Se l’Europa volesse

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GIANPAOLO SCARANTE
Vi è una forte attesa per le decisioni che auspicabilmente giungeranno oggi dal Consiglio Europeo a  Bruxelles. In via preliminare credo sia lecito chiedersi se sarà meglio una decisione, qualunque essa sia, o un ulteriore rinvio. Dico subito che un ulteriore rinvio o decidere di non decidere, come a volte si usa dire nel linguaggio della euro diplomazia,  sarebbe disastroso, forse irrimediabile, per l’immagine, già abbastanza compromessa, che l’Europa ha dato sinora di sé proprio su uno dei temi chiave del nostro tempo.

Ma anche il contenuto di un’eventuale decisione sarà di grande importanza, perché i termini dell’intesa con la Turchia, che vertono sostanzialmente sul tema dei visti e della ripresa del negoziato di adesione, daranno la misura di quanto l’Europa è pronta a pagare per mascherare le proprie divisioni interne e la propria mancanza di coerenza politica.

Parlo di coerenza perché proprio il Paese che oggi è il motore dell’accordo euro-turco, la Germania di Angela Merkel, è stato nel recentissimo passato uno dei principali ostacoli al  lungo e complesso negoziato di adesione,  contribuendo di fatto al suo congelamento.

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Ma  la Turchia del negoziato congelato era di gran lunga migliore dell’attuale, particolarmente sotto il profilo di quello che più ci dovrebbe stare a cuore, cioè la sua aderenza ai principi cardine della civiltà  europea in tema di democrazia, diritti individuali e libertà di espressione. Se il negoziato riprenderà oggi con nuove e più positive prospettive sarà quindi con una Turchia che paradossalmente è divenuta decisamente meno europea di ieri.

Ma è su di un punto che credo dovremmo riflettere. L’accordo con la Turchia viene in queste ore abbastanza coralmente presentato come necessario – e fin qui si può essere d’accordo – ma anche come uno sbocco senza alternative. Sono convinto, invece, che le alternative ci siano e anche i mezzi finanziari per attuarle, perché i promessi tre miliardi di euro, forse moltiplicati per due, sono una cifra di tutto rispetto.

Perché, ad esempio, l’Europa, invece di perdersi nella retorica sulla fine delle frontiere interne, la compianta “morte” di Schengen, non inizia concretamente a rafforzare la propria frontiera esterna, a cominciare dalla Grecia, dall’Italia e dall’accesso balcanico, magari con personale europeo comune, guardie di frontiera o altro, incaricato di applicare prassi e regole uniformi ?

Perché l’Europa nei confronti degli aventi diritto non da’ avvio a veri e praticabili corridoi di accesso legale all’Unione, ad esempio  utilizzando il suo Servizio Europeo per l’Azione Esterna, la sua costosa e sottoutilizzata rete diplomatica, per una prima scrematura dei richiedenti sulla base della provenienza, ad esempio i siriani che fuggono dalla guerra?

Il cosiddetto SEAE proprio in Turchia ha la sua rappresentanza diplomatica più dotata di personale (oltre cento addetti)  e mezzi non indifferenti.

Se l’Europa facesse questo, o cominciasse a farlo, il negoziato di queste ore avrebbe luogo in un contesto del tutto diverso. Non ci troveremmo  in questa inaccettabile posizione negoziale di debolezza difronte al presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, ma tratteremmo su di un piano almeno di parità negoziale.

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Gianpaolo Scarante, Ambasciatore

 

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