Obama-Castro, la Storia vola, a piccoli passi

LIVIO ZANOTTI
Vecchio e mai del tutto cresciuto bambino-prodigio della rivoluzione latinoamericana, il castrismo riceve a Cuba il deludente bambino-prodigio del riformismo yankee, un Barack Obama rivolto soprattutto alla politica estera ora che gli si stanno imbiancando le tempie e gli restano pochi mesi dalla scadenza del suo secondo mandato presidenziale. Guardandosi negli occhi mentre si stringono la mano, Raúl Castro e il capo della Casa Bianca s’affidano soprattutto alla loro volontà di compiere un passo avanti verso un concreto ristabilimento dei rapporti economici e commerciali, dopo aver ripreso quelli politico-diplomatici.

 Sebbene da consolidare, il processo appare irreversibile. Fidel resta dietro le quinte, supremo consigliere del fratello, visibile solo per gli intimi ma sempre ascoltato con attenzione.

L’entusiasmo instancabile manifestato dai cubani davanti alle telecamere di Granma che trasmettono in diretta la visita del primo presidente degli Stati Uniti nell’ isola in quasi 90 anni è autentico. Evidente come il verde-azzurro con cui hanno ridipinto le case coloniali dell’Avana vecchia attorno alla Cattedrale e ben rattoppato il fondo stradale dall’aeroporto José Marty alla zona monumentale del Congresso e del Palacio de la Revolución. E ancora lungo le bellissime vie traverse che risalgono dal Malecón al centro storico e al Floridita, percorso a suo tempo preferito dall’ultimo, altro grande ospite americano, Ernest Hemingway.

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Ma anche tra la gente comune dell’isola si tratta di un entusiasmo della speranza, che attende di essere sostanziato dal pieno rispetto dei diritti umani e dal concreto incremento dei consumi.

Le difficoltà dello straordinario dialogo stanno nella forza dei pregiudizi e nei timori dei nemici d’entrambi gli interlocutori all’Avana e a Washington. Dominato dall’opposizione repubblicana sempre più radicalizzata, il Congresso nega a Obama la revoca delle sanzioni imposte a Cuba subito dopo la vittoria della rivoluzione, oltre mezzo secolo fa (un provvedimento archeologico, ormai). Nell’isola caraibica la stagnazione economica e l’indiscutibile autorevolezza dei fratelli Castro non permette resistenze altrettanto rigide.

Non manca tuttavia una burocrazia dello status quo che vede di malocchio qualsiasi apertura verso il cambiamento in quanto potenzialmente lesiva dell’autorità e dei relativi privilegi di cui gode. Raúl e Fidel fanno il surf tra le due opposte necessità, restare sull’onda innovando senza perdere l’appoggio degli apparati (quello militare in primis).

Un vecchio amico cubano scrittore e poeta, nato e cresciuto con la rivoluzione ma poi diventato un dissidente, finito in carcere e da tempo ormai esule negli Stati Uniti, mi ha telefonato nei giorni scorsi per dirmi che finché vivranno i fratelli Castro non c’è da aspettarsi cambiamenti rilevanti nell’isola. È una previsione ragionevole. Probabilmente non lontana dal pensiero dello stesso Obama. Però i bisogni irrevocabilmente urgenti di quei cubani che applaudono il presidente americano per le strade senza perciò voler tradire la rivoluzione, non meno che la necessità dell’economia degli Stati Uniti di riattivare i mercati latinoamericani per i suoi export e investimenti, spingono Raúl e Obama al rischio calcolato dell’accordo. Procedono a piccoli passi, ma così impediscono che la storia rimanga anchilosata.

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Livio Zanotti

http://www.ildiavolononmuoremai.it

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