Integrazione nella scuola. Bene i dati Istat, ma non bastano contro la paura

Lo scorso 15 marzo è stata resa pubblica l’indagine sull’integrazione scolastica e sociale delle seconde generazioni condotta dall’Istat nel 2015. Nelle scuole secondarie di primo e secondo grado con almeno cinque alunni di cittadinanza straniera, gli iscritti stranieri nel 2015 ammontano a 148mila nelle prime e a 157mila nelle seconde. É nato in Italia il 30,4 per cento degli studenti stranieri delle scuole secondarie di primo e secondo; il 23,5 per cento è arrivato prima dei sei anni, il 26,2 è entrato in Italia tra i sei e i dieci anni e il 19,9 per cento è arrivato a undici anni e più. I dati che più colpiscono? Il 21,6 per cento dei ragazzi stranieri delle scuole secondarie di primo grado non frequenta i compagni di scuola al di fuori dell’orario scolastico, contro il 9,3 per cento degli studenti italiani. Il 13,8 per cento degli alunni stranieri dichiara di frequentare solamente compagni stranieri, connazionali o con cittadinanze diverse dalla propria. La quota di coloro che si sentono italiani sfiora il 38 per cento; il 33 per cento si sente straniero e poco più del 29 per cento preferisce non rispondere. Tra i ragazzi arrivati dopo i dieci anni quasi il 53 per cento si sente straniero, a fronte del 17 per cento che dichiara di sentirsi italiano. La situazione si capovolge tra gli studenti stranieri nati in Italia: si considera straniero solo il 23,7 per cento degli intervistati mentre il 47,5 per cento si sente italiano. I docenti dichiarano in generale un buon livello di integrazione scolastica dei ragazzi stranieri, evidenziando soprattutto problemi legati alle lacune linguistiche.

IL TESTO INTEGRALE DELLA RICERCA

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MARIA LETIZIA CHIAVELLATI CELOTTI
Sono notizie utili sull’integrazione degli alunni nelle scuole, quelle del rapporto dell’Istat (si legga anche Vittorio Filippi sul Corriere del Veneto), e tuttavia capisco che dati, pur positivi, non serviranno a contrastare la paura. Infatti la paura, essendo un fatto emotivo, non si contrasta con i dati razionali, a meno che non ci siano esperienze personali e collettive che, suffragando i dati, aiutino gli impauriti a modificare i loro atteggiamenti difensivi. La paura si può vincere soltanto con un atto di volontà.

La domanda interessante potrebbe essere allora: perché nelle scuole avviene un’integrazione silenziosa ma ampia, mentre sembra contrastata e negata in gran parte del Paese e in Europa? Perché gli insegnanti ritengono che l’apprendimento sia stato arricchito per tutti dalle nuove presenze, che hanno indotto ad approfondire e a precisare la didattica delle discipline, come l’educazione dei sentimenti e gli aspetti condivisibili del vivere civile quotidiano, ma non è così altrove? Perché la scuola è luogo di aggregazione anche per i genitori – e non è raro che i genitori stranieri partecipino e collaborino anche più dei nostrani, e invece ci sono Comuni che rifiutano l’accoglienza diffusa per i profughi?

Che la paura nasca dall’ignoranza è assodato, ma non è condiviso ancora il fatto che la paura possa essere governata con l’istruzione, la ponderatezza, la volontà di affrontare un compito impegnativo, cose che, mentre avvengono nelle scuole, non avvengono in gran parte del Paese, che, non solo attraverso i mezzi di comunicazione di massa, usa invece l’estremizzazione dei problemi e la loro spettacolarizzazione per convincere che “al cuor non si comanda” e dunque qualunque reazione è legittima, quando venga percepito un danno alla propria presunta libertà e sicurezza.

A questa radicalizzazione del pensiero “estremo” concorre la confusione dei piani con i quali vengono affrontati i diversi problemi. Gioverebbe invece che ciascuno dei livelli responsabili assumesse il compito di distinguere e far distinguere fatti diversi e piani di azione differenti. Altra cosa è l’accoglienza, altra cosa è la questione delle frontiere, altra la questione della guerra, altra cosa ancora la libertà religiosa… Sono tutti fatti alle nostre porte e tuttavia esigono risposte differenti, su piani diversi, che competono alcuni al pubblico sentire, altri al pubblico governo. Né si può pensare che il pubblico governo debba modellare le sue risposte sul “sentire” collettivo, tirando in ballo a sproposito la democrazia, quando invece il sentire è facilmente influenzabile per i motivi detti sopra.

E allora che si fa? Bisognerebbe aumentare l’intelligenza dei problemi e l’intelligenza è liberata quando può accogliere la reazione emotiva e può trasformare il proprio senso di impotenza in pensieri, parole e azioni utili ad affrontare i problemi, via, via, ciascuno al suo livello di corresponsabilità, senza immaginare “soluzioni finali” nel senso di esaustive, conclusive, radicali appunto. Ma solo accordi temporanei, migliorabili, perfettibili, dipendenti a loro volta da altri fattori interdipendenti.

Ciò che riguarda i Sindaci è che avremo i profughi con noi per molto tempo e troveremo cento e mille modi per essere con loro. Leggere la complessità come catastrofe dipende dal non aver studiato per tempo le diverse questioni, ma non è un diritto l’essere impreparati, ed è un dovere invece prepararsi, almeno così abbiamo imparato a scuola.

In ogni caso il coraggio per reagire alla paura non ha bisogno di slogan, ha bisogno di studio, di decisioni consapevoli, generose anche se dolorose, di persistenza, di perseveranza, di creatività, per far crescere la disposizione a considerare il bene altrui non avverso al bene nostro, così come sta imparando a fare la scuola.

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Maria Letizia Chiavellati Celotti

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