Venezia e il ghetto. Conversando con Riccardo Calimani

CLAUDIO MADRICARDO
Che Riccardo Calimani non abbia bisogno di presentazioni per quanto attiene la sua figura di scrittore di storie d’ebrei, conosciutissimo in Italia e, tramite le traduzioni, in molte parti del mondo è a dir poco lapalissiano. Non si contano i titoli che ha sfornato nel corso di decenni dalla sua fortunatissima “Storia del Ghetto di Venezia”. Consegnando alle stampe lavori che hanno contribuito a far conoscere a un pubblico vastissimo storie altrimenti condannate all’oblio. Tanto che non sembra quindi azzardato affermare che egli, in un mix magico che accosta il nome di Venezia alla storia del popolo ebraico, abbia concorso a far sì che quei luoghi narrati nelle sue pagine fossero anche salvati dal declino e potessero vivere un nuovo presente.

Sfuggono però a un normale lettore che non abbia avuto la ventura di essersi almeno una volta imbattuto nell’uomo Calimani tutte quelle sfumature che provengono dalla sua persona. E sono tante. Dall’apparente ruvidezza del tratto, innanzitutto. A una certa sbrigatività nel comportamento che a poco a poco cangia in giovialità e calore umano. Allo sguardo sempre attento e divertito. Percorso da curiosità e autoironia che non l’abbandoneranno per un solo istante durante tutta la nostra lunga conversazione. Buona parte della quale è stata condotta in un veneziano elegante che è un vero peccato non poter riproporre. In cui Riccardo Calimani ha spaziato a ruota libera, dalla Germania del dopo fatti di Colonia e dei risultati delle recenti elezioni tedesche. Con le ombre oscure che sembrano proiettare sugli scenari europei e gli incubi di un passato mai dimenticato. Agli aneddoti della sua vita e ai destini della città dove vive e che gli sta a cuore. Tanto da essere stato recentemente chiamato dal New York Times il Doge ebreo, definizione che ha divertito moltissimo il nostro interlocutore. A questa conversazione, svoltasi nella grande stanza che ospita la sua biblioteca che conta venticinquemila volumi, ha partecipato anche Guido Moltedo. Di seguito la sintesi delle tematiche discusse che hanno per oggetto Venezia e il suo Ghetto.

Tu hai lavorato molto sia sugli ebrei italiani sia su quelli veneziani. Esiste una specificità degli ebrei veneziani rispetto agli altri correligionari del nostro paese?
Ho scritto la “Storia del Ghetto di Venezia” trent’anni fa e devo dire che mi sono stupito che se ne accorgano adesso perché cadono i cinquecento anni della sua apertura. Quando proposi il mio libro la prima volta, tutti mi dissero che era un argomento che non interessava nessuno. Dopo di che il libro si è venduto per tanti anni e ora tutti sembra che se ne occupino.

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Il Ghetto di Venezia è importante per due motivi. In primo luogo perché è a Venezia. E Venezia rende tutto speciale. In secondo luogo il Ghetto è nato e si è strutturato nei decenni all’inizio con la nazione todesca i cui membri erano prestatori. Facevano cioè attività bancaria ed erano obbligati a prestare, pena l’allontanamento dalla città. Poi con i levantini che erano mercanti che avevano grandi legami internazionali.

Erano gli spagnoli cacciati dalla Spagna nel 1492. Quindi con i ponentini che erano marrani cattolici in Spagna che una volta giunti in Italia avevano riabbracciato l’ebraismo. In pratica erano tre gruppi diversi per lingua, mentalità e cultura che una volta messi nel Ghetto hanno saputo dare una fusione particolarmente interessante. Sono stati uno strumento importante nelle mani della Serenissima Repubblica soprattutto da un punto di vista economico. Il Ghetto nasce come privazione della libertà ma poco a poco all’interno si crea un regime giuridico di massima libertà.

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Tanto da potervi trovare con facilità i libri messi all’Indice. Lo stesso Paolo Sarpi, servita e consultore in jure della Repubblica lo frequentava.
Certo. Ma perché questo? Perché la Repubblica faceva un accordo duro sulla condotta degli ebrei, ma lo rispettava. Tanto che non li ha mai espulsi per trecento anni. La condotta era un accordo duro e non di tolleranza, ma si basava sul reciproco interesse.

Quali fonti e archivi hai studiato nelle tue ricerche?
Essenzialmente le opere già uscite come prima base. Dato che mi mancava tutta la parte relativa al ‘700 che non era mai stata stampata, sono andato in cerca di fonti dirette come tutti gli atti emessi dalla Serenissima nei confronti del Ghetto. Quindi materiali originali. Io non sono uno storico di professione, sono un curioso di professione. Il che mi ha permesso una libertà di ricerca che gli storici non hanno. Mi spiego meglio. Gli storici studiano un periodo di trent’anni. Io invece ne ho studiato uno di trecento. Se fossi stato uno storico probabilmente non mi sarei messo a scrivere su un periodo così lungo.

Difatti gli storici accademici non ti considerano uno della professione.
E hanno ragione. Siccome poi io vendo anche molti libri…

Provano una certa invidia.
Ho pubblicato una ventina di libri con Mondadori. Ho scritto un “Gesù ebreo” e un “Paolo” e non sono un teologo. Ho scritto una “Storia degli ebrei italiani” in tre volumi e duemila pagine. Non occorre che non mi definiscano uno storico, non m’interessa proprio nulla. Io non sono all’università.

Difatti, e se non ricordo male, tu per formazione sei un ingegnere no?
Sì, sono un ingegnere ma ho anche una laurea in filosofia. Quando ho tentato di andare all’università e fare il filosofo mi hanno stroncato perché davo fastidio.

Facendoti pagare la tua sfrontatezza in ambito storico.
Centonove m’hanno dato di tesi anziché centodieci e lode. E chi mi ha assegnato il voto mi ha detto “Così impari!!”.

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Torniamo agli ebrei. In passato la comunità ebraica veneziana ha raggiunto i cinquemila membri, ora ne conta circa quattrocentocinquanta.
Quattrocento. Prima della seconda guerra mondiale eravamo milleduecento, alla fine della stessa siamo rimasti in mille. Duecento furono assassinati ad Auschvitz. Ma agli inizi del ‘900 eravamo duemila.

Ecco. Che rapporto c’è tra il decremento della popolazione residente a Venezia di origine ebraica e il contestuale fenomeno di perdita di abitanti che la città vive ormai da tempo?
 È la stessa dinamica. Come si è dimezzata la popolazione veneziana, così si è dimezzata la comunità ebraica. Il problema vero è che gli ebrei in Italia sono pochi e ammontano a ventiduemila, di cui la metà vive a Roma. La comunità quindi è piccolissima. Perché sono importanti gli ebrei? Essenzialmente per due motivi. Il primo è che le idee non dipendono dai numeri. Il secondo è che quando vedi mille palline bianche e una nera, vedi palline bianche e nere.

Come ha vissuto la comunità ebraica durante il ventennio fascista?
Venezia non era una città più fascista delle altre. Fino al ’38 c’erano anche ebrei fascisti in Ghetto. Dopo la fine del regime, la parte antifascista della città ha accolto bene gli ebrei. Ovviamente, come in tutti i luoghi, c’è anche una parte che non li ama.

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Veniamo alla ricorrenza del quinto centenario. Cosa sta facendo la comunità ebraica veneziana?
Non lo so perché non andrò nemmeno alla serata del 29 marzo perché ritengo che non ci sia nulla da celebrare. L’idea di andare a sentire i discorsi ufficiali un po’ pomposi per mettersi in mostra non mi piace. Il Ghetto di Venezia è stato un’esperienza dolorosa e credo che avrebbe dovuto essere ricordato con un livello di attenzione un po’più basso e più maturo. Non c’era nessun bisogno di farla diventare una celebrazione. La nascita del Ghetto non è un problema ebraico. È un problema del mondo cristiano. Come per l’Inquisizione, il mondo cristiano dovrebbe domandarsi perché è stato fatto questo.

Mi pare però che da parte dei rappresentanti delle istituzioni non sia venuta a mancare un’attenzione nei confronti del Ghetto.
Perché poi tutti alla fine si accodano. “A poco a poco la procesion se ingrosa”, si potrebbe dire in veneziano. Io ritengo che non abbia senso fare troppo. Non ha senso celebrare volente o nolente. È sbagliato.

Comunque la cosa ha assunto un rilievo internazionale.
Lo so bene. Il New York Times mi ha fatto un’intervista, il Washington Post mi ha chiamato ieri, El País mi ha contattato. Io sono qua che dico sì a tutti, per carità. Rispondo cortese, ma celebrare è sbagliato. Bisogna capire che cos’è. Io sono stato il primo della mia famiglia dopo cento anni a essere nato fuori dal Ghetto e ho scritto una storia del Ghetto di Venezia. Non sono un antipatizzante del Ghetto, ma proprio per questo, e come me la pensa anche Umberto Fortis che di queste questioni si è occupato in maniera profonda, non c’è nulla da esaltarsi e questa esibizione è sbagliata. Non è corretta storicamente ed è frutto di un desiderio degli ebrei di mettersi in mostra. Non abbiamo santi da esibire? Esibiamo la segregazione di cinquecento anni nel Ghetto. A me l’esperienza del Ghetto nella quale io credo fermamente mi insegna alcune cose che non sono quelle che magari sono comunemente pensate. Essendo minoranza nella comunità cristiana, mi posso permettere anche di essere minoranza nella comunità ebraica.

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Da qualche anno il Ghetto è meta dei Lubavitch
Sono degli estranei. Si definiscono ortodossi ma sono simili ai cattolici polacchi da cui traggono origine nel 1700. Si vestono di nero come i preti, credono che stia per arrivare il Messia come i cattolici. Il rabbino Menachem Schneerson era da loro considerato un Messia. Sembrano più religiosi degli altri, ma hanno delle caratteristiche del mondo cattolico polacco. Non sono il prototipo dell’ebreo religioso.

Consentimi una digressione personale. Quando ero bambino, io gentile venivo in Ghetto ed entravo in Sinagoga con i miei compagni di gioco. Ricordo lo stupore di trovare i simboli dell’ebraismo all’interno dei luoghi chiusi, mentre nel quartiere che sapevo essere ebraico tali simboli non erano così percepibili. Al giorno d’oggi invece è come se dai luoghi chiusi cui erano confinati, i simboli ebraici abbiano riconquistato tutto il campo e le calli adiacenti. Voglio dire, si percepisce davvero una grande rinascita.
Quando trenta anni fa ho fatto il libro, il Ghetto non lo conosceva nessuno. Credo che anche il mio libro abbia contribuito a portare un’attenzione, grazie alla dieci edizioni di Rusconi, le sette di Mondadori e le traduzioni in francese, inglese, tedesco e polacco. Il Ghetto è un simbolo.

E rispetto a quello di Roma quali sono le differenze?
Fondamentali. Il Ghetto di Venezia nasce per questioni economiche. La Repubblica dice “mi servi per l’economia, va bene facciamo degli accordi”. Con i banchieri e con i mercanti. A Roma è del tutto diverso. Lì la filosofia che comanda è quella di Sant’Agostino che prescrive di tenere in vita il popolo di Israele perché è il popolo di Gesù, e conculcarlo perché non ha conosciuto la vera fede. A Roma c’erano le prediche coatte, che qui non si facevano. Le conversioni forzate. Insomma l’atmosfera a Roma era molto più cupa che a Venezia. Da un punto di vista delle classi sociali, a Roma gli ebrei erano strazzaroli e ambulanti. Anche a Venezia c’era molta povertà, s’intende, ma anche la presenza di classi sociali più alte. Comunque il primo Ghetto è quello di Venezia, Roma la segue nel 1555.

Nell’immaginario collettivo l’ebreo è associato alla figura dell’usuraio. L’ipocrisia dei cristiani, che non potevano prestare denari a interesse, ha fatto sì che tale incombenza fosse assolta dagli aderenti al popolo d’Israele. Secondo te, questa che chiamo ipocrisia esiste ancora nel mondo cristiano contemporaneo?
Marghera ci insegna che è molto più facile inquinare che disinquinare. È evidente che anche le menti si possono inquinare di false idee. Il fascismo, la propaganda dell’antigiudaismo nel corso dei secoli e dell’antisemitismo moderno dalla fine dell’800 in poi hanno inquinato le menti. Tutti sono convinti che gli ebrei sono molto più importanti di quello che sono in Italia.

Pure la prima mondiale del “Merchant of Venice” di Shakespeare in Ghetto ti lascia perplesso?
Tra Shakespeare e me abbiamo entrambi scritto un Mercante di Venezia. Sostengo che quello vero è il mio (ride di gusto). C’è un motivo perché ho scelto questo titolo. Quando è uscita la traduzione del mio libro in Germania, l’hanno chiamata “Die Kaufleute von Venedig” che significa il mercante di Venezia. E mi sono ripromesso che quando avrei scritto il romanzo sulla fondazione del Ghetto, l’avrei chiamato Il Mercante di Venezia. L’altro autore non ha protestato…. perché è morto… per cui… Insomma, bisogna anche divertirsi di tanto in tanto.

Stai lavorando a qualcosa in particolare in questo momento?
Sì, sto concludendo una storia degli ebrei di Roma, per scrivere la quale ho dovuto leggere un centinaio di libri su Pio XII e non ne posso più.

E poi?
Poi mi piacerebbe finalmente fare una storia di Venezia. Ma questa volta senza gli ebrei.

madricardo
@claudiomadricar

3 risposte a “Venezia e il ghetto. Conversando con Riccardo Calimani

  1. Grande Calimani, e grande la sua laicità! Complimenti (ovviamente anche a Madricardo) per la splendida intervista! Fossero tutti come lui i “dilettanti”, la (gretta) cultura italiana farebbe passi da gigante. Giorgio Frasca Polara

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  2. grazie Riccardo Calimani e grazie Madricardo. Ricorderò come una sintesi del pensiero di R.C. e anche come guida nell’analisi di tanti fenomeni sociali la frase “Perché sono importanti gli ebrei? Essenzialmente per due motivi. Il primo è che le idee non dipendono dai numeri. Il secondo è che quando vedi mille palline bianche e una nera, vedi palline bianche e nere.”.

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