Robert Capa, l’immagine della Storia. Una mostra a S. Gimignano

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La Storia attraverso le sue foto

Ha raccontato le guerre del ventesimo secolo senza mai toccare una penna o una macchina per scrivere. Ma con le sue foto in bianco e nero inviate da Spagna, Normandia, Italia, Medio Oriente e Indocina, dove morì saltando su una mina nel 1954, ci ha fatto conoscere forse meglio di ogni libro di storia le guerre che hanno ritmicamente insanguinato la storia di quello che Eric Hobsbawm definì il Secolo breve. Al fotografo ungherese Robert Capa, il comune di San Gimignano, la Città toscana dalle cento torri, dedica ora una mostra (Galleria Raffaele De Grada fino al 10 luglio) con circa ottanta istantanee scattate quando, tra il 1943 e il 44, risaliva l’Italia al seguito delle truppe alleate.

Il caso della foto del miliziano spagnolo

Ungherese, ebreo (nacque a Budapest nel 1913 e il suo vero nome era Endre Ernoe Friedmann) lasciò la Germania, dove si era trasferito, al momento dell’ascesa al potere di Hitler nel 1933 trovando rifugio in Francia da dove poi cominciò la sua intensa carriera segnalandosi subito, nel 1936, per un’istantanea scattata per puro caso, come poi lui stesso confessò, vicino a Cordoba all’inizio della guerra civile spagnola.

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Sull’autenticità della foto che coglie con ineluttabile intensità l’attimo della morte di un miliziano colpito dal fuoco dei falangisti, nacque una polemica durata anni. Ma la foto non era “costruita”, artefatta come alcuni sostenevano. Si trattava di uno di una serie di scatti fatti da Capa senza ben guardare dove mirasse con l’obiettivo. Per ripararsi dal fuoco dello scontro in atto, il fotoreporter raccontò di aver scattato “alla cieca” tenendo la macchina sopra la testa, senza avere un’idea chiara di cosa stesse riprendendo. Il caso e la necessità, insomma, come diceva Jacques Monod, Nobel per la chimica.

La tentazione americana e il richiamo della guerra

Fu quella foto a procurargli da subito una fama internazionale. Bell’uomo, di tipo più decisamente mediterraneo che mitteleuropeo, Robert Capa si recò negli Stati Uniti al termine del conflitto spagnolo conclusosi con la caduta di Barcellona e la vittoria del falangisti del generalissimo Francisco Franco, aiutato con armi e mezzi da Hitler e Mussolini. In America lavorò senza contratto per vari giornali tra cui Life (il celebre settimanale fotografico che avrebbe dovuto arrendersi negli anni ’50 alla “sleale” concorrenza della televisione) che lo avrebbe assunto anni dopo quando, nel ’43, si trovava al seguito delle truppe americane sbarcate in Sicilia. Negli Usa aveva frequentato il mondo dorato del cinema intrecciando relazioni con attrici famose, Ingrid Bergman e Ava Gardner tra le altre. La tentazione di restare negli Stati Uniti, rich and famous, avrebbe forse per altri avuto il potere del richiamo di una sirena.

Sicilia, Normandia e Israele

Ma Capa era un fotoreporter di guerra. Un cronista della Storia. Non conosceva e non amava gli studi fotografici. Non era un ritrattista. Il suo copricapo era un elmetto. Il suo posto di lavoro il fronte. Il lavoro esterno, sul campo di battaglia. Lui, pacifista di natura, che ebbe un giorno a dire quanto avrebbe desiderato rimanere disoccupato se ciò avesse significato la fine dei conflitti. E così ripartì. Sicilia, Normandia e tre anni dopo la fine della guerra, appena fondata a Parigi l’agenzia Magnum assieme a Henri Cartier Bresson ed altri, Israele. Paese appena battezzato e attaccato, il giorno dopo la proclamazione di indipendenza sancita dall’Onu, dagli eserciti di cinque stati arabi.

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Le foto nell’Italia meridionale sono l’equivalente novecentesco dei Disastri della Guerra di Goya. Fame e rassegnazione si leggono sui volti dei civili tra le macerie di Palermo e di Napoli. Capa sente disgusto per tutto ciò e metterà per iscritto un suo ricordo:” …quel paese era completamente in rovina. I tedeschi in fuga abbandonavano dietro di sé molti italiani feriti o morti… eravamo stanchi, disgustati. Pensavo che non avesse alcun senso questo combattere, morire e fare foto. La guerra, noiosa e poco spettacolare, è un inferno che gli uomini si sono creati da soli”.

Il D Day, 6 giugno 1944, il Vietnam, la fine

Se tra le commoventi, drammatiche, pre-neorealiste foto scattate da Capa in Sicilia e a Napoli tutti ricordano la celebre foto di Sperlinga (un atletico ufficiale americano accovacciato a terra mentre ascolta un povero, vecchio pastore che gli indica col bastone la strada per un paese vicino), l’istantanea del marine Usa che sta per sbarcare su una spiaggia della Normandia il 6 giugno del ’44, divenne l’emblema stesso dell’operazione Overlord. La foto risulta poco chiara, mossa, forse per un tremore di paura alle mani di Capa come alcuni sostennero, circostanza che lui non smentì mai.

Dopo la guerra documentò le sofferenze di israeliani e palestinesi nel conflitto del ’48 e quindi, sei anni dopo fu, in Indocina dove i francesi stavano per subire l’umiliante, disastrosa sconfitta di Dien Bien Phu. Fu il suo ultimo servizio. In un certo senso, Capa fotografò la sua morte. Seguendo un reparto di fanti francesi, vicino a Thai Binh, volle spostarsi su un terrapieno laterale per scattare fotografie ad apertura d’obiettivo più ampia. Ma su quel terrapieno lo attendeva il destino sotto forma di una mina antiuomo posta dai Viet Minh. Capa morì all’istante. Dalla sua macchina fotografica, fu estratto il rullino con le foto scattate pochi istanti prima. Era il 25 maggio del 1954.

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Mario Gazzeri

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