Matteo l’usurpatore e l’amalgama antirenziano

untitledGUIDO MOLTEDO
Partiamo da un paio di commenti postati ieri e oggi da Aldo Garzia su Facebook, dopo l’intervista di Massimo D’Alema a Aldo Cazzullo.

SOGNI E INCUBI. LA SINISTRA TORNERÀ INSIEME?
Sbaglierò, ma l’intervista al Corriere di D’Alema segna un punto di non ritorno. La critica a Renzi e all’attuale Pd è netta, preludio al “no” nel referendum costituzionale e a distinzioni nelle elezioni amministrative. Siccome la ditta è salda nelle mani dei renziani, lo scenario potrebbe diventare presto l’abbandono di chi non è d’accordo. Finito a quel punto il Pd, pezzi diversi di sinistra sarebbero costretti a tornare insieme. Su quale identità è tutto da vedere. Sogno o incubo?
[A corredo del commento una foto di D’Alema con Sergio Cofferati]

L’USURPATORE RENZI E I SUOI NEMICI
C’è un vulnus nell’elezione di Renzi: non faceva parte né della nomenklatura ex Ds né di quella ex Margherita. Ha vinto proprio per questo, ma in molti invece non hanno accettato il verdetto di primarie e congresso. Poi l’ex sindaco di Firenze si è mosso come un elefante, ignorando mediazioni e consenso fino a farne il suo stile da premier. Oggi è ritenuto a sinistra un tappo che deve saltare a qualsiasi costo. Prima o poi salterà. Tutti i cicli politici finiscono. Da dove e con chi si ricomincerà?
 [A corredo del commento D’Alema e Renzi insieme mostrano la maglia 10 di Totti (foto simbolo di un precedente conflitto, seguito da apparente riconciliazione in nome della Roma)].

Aldo Garzia, che conosce come pochi sia la storia dei comunisti italiani (anche nelle loro successive trasmigrazioni post-svolta) sia anche i più riposti meandri politici e psicopolitici di quell’universo, mette giustamente in primo piano la RAGIONE di fondo dell’ennesimo conflitto aperto nei confronti di Renzi. Matteo è considerato, fin dalla sua elezione (che ricordiamo ostracizzata con ogni mezzo nel corso di due competizioni primarie dall’establishment diessino nazionale e locale), un usurpatore.

È una parola molto forte, usurpatore. La sua valenza è politica ed esistenziale, e in questo caso lo è entrambe, e di eguale valore.
Fa bene Aldo a non circoscrivere il conflitto in corso al duello tra D’Alema e Renzi, perché è un conflitto che ha una storia ormai lunga e investe chi proviene dalle file del Pci (e successive “evoluzioni”) e chi proviene dalla Dc (e successive “evoluzioni”, con l’aggiunta di pezzi di provenienza laica, radicale e socialista, l’aggregazione della Margherita). Il Pd è stato il punto d’incontro di questi percorsi che mai è si è evoluto in partito. Tanto che oggi Aldo, e non è certo il solo, può evocare la scissione. Sembra si riascoltare le parole di Fausto Bertinotti alla riunione dei comunisti del Pds ad Ariccia nel 1993, la loro ultima, prima della scissione e dell’ingresso in Rifondazione: “i  merli con i merli, i passeri con i passeri”.

“Siamo un amalgama mal riuscito”, disse D’Alema nella direzione nel dicembre 2008 (segretario Veltroni).

Essì, ma perché non ha mai davvero funzionato, fin dalla sua fondazione, il partito che aveva l’ambizione di raccogliere l’eredità dell’Ulivo nella sua pluralità di forze diverse? Dietro l’idea di un partito coeso ma plurale, c’era fin dall’inizio il non detto secondo cui c’era un azionista di maggioranza (visto che un partito è stato ridotto a “ditta”, ha un senso dirlo), un azionista di maggioranza non solo per dimensioni e voti, ma per peso del suo gruppo dirigente, e anche della sua pretesa superiorità politica e morale e per la nobiltà delle sue ascendenze. Il non detto, insomma, era che i Ds annettevano la Margherita e gli altri piccoli partecipanti al patto, un gioco che è anche in parte riuscito grazie alla cooptazione di molti degli esponenti della sinistra cattolica, che un tempo sarebbero stati catalogati come catto-comunisti e che si trovavano stretti nel contenitore della Margherita.

Naturalmente, il timore fondato che l’operazione di annessione non sarebbe pienamente riuscita e che il Pd sarebbe prima o poi deflagrato aveva indotto pezzi rilevanti della vecchia filiera Pci-Pds-Ds a mettere al riparo l’argenteria di famiglia. La cassa. Invece di unire tutte le risorse economiche, finanziarie e immobiliari, molti soldi e beni del vecchio partito sono rimasti custoditi in fondazioni, che di culturale e politico hanno ben poco, ma sono forzieri sicuri (di qui l’altrimenti inspiegabile tracotanza di Ugo Sposetti, l’ultimo tesoriere dei Ds; e oggi anche su queste risorse potrebbe basarsi la rivincita di D’Alema).

Veltroni fu un caso diverso? Fino a un certo punto. Il “padre” del Pd si era fatto molti nemici, avendo aperto, anche ideologicamente, a chi era venuto dalle file della Margherita e ai prodiani, con l’obiettivo di costruire una maggioranza di stampo “democrat“, ma la sua, vista retrospettivamente, era una logica tutt’interna a una resa dei conti della sua componente o corrente con quelle più legate al filone post-comunista e alle regioni rosse e successivamente autoproclamatesi socialdemocratiche.

Così, la storia dell’amalgama mal riuscito aprì la strada alla segreteria Bersani. E lungo il percorso il Pd perse delle parti, come Francesco Rutelli, mal sopportato fin dal principio, non solo perché notoriamente indigesto alla sinistra, ma anche perché costantemente e testardamente teso a far valere la sua partecipazione di contraente fondatore del Pd.

È sempre stato evidente, questo tratto, nella componente piddina di derivazione Pci, (nelle varie formazioni e aggregazioni che si sono formate dalla Bolognina in poi). D’altra parte, era il tratto caratteristico che aveva reso impossibile, in precedenza, in altri tempi, un rapporto paritario tra Pci e Psi, per il timore, non infondato, da parte dei socialisti, che i comunisti erano animati da spirito di annessione, non puntavano a un’alleanza, a una relazione tra partner uguali, ma di subalternità nei loro confronti da parte del Psi.

Fino ad arrivare a Bettino Craxi, che addirittura tentò di rovesciare i rapporti di forza, lavorando esattamente come spesso avevano fatto i comunisti nei confronti dei socialisti, cioè cercando di acquisirne progressivamente dei pezzi (vedi il rapporto con i miglioristi).
Infatti, Bettino è stato più volte evocato come il “predecessore” di Matteo. Soprattutto in quanto a piglio decisionista. In realtà, se c’è qualcosa che  li accomuna sono la capacità e la determinazione di sfidare la pretesa egemonica dei comunisti e post, incardinato nel loro senso esibito di superiorità etica. [Tuttora usata come una clava politica (nonostante i ripetuti scandali che hanno colpito dirigenti ed esponenti di provenienza pci): si pensi a Maria Elena Boschi, messa alla gogna per aver messo nel suo pantheon Amintore Fanfani e non Enrico Berlinguer (sempre tirato fuori a sproposito ed evocato di tanto in tanto strumentalmente dopo che tutti, compreso D’Alema, l’avevano scaricato come un ferro vecchio per elogiare la “modernità” e il “riformismo” di Craxi). Già, ma perché mai lei, di provenienza cattolica e post-diccì, per giunta aretina come Fanfani, non l’avrebbe dovuto fare? Perché una volta nel Pd bisogna fare abiura, sottostare alla cultura politica degli azionisti di maggioranza della ditta? Abiurare alla propria fede per abbracciare la fede dei compagni. Ma il Pd non è la casa comune di diverse “anime”? Ed ecco la storia dell’amalgama mal riuscito. Ed ecco gli intrusi, gli usurpatori, i corpi estranei, che non c’entrano niente con la “nostra” storia e con la sinistra (già, perché la nostra storia e la sinistra sono sinonimi in questa vulgata)].

In nome di questa identità, parola che ormai ha un senso perverso unicamente di appartenenza tribale, addirittura etnica, si ritrovano insieme nemici di sempre nel nome del comune nemico, l’intruso Matteo: ma non è il segretario che ha portato il Pd nel Partito socialista europeo, cosa che i compagni che l’avevano preceduto non avevano voluto o saputo fare? Quello che ha zittito il cardinale Bagnasco e il suo arrogante avvertimento al parlamento italiano: chi l’aveva fatto prima? Quello che finora non ha fatto nessuna guerra, anche se c’è l’ossessione di vederlo già in marcia con gli scarponi, mentre tutti hanno allegramente dimenticato quella, vera, di D’Alema nella vicina ex-Jugoslavia, con il compagno Cossutta in maggioranza?

Tutto questo non per affermare che Renzi è di sinistra o un leader simpatico, il punto è che tutto è tranne che un abusivo nel Pd, dove ha la maggioranza, e sicuramente ha  carte in regola per meritare una battaglia politica limpida che sia davvero politica e non personale, con il sottotesto che è un usurpatore.
D’Alema non è certo nuovo a esternazioni di sfida. Anche lui da tempo corre il rischio di essere bollato come rancoroso, il termine di voga nella campagna che i dalemiani imbastirono contro Occhetto, per zittirlo e umiliarlo, svilirne le posizioni politiche e poterlo mettere fuori gioco per sempre. Politicamente può anche darsi che D’Alema si ritrovi con il cerino in mano, ma è lui ad averlo accesso; il rischio vero è che vada ancor più nel profondo, fine nella scissione, il senso della sua offensiva anti-Renzi, che è appunto quello del dagli all’usurpatore. L’unico amalgama che tiene insieme la galassia anti-renziana.

guido

@GuidoMoltedo

2 risposte a “Matteo l’usurpatore e l’amalgama antirenziano

  1. Ottimo l’articolo di Moltedo che chiarisce la storia di Gufi rancorosi e di Usurpatori, tutta interna alle dinamiche del maggiore partito italiano che si definisce(va) di sinistra. Unica nota: l’amalgama mal riuscito aveva due protagonisti ciascuno dei quali pretendeva l’egemonia, conclusa oggi con un chiaro vincitore che sta amalgamando con ingredienti ben diversi.
    Ma oggi non si tratta di delegittimazione dell’avversario, di simpatia o di antipatia, di usurpatori o altro, si tratta di contenuti duri e puri che hanno a che fare con la democrazia, il rapporto tra le classi sociali (si può dire?), i diritti, i poteri, i destini della nazione, la struttura delle nostre basi economiche, l‘ambiente: tutte cose sulle quali il governo Renzi/Alfano/Verdini fa delle politiche ben precise che andrebbero discusse nel merito e sulle quali c’è ovviamente un punto di vista di sinistra e un punto di vista di destra (esistono, esistono).
    A meno che ci si accontenti di dire, come direbbero Brugnaro o Erdogan o monsieur de La Palice: “se (al referendum) ci sono pareri diversi, si confrontano e prevarranno quelli che hanno più consenso, tutto qui”.
    Roberto

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  2. La lettura che fa Moltedo mi pare largamente condivisibile, da cui discende questo continuo mettere in discussione qualsiasi atto, decisione, provvedimento, legge etc.
    Senza voler “santificare” Renzi a me pare francamente che questa eterna, imperitura e indefessa battaglia verso l’usurpatore porti con sè persino più contraddizioni e incoerenze di quelle che si palesano nella promulganda riforma costituzionale e persino nel contraddittorio Italicum.
    La politica avrebbe voluto che, di fronte ad atteggiamenti positivi e non pregiudizialmente ostili, che riconoscessero la piena legittimità del segretario/premier e non invece la mettessero continuamente in discussione, forse (la controprova non c’è) qualche miglioria si sarebbe portata a casa; invece si è preferito lo scontro radicale, con il secondo fine, che in realtà è il primo e unico – delegittimazione, sconfitta e caduta – a fare da sfondo (speranza mal coltivata e peggio ancora gestita. Leggansi a questo proposito tutti, ma proprio tutti, i commentatori politici dei giornali di serie A).
    Il consenso di Renzi e del suo Governo si è stabilizzato su percentuali comunque ragguardevoli, anche se certamente non bulgare, e non c’è nulla di serio/solido/prospettico in alternativa.
    A me sembra che davvero tutte le mosse “antagoniste”, anti renziane, siano finalizzate a definire un “contro”, certamente non un “per”. E di solito non portano lontano. Anzi portano in sè la responsabilità della possibile sconfitta del centrosinistra. Di tutto il centrosinistra. Non si salva nessuno, come abbiamo avuto prove a iosa.

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