In nome del fantasma di Umberto Eco

MARGHERITA GANERI
A un mese della scomparsa di Umberto Eco [5 gennaio 193219 febbraio 2016] , abbiamo chiesto un suo ricordo a Margherita Ganeri, che lo conobbe.

Eco Ganeri

Quando muore un intellettuale importante e affermato come Umberto Eco [è inevitabile che si sollevi un grande coro di voci a salutarlo. Ed è scontato che queste voci evochino in larga parte, enfatizzandoli, gli aspetti positivi, tanto dell’intellettuale quanto dell’uomo. Solo il tempo permette l’affiorare di giudizi distaccati sulle eredità di chi è scomparso. A ridosso nessuno sa essere obiettivo, neppure i pochi che approfittano dell’occasione per denigrare vecchi nemici e sfogare antichi rancori.

Mi legano a Umberto Eco ricordi personali disseminati nel tempo, memorie di incontri in occasioni diverse e lontane, a cominciare dalla prima, a Siena, in un luminoso pomeriggio dell’autunno del 1987, quando, studentessa universitaria alle prese con una tesi di laurea sul Nome della rosa, mi avvicinai a lui durante la pausa caffè di un convegno, per dirgli della mia tesi e chiedergli di concedermi un’intervista. Fu molto cordiale, simpatico e accogliente. Mi dette i suoi recapiti, e qualche tempo dopo mi ricevette nella sua bella casa milanese. Mi dedicò molte ore, mi accompagnò in casa editrice Bompiani e si assicurò che mi fornissero del materiale utile per la mia tesi. Lui era già il grande autore affermato nel mondo, io avevo poco più di venti anni, ed era ovvio che restassi folgorata da tanta incredibile generosità e attenzione.

Affascinata dal saggista, dal narratore, dal filosofo e anche dall’uomo, ho dedicato molti dei primi anni della mia carriera di studiosa all’opera di Eco, pubblicando due libri e molti saggi. Anche in seguito lo vidi spesso, in convegni, cene, pranzi, dove qualche volte partecipava anche la sua squisita moglie. Mi chiedeva di nascosto parecchie sigarette, che fumava velocemente e voluttuosamente, in barba al medico che gliele aveva proibite. Parlava come un fiume in piena, con voce quasi roca; con la sua inconfondibile r moscia sfornava continue irresistibili battute, socchiudendo gli occhi sensibili e sornioni. Era anche galante, ma in modi raffinati e sempre gradevoli. Con la sua solita ironia giocosa, in diverse occasioni mi disse che non mi sarei mai liberata del suo fantasma, nonostante da diversi anni avessi quasi del tutto smesso di scrivere sulla sua opera, e forse questo – chissà – un po’ gli dispiaceva. Non gli badavo, e sorridevo a queste sue boutade. Non ho mai pensato a lui come a un fantasma, mentre era vivo. Ora, invece, me lo ritrovo spesso di fronte, ingombrante ed enigmatico come tutti i fantasmi.

La scomparsa di un autore cui si sono dedicati anni di studio è un lutto che innesca un complesso processo di rielaborazione. Quando muoiono i maestri affiora il vuoto, e si comprende di essere costretti a prenderne il posto, cominciando a fare i propri conti con il tempo rimasto. Altri ci ricorderanno come ora noi facciamo con loro? E come lo faranno? E noi, come ricordiamo chi è scomparso? Per i bilanci ci vuole tempo, ma la memoria apre subito il suo varco, ruminante, appena la notizia di una scomparsa la sconvolge. E così, dal 19 febbraio scorso mi ritrovo spesso a domandarmi: perché dagli anni Novanta in poi mi sono disinteressata allo studio critico dell’opera Umberto Eco? Perché il disinteresse si è spinto fino al punto da non leggerlo più, almeno come narratore? Si è trattato solo di una reazione da pregressa overdose? O c’era altro?

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Credo ci fosse altro. Nei tanti discorsi di commiato che ho ascoltato in questi giorni una definizione ricorrente mi ha molto colpita, in negativo. Eco è stato definito intellettuale scomodo. Ecco, per me non lo è mai stato. Per me Eco è stato il più felice degli integrati, anche se si ribellava a chi gli attribuiva questa etichetta, mutuata dalla nota formula di uno dei suoi libri di maggior successo, appunto: Apocalittici e integrati. Rispetto alla diade, è indubbio che il pendolo di Eco non pendesse in alcun modo sul versante apocalittico, e il fatto stesso che il suo ritratto delle pose intellettuali nella cultura di massa non prevedesse, tra le forme del dissenso critico, il ribellismo, per esempio, o la dissociazione, ma solo il prototipo, quasi beffardo, dello snob apocalittico, ne costituisce, in fondo, la migliore prova.

Intellettuale erudito e poliedrico, mostruosamente versatile, incredibilmente bravo, proprio per questo Eco, però, non è mai stato, secondo me, controcorrente o scomodo, essendo, al contrario, a suo perfetto agio nel presente. Credo sia stato proprio il suo saper star bene al mondo, mietendo continui e straordinari successi, ad avermi fatto progressivamente disamorare. La mia generazione faticava in tutto: a trovare lavoro, sedi editoriali, spazi anche minimi di operatività e visibilità intellettuale. La formula degli apocalittici e degli integrati mi appariva sempre più inattuale, e, per la mia generazione, infatti, la rovesciai sarcasticamente nella diade degli aporematici e dei disintegrati, identificandomi con questi ultimi, mentre ritenevo i primi definitivamente collassati nell’aporema postmoderno, cioè nell’equivalenza paradossale delle contraddizioni.
La visione che Umberto Eco mi trasmetteva era quella di un vincente, capace di restare sulla cresta dell’onda anche quando considerava torbide le acque del presente, mentre, individualmente e anche a nome della mia generazione, io mi sentivo come chi è sempre a rischio di affondare.

Non accadeva, però, che mi sentissi ostile alla sua figura. Me ne sentivo distante, e non riflettevo su questa distanza, non ci pensavo, come non si pensa alle cose che non sono in sintonia con le nostre necessità e i nostri bisogni. La sua scomparsa, invece, fa ora affiorare il bisogno di un «racconto», per citare alcune parole di Eco, capace di ripercorrere le fasi della mia ricerca lontana, perché è vero che «ogni ricerca va “raccontata”», come una «queste». E, a sprazzi, la mia queste comincia ora a separare, a setacciare, a distinguere (secondo l’etimo greco del termine critica), e a farne le spese è la produzione della sua maturità, a favore di quella che precedeva gli anni Ottanta. Riemergono antiche, stratificate sensazioni di lettrice, e sento di concordare ancora con la me stessa dei primi anni Novanta.

Oggi come allora, per me il grande Eco è quello degli anni sessanta e settanta, il giovane Eco neoavanguardista polemico e graffiante. Il suo capolavoro è forse Diario minimo. Come semiologo è stato un grande accademico, come scrittore ha avuto il dono di sapere fiutare lo Zeitgeist, per citare un’altra sua espressione. In entrambi i casi la sua capacità di affabulazione si è nutrita di non comuni doti divulgative.

L’ermeneutica era un suo cruccio, e cercava di contenerne i rischi, ponendo sempre dei limiti all’interpretazione, spendendosi, contro le derive della ricezione, per un intentio auctoris garante di autorevolezza e verità. Conduceva un’aspra battaglia contro il decostruzionismo e contro alcune correnti del postmodernismo, come la neoermeneutica, e si trattava di battaglie per me condivisibili, ma non ho mai creduto alla pars construens della sua teoria testuale, e cioè al principio per cui la verità dei testi stia nei testi, né a quello per cui le storie si scrivano da sole, per effetto delle leggi cosmografiche dei mondi possibili. Come poi tale visione possa convivere con il relativismo neo-nominalistico del segno e con la semiosi illimitata è cosa che tuttora non mi riesce di capire. Ancora nel 2002, in Come scrivo, Eco insiste sulla coerenza interna del mondo possibile letterario, vincolato a precise norme, arrivando addirittura a scrivere che il romanzo vivrebbe di vita propria, e si strutturerebbe da sé fino alla fine: «Il romanzo finisce perché va dritto verso la sua fine da solo. Questo è quello di cui vorrei che il mio Lettore Modello si accorgesse. Che il romanzo si fa da sé perché così è avvenuto e così avviene sempre, davvero». (U. Eco, Come scrivo, in Sulla letteratura, Milano 2002, p. 351)

Ora che Eco è scomparso, il suo fantasma si colloca oltre la cronaca, spingendoci a riflettere sull’eterna domanda: fu vera gloria? L’ardua sentenza, ovviamente, spetterà solo ai posteri. Ma la queste dei vivi spinge già a chiedersi: il suo fantasma troverà l’ultima pace, nell’immanenza ormai completa con l’Autore Modello? Continuerà a difendere in eterno i sensi autodeterminati dei suoi boschi narrativi? O non sarà travolto dal mare vivo della ricezione, totalmente impotente, ormai, rispetto alle interpretazioni e alle misinterpretazioni?
A me piace immaginare il suo fantasma più intento a pronunciare «Blitiri» e Babazuf», le parole prive di senso ispirate dai suoi amati autori scolastici, che non a custodire presunte tavole di legge di mondi immutabili. Del resto, Pape Satan, Aleppe è il titolo del suo ultimo libro postumo.

Margherita Ganeri
(Docente di Letteratura italiana contemporanea, Università della Calabria)

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