La Turchia, il prossimo Pakistan?

BENIAMINO NATALE
Molte perplessità sono state espresse – per esempio da Amnesty International e dal Vaticano – sull’accordo tra Unione Europea e Turchia sul destino dei profughi siriani.

Ne aggiungo una: chi e come garantisce che i soldi europei (tre miliardi di euro – per ora) non finiscano per alimentare, in un modo o nell’altro, la guerra dichiarata dal presidente turco Recep Tayyip Erdoğan contro i kurdi – che sono i migliori alleati dell’Occidente nella lotta contro gli estremisti dello Stato Islamico?

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Premetto che non sono un esperto di Medio Oriente. Però, essendomi spesso occupato di Afghanistan, Pakistan e terrorismo, non posso fare a meno di notare delle grandi somiglianze tra la situazione che per molti anni si è verificata in quei paesi e quella che si è prodotta negli ultimi anni tra Turchia, Siria e Kurdistan.

Le due situazioni hanno molte caratteristiche in comune, oltre a quella della presenza su un confine “caldo” di alcuni milioni di profughi (già tre milioni, secondo i turchi, ai quali si aggiungerebbero quelli che dovrebbero raggiungere la Turchia dall’Europa).

Se si guardano i più recenti sviluppi della situazione politica della Turchia mi sembra lecito sospettare che Erdogan stia giocando ad un gioco pericoloso, molto simile a quello praticato per anni dai dirigenti pakistani. In entrambi i paesi sono al potere regimi islamisti sunniti simpatizzanti, e volte promotori, dell’ estremismo islamico. Nell’uno e nell’ altro l’esercito ha ruolo politico di primo piano. In Pakistan l’esercito è il vero detentore del potere ed è in grado di condizionare pesantemente i governi civili. In Turchia lo è stato per decenni prima di essere parzialmente ridimensionato proprio da Erdogan che, in un modo o nell’altro, è al potere da tredici anni e si sta configurando come un aspirante “uomo forte” che, in quanto tale, non può tollerare l’esistenza di una lobby in grado di tenergli testa; ma Erdoğan ha bisogno dell’esercito se deve combattere, come sta facendo, contro il regime di Bashar Al Assad in Siria, contro i kurdi e l’ opposizione interna, forse, in futuro, contro la Russia o un’altra potenza regionale. Sia il regime pakistano che quello turco sono considerati islamici moderati. La Turchia è membro della NATO.

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Aviazione militare turca

 

Il Pakistan è riuscito per lungo tempo a far credere ai suoi alleati occidentali, in primo luogo gli USA, di essere impegnato a fondo nella lotta contro i Taliban e gli altri estremisti islamici. In realtà – una realtà che è emersa col tempo fino ad essere riconosciuta come innegabile dal resto del mondo – i Taliban sono un prodotto del regime pakistano. Per “regime” intendo un coacervo di lobby – proprietari terrieri, capi tribali, ufficiali dell’esercito, alti gradi della burocrazia statale, in grande maggioranza provenienti dalla provincia del Punjab e in misura minore dai pashtun delle regioni nordoccidentali – che sono unite dall’ideologia estremistica islamica, dall’odio viscerale verso l’ India, da un’alleanza ferrea con la Cina e dalla difesa dei loro privilegi, notevoli in una società rigidamente gerarchizzata e ancora largamente feudale.

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Pakistan Air Force

Il regime pakistano è ossessionato dalla sua rivalità con l’India, quello turco dalla competizione con l’Iran, la potenza regionale centro dell’Islam sciita. Negli equilibri che si crearono alla fine della Seconda Guerra Mondiale, mentre l’India di Jawaharlal Nehru tendeva verso un’alleanza con Mosca, il rivale Pakistan finì nel “campo” occidentale. Non per niente sia Pakistan che Turchia sono stati membri della Central Treaty Organization (CENTO), l’alleanza filoccidente e anti-URSS patrocinata dagli USA e della quale facevano parte anche l’Iran (governato dagli Shah della dinastia dei Pahlavi), l’Iraq (dove era al potere la dinastia araba degli Hashemiti) e il Regno Unito.

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I paesi membri del Central Treaty Organization (CENTO)

 

La CENTO fu sciolta nel 1979, lo stesso anno nel quale i carri armati sovietici attraversarono il fiume Amu Darya entrando in Afghanistan. L’invasione sovietica rappresentò per il regime pakistano un bonus inatteso, del quale seppe fare un uso intelligente. Tutti – americani, europei, arabi, financo i cinesi guidati dal “Piccolo Timoniere” Deng Xiaoping – presero parte alla “jihad” per cacciare i sovietici dall’ Afghanistan. Ma parteciparono soprattutto con soldi e uomini – i famosi volontari provenienti dal mondo arabo e da altri paesi musulmani – e qualche operazione dei servizi segreti.

 

Ma la gran massa di denaro che da tutto il mondo affluiva verso i “mujaheddin”, i guerriglieri tribali afghani, fu gestito dall’InterService Intelligence (ISI), il servizio segreto dell’esercito di Islamabad. Portata a termine con successo quella contro i sovietici, gli estremisti musulmani lanciarono una nuova “jihad” contro i “crociati” occidentali. Il regime pakistano, in buona parte composto da fanatici come il dittatore Zia ul-Haq e il recentemente scomparso ex-capo dell’ISI Hamid Gul, li usò come utili “reparti speciali” lanciandoli contro l’India e contro i suoi avversari interni. Con l’attenzione concentrata sull’ Afghanistan e su Al Qaida, l’esercito ha avuto buon gioco nel mantenere il silenzio sulla sanguinosa guerra che conduce contro i ribelli del Balochistan, la vasta regione sudoccidentale del paese dove è in corso dagli anni settanta una rivolta nazionalista che non ha nulla a che fare con l’attività dell’ Internazionale Islamica del Terrore che, al contrario è un’alleata del regime.

Secondo il rapporto per il 2015 dit Human Rights Watch nella regione la situazione dei diritti umani è “abissale”, e “le sparizioni forzate riconducibili alle forze di sicurezza continuano impunite”.

Mentre copertamente usavano gli estremisti per i loro fini, i pakistani di tanto in tanto hanno consegnato agli USA alcuni dei terroristi diventati troppo ingombrati, valga per tutti l’esempio del fondatore di Al Qaida, lo “sceicco” Osama bin Laden, scovato e ucciso dai “navy seals” americani ad Abbottabad, in Pakistan.

Certamente i servizi occidentali – ma non le opinioni pubbliche – sapevano che i Taliban sono un prodotto dell’esercito pakistano: ma formalmente quest’ultimo era un alleato che conosceva bene il nemico estremista e che poteva comunque essere utile nella “guerra al terrorismo” proclamata dopo il 9/11. Anche sapendo che non erano del tutto affidabili, i pakistani furono – e in una misura minore sono ancora – associati all’impresa.

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Combattenti del PKK

La stessa cosa potrebbe succedere con la Turchia di Erdoğan. Non dobbiamo dimenticare che gran parte dei finanziamenti alla “jihad” afghana passarono come sostegno ai profughi e furono usati, tra l’altro, per mettere in piedi una rete di “madrasa”, le scuole islamiche che hanno tenuto a battesimo i Taliban.

Tornando alla Turchia, esistono molti dubbi sul fatto che i recenti massacri di Istanbul e di Ankara siano davvero opera dei Kurdistan Freedom Falcons o TAK, un gruppo sul quale non esistono informazioni sicure e che li ha rivendicati affermando che si tratta di rappresaglie per i massacri di kurdi operati negli ultimi mesi dall’ esercito turco.

Pare che sia una scissione del Partito Kurdo dei Lavoratori o PKK, la principale organizzazione politico-militare dei kurdi che vivono in Turchia. Il fatto che i loro attentati abbiano coinciso con il tentativo di Erdoğan di recuperare il terreno perduto di fronte all’ opposizione democratica e di compattare l’ opinione pubblica dietro la lotta al pericolo kurdo e’ fortemente sospetto.

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Beniamino Natale

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