi da tutti i governi occidentali, dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale. Niente affatto preoccupati dalla sua politica estera, allineata agli altri governi sudamericani del populismo demagogico (Argentina, Venezuela, Ecuador, Bolivia) per dirla con Vargas Llosa, il banking internazionale ne fece il suo beniamino anche perché i tassi d’ interesse disposto a pagare erano straordinariamente lucrosi.

Ancora oggi, pur augurandogli ogni giorno le fiamme dell’inferno, Folha e O Estado, i due massimi giornali della grande borghesia imprenditrice brasiliana, non disconoscono la straordinaria crescita economica ottenuta nel corso degli anni di Lula Presidente (e difficilmente potrebbero farlo senza smentire se stessi: scripta manent…). Dell’acronimo BRICS, a cui per un decennio e fino a ieri banchieri, economisti e governi del mondo intero hanno affidato il ruolo di eroe salvifico della claudicante economia globale, la prima lettera è la B di Brasile (seguito da Russia, India, Cina e Sudafrica).

Quasi unica rimasta a protestare la politica di Lula anche con frequenti e massicce manifestazioni di strada era la sinistra del suo partito, il PT (Partido dos Trabalhadores), sospettosa di tanti siffatti elogi e insoddisfatta della prodigiosa ma pur sempre parziale e insufficiente inclusione sociale realizzata dai suoi governi (programmi come Fome Zero, lotta alla povertà e alla disoccupazione hanno riscattato decine di milioni di persone dalla sottoalimentazione cronica e dall’emarginazione totale). La buona politica, replicavano però gli ultra-riformisti del PT, trova i suoi ideali nel brutale realismo della vita quotidiana, facendosi interprete dei bisogni prioritari individuati nella società.

Nei corridoi di Brasilia, nei salotti riservati di San Paolo, nei superattici di Ipanema e Leblon a Rio e a Curitiba, la città che ha dato il via alla più estesa delle inchieste giudiziarie in corso, terza economia industriale del paese, la parola corruzione veniva evitata, ma più per uno spontaneo esorcismo che per bon ton. Nessuno ne ignorava il protagonismo nei rapporti politica-affari. Tutt’altro che inedito, del resto. Al più, qualche raro spregiudicato vi alludeva rievocando scene tragicamente farsesche, come quelle degli animatissimi scontri tra militari dell’esercito nei Circoli Ufficiali degli anni Venti. In cui le accuse di spettacolari ruberie erano accompagnate da insulti sanguinosi non raramente conclusi in duelli tanto rumorosi quanto però incruenti.

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Nella sua Historia Militar do Brasil (Rio, 1968, pagg. 202-208), il generale Nelson Werneck Sodré, storico e docente prestigioso, documenta dialoghi degni di commediografi dadaisti o surrealisti e che invece esprimono fedelmente lo spirito delle èlites brasiliane dell’epoca.

Tenente Gwaier: ”Generale Setembrino, Vostra Eccellenza è un approfittatore e un ladro: nella campagna del Contestado ha rubato alla nazione migliaia di cruzeiros, ha firmato ricevute fantasmagoriche e lasciato i soldati a morire di fame”.

Generale Setembrino: Vostra eccellenza può provarlo?

Tenente Gwaier: Come no! È tutto documentato!

Ammiraglio Souza y Silva: Se il tenente fosse al posto del generale non aprirebbe bocca.

Tenente Gwaier: Non giudichi il mio criterio dal suo… Lei dorme tranquillo sui sontuosi regali che riceve dai fornitori della sua squadra navale. L’ ammiraglio De Matos, ufficiale degnissimo, arrivato alla base di Punta Galeao non ha trovato neanche una goccia dei quintali di carburante da lei ufficialmente acquistati e dichiarati…

Ammiraglio Sousa y Silva: Sono solo voci malevole…

Ammiraglio De Matos: Le accuse del tenente Gwaier sono più che fondate.

Generale Potiguars: Il tenente Gwaier è un calunniatore.

Tenente Gwaier: Sono presenti testimoni diretti: non calunnio nessuno. Sono Vostra Eccellenza e il generale Setembrino ad aver mentito spudoratamente quando hanno riempito di paglia 17 vagoni che avrebbero dovuto trasportare uniformi e ventimila paia di stivali per le nostre truppe, mai più visti in nessun posto del pianeta se non nelle di loro tasche fonde come gli oceani…

Quelli erano tempi in cui a dispetto della formale cerimoniosità tanto esibita (Eccellenza di qui, Eccellenza di là…), contrasti, crisi e conflitti di classe venivano affrontati con sanguinosi colpi di stato e insurrezioni. Pochi anni dopo i dialoghi appena riportati, il capitano Carlos Prestes divenne famoso per aver guidato una colonna d’insorti in una lunga marcia a cavallo attraverso mezzo Brasile, non meno epica di quella del leader cinese Mao Tze Dong. Fallì però il tentativo di suscitare una grande sollevazione popolare e fu costretto a cercare scampo in Bolivia. Rientrato clandestinamente in patria fu catturato e il dittatore Getulio Vargas consegnò la moglie, Olga Benares, ebrea di origini tedesche, a Hitler. I nazisti la rinchiusero in un campo di concentramento dove trovò la morte in una camera a gas.

Foto oficial do presidente Fernando Collor de Melo.

Fernando Collor de Melo presidente del Brasile dal 15 marzo 1990 al 2 ottobre 1992

Più vicino ai tempi nostri, altrettanto corrotti senza essere meno crudeli, il presidente conservatore Fernando Collor de Melo è stato costretto a dimettersi nel dicembre 1992, dalla minaccia di impeachment che il congresso stava preparando. Era stato eletto appena due anni prima, dopo 23 anni di dittature militari e cinque di governi da quelle imposti (altro frutto avvelenato della guerra fredda). In campagna elettorale aveva promesso di eliminare la corruzione. Fece il contrario: la perfezionò attraverso il suo tesoriere personale, con la complicità della propria famiglia. Anche in quel caso il petrolio e i miliardi di Petrobras, furono all’origine dello scandalo, un po’ come l’abusata mela di Eva con Adamo.

La vicenda, come spesso accade, sembra il copione di una spy-story: donne affascinanti, appuntamenti segreti, morti misteriose e nondimeno eloquenti. A tradire Collor fu proprio la famiglia: il fratello raccontò alla magistratura inquirente ogni dettaglio della trama corruttiva. Lo scandalo assunse toni da telenovela e il Brasile non spettegolò d’altro per molti mesi. Condannato e poi salvato da un indulto, il tesoriere del presidente dimissionario, Paulo César Farias, tornò a una vita più riservata ma nuovamente libera e confortevole. Se non che pochi mesi più tardi fu trovato ucciso a colpi d’ arma da fuoco nella sua casa al mare. Accanto a lui, anch’esso trafitto dai proiettili di un’automatica, il cadavere della giovane compagna, Suzana Marcolino. Non se n’è più saputo niente.

Lula e o Povo

Lula e o povo, il popolo

Di un decennio addietro, è il terremoto del cosiddetto mensalao, che il linguaggio popolare italiano tradurrebbe in stipendione. Vale a dire la cospicua bustarella che oltre al compenso ufficiale niente affatto trascurabile, non tutti ma certo un gran numero di parlamentari alleati e dell’opposizione ricevevano ogni mese in un segreto denso di sussurri e ammiccamenti. Numerosi accusati ma anche qualche accusatore, incluso il più accanito, che offeso per non vedere pienamente soddisfatte le sue pretese preferì perdere se stesso pur di ottenere la condanna degli altri, hanno ricevuto pene rilevanti. La caduta più fragorosa fu quella di José Dirceu, divenuto al seguito di Lula l’uomo più potente del Congresso. Era l’incaricato di garantire in ogni modo al Presidente la maggioranza necessaria a far passare le sue leggi. Ha assolto il compito senza grandi remore, terminando però in carcere l’invidiata carriera.

Per le istituzioni fu un bombardamento micidiale. Anche il PT di Lula ne restò profondamente lesionato, una spaccatura trasversale dagli ultra-riformisti ai radicali delle varie sfumature divise il partito. Ma a tutti fu chiaro che si erano lasciati fagocitare dal sistema. I fatalisti spiegavano che era una lotta voto vs. mercato, come dire pubblico contro privato. Il primo vale un punto e mezzo del PIL, tanto quanto all’ incirca sommano in moneta sonante gli investimenti dello stato e delle amministrazioni locali in Brasile e in ciascun altro paese del Sudamerica. Le imprese del secondo competono sgomitando senza preoccuparsi molto delle forme, al fine di accaparrarsi quanti più appalti possibili alle condizioni migliori. La contiguità nella partecipazione agli investimenti e nella loro gestione avrebbe portato la corruzione.

Opposto il punto di vista dei volontaristi, per i quali il nocciolo della questione risiede nella mancata riforma della società brasiliana. I governi di Lula e ora quello di Dilma non hanno ammodernato l’amministrazione pubblica, né i protocolli delle imprese di stato. Si sono limitati a una più equa redistribuzione delle risorse, attraverso modalità paternalistiche che invece di rafforzare la democrazia dei controlli hanno protetto le vecchie burocrazie restando infine coinvolti nella corruzione generale. La caduta dei prezzi del petrolio ha fatto scoppiare la bomba, che però era innescata da tempo.  Sia pure ridotti a una sintesi schematizzata, questi sono i termini del dibattito interno.

Ora Lula dice:“La gente umile cammina a testa alta e anch’essa ha il diritto di mangiare carne buona. A me danno 200mila dollari per una conferenza! Cosa c’è di male? Tutti possono, meno un merdoso metallurgico…”. Ho domandato a un dirigente del PT se questa non fosse una retorica un po’ attardata. Mi ha risposto che gli avversari del PT temono davvero che Lula possa nuovamente presentarsi alle future elezioni, tra un paio d’anni e vogliono disfarsi di lui perché è un candidato vincente. “Lula non è Giulio Cesare, ma qualche Bruto si può trovare anche in Brasile”, ha concluso. È modo di esporre la nota tesi di una giustizia a orologeria. Di certo il Brasile soffre una doppia crisi, politica ed economica, ciascuna esaspera l’altra e l’ esito delle vicende giudiziarie determinerà una svolta storica.

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Livio Zanotti

http://www.ildiavolononmuoremai.it

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