Marcello De Cecco nel ricordo di Joseph Halevi

Marcello-De-CeccoJOSEPH HALEVI
Avrò incontrato Marcello De Cecco (Lanciano 17 settembre 1939 – Roma 3 marzo 2016) non più di tre volte ma sin dalla fine degli anni Sessanta sono stato un avido lettore dei suoi scritti economico finanziari. Per me erano letture formative poiché si svolgevano assieme a quelle che facevo dei lavori di Paolo Sylos Labini nonché di Augusto Graziani. Tre autori che hanno segnato – assieme a Federico Caffè, Giorgio Fuà, Siro Lombardini, Claudio Napoleoni, Luigi Pasinetti e Luigi Spaventa – il periodo più fulgido del pensiero economico italiano la cui ricchezza si fondava su teoria e conoscenza storica ed istituzionale.

Come soleva dirmi Paolo Sylos Labini la teoria deve fornire gli strumenti per un’histoire raisonnée dell’evoluzione economico-sociale. De Cecco effettuava un procedimento in cui la sua stessa narrativa storica creava il quadro concettuale. Man mano che avanzava nell’esposizione egli riusciva a introdurre nel discorso elementi di carattere teorico, come i rapporti tra economia reale e finanziaria, condizioni di mercato, dinamiche produttive e relazioni istituzionali, tutto ciò senza mai aggravare il pubblico con prolissità e astrattezze accademiche.

Un esempio del suo metodo è rappresentato dalla raccolta di saggi Leconomia di Lucignolo pubblicata nel 2000 ove egli traccia la filigrana della crisi italiana facendola risalire agli anni Sessanta, collegandola al crollo degli investimenti nella ripresa post 1963 che, secondo l’Autore, immise la dinamica economica italiana in un alveo dagli argini fragili e insicuri soprattutto riguardo la capacità della maggioranza delle imprese a sollevarsi dalla loro frammentazione produttiva. Nei suoi scritti De Cecco forniva sovente delle informazioni di importante significato storico spesso ignorate dagli analisti.

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Un caso particolarmente rilevante – che mi venne a suo tempo segnalato da Riccardo Bellofiore – concerne l’operazione Chirac-Giscard d’Estaing nei confronti di Helmut Kohl e della Bundesbank condotta dai due politici francesi nel novembre del 1996. La banca centrale tedesca non voleva arrivare al traguardo dell’euro e quindi manteneva i tassi di interesse alti.

Dopo il crollo del Sistema Monetario Europeo, lo SME, nel 1992 e definitivamente nel 1993, la lira se ne era andata giù per conto suo. Il franco francese no però. In nessun modo, si pensava, Parigi avrebbe accettato lo sganciamento dal marco ed infatti durante la crisi dello SME del ’92-’93 la Bundesbank e la Banque de France fecero fronte comune sconfiggendo il tentativo degli hedge funds di speculare contro il franco. Forte di questa certezza, la Bundesbank non recedeva da una politica di alti tassi di interesse che impediva qualsiasi progresso verso la formazione della moneta comune, promessa, obtorto collo, da Kohl a Mitterrand e dopo anche a Chirac.

Nel 1996 l’ex presidente francese Valéry Giscard d’Estaing, d’accordo con Jacques Chirac, prese l’iniziativa recandosi in Germania e dicendo perentoriamente a Kohl che o ordinava alla Bundesbank di abbassare i saggi di interesse oppure la Francia avrebbe abbandonato la parità col marco tedesco. L’effetto delle parole di Giscard fu pressoché immediato nel senso voluto da Parigi.

La vicenda Giscard-Kohl-Bundedbank è essenziale per capire lo stato dei rapporti di forza europei durante la fase di avvicinamento all’euro. È da li che bisogna cominciare per individuarne le evoluzioni successive. La vicenda venne raccontata e analizzata da De Cecco sia in una relazione ad un convegno, mi pare, che in un articolo su Repubblica apparso il 16 gennaio 1998 dal titolo “Come uccidere la Germania assieme all’Euro”. Per quanto ne sappia nessun analista o storico fa riferimento all’episodio; in Francia ne sono tutti all’oscuro ma la cosa non mi stupisce perché gli analisti francesi quando si tratta di questioni europee e contemporanee pensano, con pochissime eccezioni, solo in un ambito Franco-Français.

La raffinatezza del pensiero e le sfumature delle analisi di De Cecco nascono da una profonda sedimentazione di studi storici, statistico-finanziari e giuridico-politici. De Cecco conosceva la storia dei dati, su quali radici poggiavano, da quale realtà storica e istituzionale scaturivano. In questo aspetto era simile sia a Paolo Sylos Labini che al grande marxista statunitense Harry Magdoff co-direttore della Monthly Review, scomparso nel 2006. E qui arriviamo al pezzo forte dei contributi di De Cecco, all’opera che ha dato una grande forza propulsiva al suo ricco apporto al pensiero moderno durante quasi mezzo secolo.

Nel 1971 usci per i tipi dell’editore Laterza un volumetto dal titolo Economia e finanza internazionale dal 1890 al 1914. L’autore era Marcello De Cecco che nel 1968 aveva già pubblicato una serie di saggi di economia monetaria contemporanea presso l’editore Giuffrè. Quel piccolo volume della Laterza costituisce un capolavoro assoluto. Nel 1974 venne ampliato come Money and Empire per la casa britannica Blackwell e nel 1979 uscì un’edizione Einaudi chiamata appunto Moneta e Impero. Il capolavoro consiste nel fatto di aver unificato in un unico e coerente quadro concettuale il ruolo del sistema monetario aureo nel mondo nel contesto dell’imperialismo britannico.

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Elencherò ora gli aspetti salienti di quel grande classico. De Cecco mostra che il sistema monetario aureo non aveva una natura di compensazione monetarista in cui l’afflusso e il deflusso di oro avrebbe dovuto regolare i prezzi di ciascun paese guidando quindi spontaneamente le bilance commerciali verso l’equilibrio. Il Gold Standard, osserva De Cecco, era in realtà un Pound Sterling Standard. Esso serviva alla Gran Bretagna non a regolare la sua bilancia commerciale, strutturalmente in deficit crescente dal 1890 allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, bensì a comandare l’afflusso di capitali verso Londra.

Il perno del meccanismo era la facoltà da parte di Londra di agire sui movimenti di capitali attraverso il saggio di sconto della Banca d’Inghilterra. Il Gold, ovvero Pound Sterling, Standard era funzionale alle relazioni asimmetriche che Londra aveva stabilito all’interno del suo Impero. I paesi a colonizzazione europea – Australia, Sud Africa, Canada, Nuova Zelanda – dovevano essere sia importatori netti di merci britanniche che importatori netti di capitali. L’India – mutatis mutandis altre zone come la Malesia – dovevano anche loro agire da importatori netti dalla Gran Bretagna fungendo tuttavia anche da esportatori di capitali verso Londra. Come? Accumulando esportazioni nette verso il resto del mondo, verso le aree fuori dall’Impero.

Il peso maggiore ricadeva sull’India – che allora inglobava anche gli odierni Pakistan e Bangladesh. L’India e zone simili avevano il ruolo di permettere alla Gran Bretagna sia di sostenere un crescente deficit estero nei confronti del mondo fuori dall’Impero sia di organizzare gli investimenti di capitale sul piano mondiale nelle periferie: dall’Australia, al Canada, all’Argentina.

Con gli USA le cose erano più complicate. L’analisi di De Cecco fornisce gli elementi principali circa la natura dell’imperialismo britannico basato sulle esportazioni di beni di consumo verso le zone dell’impero – quindi d’ostacolo allo sviluppo della domanda interna dei paesi che vi appartengono – e sulle importazioni di capitali dai paesi dell’impero che erano esportatori netti verso l’esterno. Anche in questo caso alla lunga gli investimenti industriali in India ne risentirono. Pertanto l’Impero britannico aveva una fisionomia alla lunga assai moscia, cosa che non stimolava le innovazioni della stessa industria inglese.

De Cecco individua nella Germania e negli Stati Uniti i fattori che hanno portato alla rottura del sistema aureo-Pound Sterling e, nella sostanza, al conflitto mondiale. La prima, avendo uno sviluppo industriale fondato sulle grandi industrie oligopolistiche e produttrici di macchinario, espandeva le esportazioni molto rapidamente spiazzando la Gran Bretagna in tutti i mercati extra imperiali. In tal modo i flussi monetari aurei si spostavano verso la Reichbank che diventò un’importante detentrice d’oro. Mentre le esportazioni britanniche si barricavano vieppiù dentro le aree dell’Impero, tutte a bassa industrializzazione, gli Stati Uniti iniziavano a loro volta ad accumulare surplus di parte corrente grazie alle esportazioni, sempre a scapito di quelle inglesi.

Non avendo una Banca Centrale, gli USA depositavano il surplus a Londra. Tuttavia contrariamente a quanto accadeva col surplus indiano, il governo ed il sistema finanziario della Gran Bretagna non avevano alcuna possibilità di decidere dell’uso di tali somme. Esse venivano risucchiate negli USA dalla domanda di moneta aurea interna agli Stati Uniti sia da parte delle banche che dalla parte del Tesoro USA. Così il sistema finanziario britannico finiva per arrancare dietro le esigenze americane e doveva ricorrere all’aiuto francese ottenendolo attraverso accordi specifici piuttosto che tramite l’autonoma manovra del saggio di interesse. Il Pound Sterling Standard cessò di funzionare e di servire gli interessi dell’imperialismo britannico.

Quello di De Cecco è un lavoro insuperato, il migliore che esista sul sistema monetario aureo. Per me lo studio di quel volumetto è stato dirompente proprio perché, dato l’anno di pubblicazione, abbinato allo studio delle teorie della dinamica oligopolistica di Sylos Labini e di Michal Kalecki che andavo svolgendo in quel periodo. Leggendo De Cecco Il nesso concettuale emerge negli aspetti afferenti all’espansione statunitense e tedesca. Due decenni dopo la pubblicazione del volume del 1971, quando ero già all’Università di Sydney e avevo iniziato delle ricerche sullo sviluppo asiatico, l’apparato analitico di De Cecco si rivelò estremamente fruttuoso.

Infatti la dinamica imperialistica del Giappone nei confronti della Cina nasceva dall’obiettivo di conquistare un mercato estero protetto per un paese ancora a bassa qualità di sviluppo industriale, quale era il Giappone, e dalla necessità che il paese di questo mercato, la Cina appunto, generasse dei surplus con le aree del dollaro e della sterlina tali da finanziare il deficit metropolitano nipponico con le suddette zone. Secondo Takafusa Nakamura, il maggior storico economico del Giappone moderno, purtroppo anch’egli scomparso di recente, il meccanismo si ruppe – precipitando così lo scontro con gli USA – quando il surplus esterno della zona dello yen, che conteneva la parte occupata della Cina, non riuscì più a controbilanciare il deficit del Giappone metropolitano con le zone del dollaro e della sterlina.

De Cecco docet. Spero che i giovani si studino tutti i suoi scritti.

joseph

Joseph Halevi

ASSOCIAZIONE PAOLO SYLOS LABINI

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