“… Sì, confermo, il presidente Moro sequestrato… sì tutta la scorta ammazzata…”

GIORGIO FRASCA POLARA
Alcune corone di fiori alla lapide in via Fani (il luogo dell’assalto brigatista), qualche ricordo sui giornali, e anche il trentottesimo anniversario del sequestro di Aldo Moro (e dell’uccisione dei cinque uomini della sua scorta) sarà passato.

Tra cinquantacinque giorni, quando sarà il momento della ricorrenza dell’assassinio del leader dc, altre corone in via Caetani (dove il cadavere fu abbandonato nel bagagliaio di una Renault rossa), ed è fatta: ci si rivede l’anno prossimo. No, quanti – tra i più giovani, soprattutto – sanno o ricordano in quale contesto maturò l’affaire Moro? Per alcuni, i più anziani, si tratta di vicende forse scontate; per altri, i più oramai, contribuirà forse al disvelarsi di qualche aspetto meno noto di quella complessa e difficile partita che andò sotto il nome di Solidarietà nazionale. È opportuno dunque ricordare alcune fasi di questa tragedia – che ha inciso così profondamente nelle vicende politiche del ‘900 italiano – con qualche vivido ricordo che s’intreccia con altri rilevanti momenti di quella stagione.

Sono dunque le nove e un quarto del 16 marzo 1978 quando sto entrando alla Camera dove tra poco Giulio Andreotti presenterà il suo nuovo governo (il quarto) in cui il Pci, se non diventava, per opposizione dc, forza di governo, per la prima volta però entrava a far parte formalmente della maggioranza. In quel momento, ad un angolo del portone principale di Montecitorio gracchia la radio di una moto della polizia: “…Sì, confermo, il presidente Moro sequestrato… sì tutta la scorta ammazzata…”. Non verifico, non aspetto conferme. Correndo, rischio di rompermi l’osso del collo sugli otto gradini che dall’atrio della Camera portano alla sala stampa. Afferro il primo telefono sottomano e chiamo sul diretto Alessandro Natta, allora presidente dei deputati Pci. Sapevo che stava discutendo a quattr’occhi con il segretario del partito, Enrico Berlinguer. Do l’allarme. Ma Natta, assolutamente incredulo, mi manda al diavolo. Richiamo: questa volta Natta usa parole dure nei miei confronti. E le ripeterà ancor più violente ad una terza mia chiamata: rifiuta persino l’idea di quel che è accaduto, insiste nel ritenere il mio uno scherzo di pessimo gusto. Riattacco, piombo sulle telescriventi che, scampanellando, già battono i primi flash sull’agguato: non c’erano ancora i videoterminali, ed il segnale delle grosse notizie era dato da un inconfondibile trillo. Strappo le prime righe dell’Ansa sull’assalto di via Fani e salgo su di corsa verso lo studio di Natta.

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La notizia è destinata a sconvolgere l’Italia, ma anche a condizionare gli orientamenti del gruppo dirigente del Pci. Non a caso Berlinguer era giunto quella mattina molto presto alla Camera. La solita, grossa mazzetta dei giornali sotto il braccio, era apparso scuro in volto mentre raggiungeva lo studio di Natta per un colloquio assai delicato (e quanto lo fosse testimonierà la nervosa reazione alle mie telefonate). Fatto è che, qualche ora prima, Andreotti aveva dato gli ultimi ritocchi – non concordati con il principale partner in maggioranza – alla lista dei ministri, includendovi nomi molto discussi. Era rispuntato il doroteo Antonio Bisaglia, poi affogato in circostanze misteriose. Riecco l’economista Gaetano Stammati, di cui si scoprirà l’iscrizione alla P2 di Licio Gelli. E, ancora, l’ex segretario della Cisl Carlo Donat Cattin, feroce anticomunista e padre di un terrorista assassino.

Inevitabile e sacrosanta l’irritazione di Berlinguer e Natta, e incertissime le conseguenze di quell’operazione. Era nell’aria la convocazione di una riunione d’emergenza della direzione comunista subito dopo l’esposizione programmatica di Andreotti per decidere l’atteggiamento del Pci: inghiottire il rospo? o abbandonare la maggioranza e far saltare il governo ancor prima della fiducia? C’erano opinioni diverse nella direzione: i cosiddetti miglioristi, per esempio, erano contrari a far saltare il tavolo. Ma, se la situazione non fosse precipitata nel dramma, ho fondato motivo di ritenere che il Pci avrebbe preso cappello. Non lo fece appunto in seguito al sequestro e alla strage in cui perirono i due carabinieri Oreste Leonardi e Domenico Ricci, e i tre agenti di scorta: Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi.

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Raffaele Iozzino, Giulio Rivera, Oreste Leonardi, Francesco Zizzi, Domenico Ricci

E già un quarto d’ora dopo l’allarme un’altra decisione era stata presa nello studio di Natta che intanto s’andava affollando di dirigenti del partito e dove Enrico Berlinguer taceva, il viso contratto e di un pallore che non dimentico. Questa la decisione: proporre agli alleati che le Camere votassero la fiducia nel volgere di poche ore, nella stessa giornata, perché un governo nella pienezza delle sue funzioni potesse in qualche modo fronteggiare la più grave emergenza degli anni di piombo, forse la più grave di tutto il dopoguerra.

Le consultazioni con gli altri partiti erano ancora in corso (e condussero comunque ad un rapido insediamento del governo) quando, in un angolo del grande tavolo di lavoro di Natta, Berlinguer aveva cominciato a vergare con una biro su grandi fogli bianchi e porosi, quelli da ciclostile, l’intervento che avrebbe pronunciato di lì a poco in aula. Subito un primo giudizio sull’attacco “ad una delle personalità più eminenti della vita politica”, ma anche le pesanti riserve sulla composizione del governo “superate solo dalla inattesa, drammatica emergenza”. E, proprio di fronte a questa emergenza, “tutte le energie devono essere unite perché l’attacco eversivo sia respinto con il vigore e la fermezza necessari e con saldezza di nervi”: non solo le destre invocavano il ripristino della pena di morte, ma persino il repubblicano Ugo La Malfa. Da qui la decisione di porre il governo nelle condizioni di esercitare i suoi poteri, tanto più che, “sia pure faticosamente e in modo non pienamente adeguato alla situazione (…) ha prevalso la linea della solidarietà”.

Berlinguer precisò subito il senso di quel sia pure: non solo “l’opposizione della Dc ha impedito che la crisi si concludesse con la costituzione di un governo di unità nazionale e democratica di cui facesse parte anche il Pci”, ma per giunta si è costituita una compagine che “per il modo in cui è stata composta suscita la nostra severa critica e seri interrogativi e riserve”. Con quelle parole già si apriva una nuova difficile pagina: i terribili 55 giorni della prigionia di Moro, il suo assassinio e l’abbandono della salma in via Caetani, la lenta consumazione dell’esperienza della solidarietà nazionale. Ma questa è un’altra storia. (Chi voglia rileggere i tagli e soprattutto le ampie correzioni manoscritte di Berlinguer al testo dell’intervento preparato prima del tragico precipitare della situazione, consulti i Discorsi parlamentari del leader comunista èditi dalla Camera dei deputati.)

RESOCONTO DELLA SEDUTA DELLA CAMERA DEI DEPUTATI DI GIOVEDI 16 MARZO 1978

FRASCA

Giorgio Frasca Polara

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