Misterioso, intrigante Pci. Il thriller, e non solo, di Lodovico Festa

GIORGIO FRASCA POLARA
Come erano (come eravamo) i comunisti prima dello scioglimento del Pci, magari verso la fine degli Anni 70, in pieno periodo di terrorismo brigatista e della così detta solidarietà democratica? Uno specchio veridico, anche della intelligente “doppiezza” instillata dalla lezione togliattiana, è possibile trovare in uno splendido libro di Lodovico Festa (“La provvidenza rossa”, Sellerio editore Palermo, 2016, pp. 527, 15 euro), un piccolo capolavoro di memoria storica realizzato nella forma di un giallo continuamente in bilico tra invenzione e realismo. Festa è stato funzionario di partito nel milanese (se non erro fu anche segretario della grande sezione operaia di Sesto San Giovanni) sino appunto a quando è esistito il partito comunista, poi ha lasciato la militanza per un raffinato giornalismo.

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In breve, qualche accenno alla trama di cui naturalmente non rivelerò gli sviluppi e il finale. Una sventagliata di mitra, dunque, ha ucciso una giovane ed esuberante fioraia, Bruna Calchi, iscritta al partito, dirigente dalla sezione Sempione e del circolo Arci dove si occupava di teatro e di diritti gay. Fatto è che l’arma del crimine è una Maschinenpistole (i famosi Mp40 in uso alla Wehrmacht) riemersa chissà come dalla Seconda guerre mondiale. Provocazione fascista? Operazione delle Br? Delitto passionale? Partono, al buio e in parallelo, due inchieste. Una è naturalmente della polizia: il vicecommissario incaricato delle indagini, progressista ma capace di stare al mondo, si muove con enorme prudenza, consapevole della delicatezza dei rapporti con i comunisti che sono oramai (ma per breve tempo) nella maggioranza di governo. L’altra, manco a dirlo, mobilita il Pci “per evitare eventuali provocazioni e trappole”, ed è affidata al vice responsabile della “commissione probiviri” regionale (a proposito: perché Festa li definisce probiviri? a tutti i livelli era la mitica e informatissima “commissione di controllo”), e quel funzionario è l’ing. Mario Cavenaghi, in cui c’è un po’ dello stesso autore del libro.

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Allora, dopo il delitto, comincia (e durerà due settimane) un vorticoso baillamme, con una serie di colpi di scena. Di Maschinenpistole ce n’erano 47 (più 700 proiettili), ma murate proprio nei locali della sezione Pci, vecchio retaggio della stagione “secchiana” dell’immediato dopoguerra. Bisogna farle sparire: provvederanno i fidatissimi compagni bolognesi. Bisogna fare quest’altro. E’ urgentissima un’altra operazione ancora. Tutti – in polizia, dove intuiranno la verità quando è oramai troppo tardi; e nel partito, dove la famosa e ferrea organizzazione dell’apparato servirà a troncare, sopire…-, tutti dicevo si muovono guardinghi, a passi felpati, preoccupati di non scoprire le proprie carte e persino quelle altrui. E, nei risvolti dell’inchiesta dei comunisti, c’è tutto un realistico teatro: l’ossessione costante per l’andamento della campagna di tesseramento (“quanti i reclutati?”), gli incontri semiclandestini con qualche gesuita (strepitoso il sacerdote che, per rompere il reciproco imbarazzo, attacca con la richiesta  al “ministro degli Esteri” se hanno per caso “qualche legame con i guerriglieri comunisti dell’Indonesia che stanno infastidendo una nostra missione”), le cene in osteria e nei famosissimi ristoranti (si riconoscono “Aimo e Nadia” con il loro unico “raviolo” che farà incazzare un compagno di terragna origine), le disinvolte operazioni immobiliari, le apparenti contraddizioni tra il proletario e l’intellettuale, i piccoli capolavori e i grandi cinismi: “Ma è di caucciù la nostra morale?” No, “la nostra morale sarà sempre legata ad una sorta di ragion di Stato permanente”.

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Un giallo? Macché. Semmai, s’è detto e va ripetuto, lo straordinario pretesto per un ritratto del Pci (milanese ma non solo) intriso di ironico rispetto e trasparente nostalgia anche per quella “doppiezza” intelligente ma mai furba che è stato uno dei segreti della forza e del prestigio del Pci.

In questo scenario si muovono una miriade di personaggi dai nomi improbabili ma che, confesso, mi sono ugualmente riconoscibili: da Ibio Paolucci, grande cronista di nera “alta” (e mio collega all’Unità di allora) ad Armando Cossutta, da Ernesto Treccani, i cui dipinti erano un classico e suggestivo décor delle sale del Pci, al temuto  vicepresidente della commissione centrale di controllo Salvatore Cacciapuoti, dal grande penalista Maris al sindaco di Milano Aldo Aniasi, da Riccardo Terzi, rispettatissimo dirigente sindacale scomparso troppo presto, a Gian Carlo Pajetta, dalla finissima intellettuale Rossana Rossanda al critico letterario Gian Carlo Ferretti, da Gianni Cervetti (il massimo migliorista del partito milanese) al sociologo Ferrarotti, ai Crespi, al costruttore va-e-vieni dal carcere Salvatore Ligresti, a Giorgio Napolitano, a tanti altri, anche se Festa si premura di avvertire – come nella testata di molti film – che “fatti e personaggi sono rigorosamente frutto dell’invenzione narrativa” (aggiungendo però significativamente che “ogni riferimento a persone e avvenimenti reali è puramente casuale”…).

Certo, i più vecchi sanno bene che “nel Pci non era tutto come appariva”. Eppure, anche nel non detto (ma fatto) come anche nel detto (ma con enormi riserve mentali), il Pci era quel famoso “intellettuale collettivo” capace di esprimere, nel bene e nel male (perché anche il male è descritto nel libro), una forza composta, una capacità egemonica, una pluralità espressiva più tardi irripetute, travolte da ciò che spinse non solo Festa a lasciare. A passare, come si diceva una volta, “alla produzione”, perché “era terminata una lunga storia” e sarebbe cominciata “un’altra cosa”. (Scommetto che, invece, il lettore non lascerà il libro sino all’epilogo, firmato dall’ing. Cavenaghi, e alla nota firmata dall’autore: coinvolgenti sia l’uno che l’altra.)

FRASCA

Giorgio Frasca Polara

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