Il discorso di Obama all’Avana. Testo integrale in italiano

Presidente Castro, popolo di Cuba:
Molte grazie, muchas gracias, per la calorosa accoglienza che ho ricevuto, che ha ricevuto la mia famiglia, che ha ricevuto la mia delegazione. È un onore straordinario essere qui.
Ma prima di iniziare consentitemi di commentare gli attacchi terroristici che hanno avuto luogo a Bruxelles.

I pensieri e le preghiere del popolo degli Stati Uniti stanno col popolo del Belgio. Siamo solidali con loro, condannando questi indegni attacchi contro persone innocenti. Faremo tutto il necessario per appoggiare il nostro amico e alleato, il Belgio, per portare davanti alla giustizia i responsabili, e questo è un altro monito in più a che il mondo debba stare unito. Dobbiamo serrare le fila, al di là di nazionalità, razza o credenze religiose, nella lotta contro questo flagello del terrorismo. Possiamo sconfiggere, e sconfiggeremo, quelli che minacciano la nostra sicurezza e quella delle persone in tutto il mondo.

Desidero ringraziare il governo e il popolo di Cuba per l’amabilità che hanno dimostrato nei confronti miei, di Michelle, di Malia, Sasha, di mia suocera Mariam. “Cultivo una rosa blanca” (applausi). Nella sua più celebre poesia José Martí fece quest’offerta di amicizia e pace agli amici come ai nemici. Oggi, come presidente degli Stati Uniti d’America io offro al popolo cubano el saludo de paz (applausi).

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L’Avana sta solo a novanta miglia dalla Florida, ma per arrivare qui abbiamo dovuto coprire una lunga distanza, attraversando barriere storiche, ideologiche, di dolore e separazione. Le azzurre acque sotto l’Air Force One, furono un tempo solcate da corazzate in rotta verso questa isola per liberare Cuba, ma anche per esercitare un controllo sopra di essa. Quelle acque sono state anche solcate da generazioni di rivoluzionari cubani alla volta degli Stati Uniti, dove ottennero appoggio alla loro causa. E questa breve distanza è stata attraversata da migliaia di esiliati cubani, con aerei e imbarcazioni rustiche, che vennero negli Stati Uniti in cerca di libertà e opportunità, a volte lasciandosi alle spalle tutto quello che avevano e tutti i loro cari. Come tanti, nei nostri due paesi.

Tutta la mia vita si è svolta in un’era d’isolamento tra di noi. La rivoluzione cubana ebbe luogo nello stesso anno in cui mio padre emigrò negli Stati Uniti dal Kenya.
La Baia dei Porci ebbe luogo nell’anno in cui io nacqui. L’anno seguente il mondo intero rimase sospeso osservando i nostri due paesi mentre l’Umanità si avvicinava più che mai all’orrore di una guerra nucleare. Con lo scorrere dei decenni i nostri Governi sono rimasti fermi in una confrontation interminabile, scatenando battaglie attraverso terzi. In un mondo che si andava trasformando, il conflitto tra Stati Uniti e Cuba era una costante.

Io sono venuto qui a sotterrare gli ultimi rimasugli della Guerra Fredda nelle Americhe (applausi). Sono venuto qui a stendere una mano amica al popolo cubano (applausi).

Voglio esser chiaro: le differenze tra i nostri governi dopo tanti anni sono reali, e sono importanti. Sono certo che il presidente Castro direbbe lo stesso. Lo so, perché l’ho ascoltato affrontare a fondo quelle differenze. Però prima di discutere quei problemi, dobbiamo anche riconoscere quante cose condividiamo perché, in molte forme, Stati Uniti e Cuba sono come due fratelli che sono stati estranei l’uno all’altro per molti anni, a dispetto dello stesso sangue.

Entrambi viviamo in un Nuovo Mondo, colonizzato dagli europei. Cuba, come gli Stati Uniti, fu in parte fondata da schiavi portati dall’Africa. Come quello degli Stati Uniti, il popolo cubano può tracciare i propri antenati fino agli schiavi e ai padroni di schiavi. Entrambi accogliemmo immigranti che vennero da molto lontano per iniziare una nuova vita nelle Americhe.

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Nel corso degli anni le nostre culture si sono mescolate. Il lavoro del dottor Carlos Finlay a Cuba spianò la strada a generazioni di medici, tra i quali Walter Reed, che si basò sul lavoro del dottor Finlay per aiutare a combattere la febbre gialla. Allo stesso modo in cui Martí scrisse la sua opera più famosa a New York, Ernest Hemingway fece di Cuba la sua casa e trovò ispirazione nelle acque di queste coste.

Condividiamo lo stesso passatempo nazionale: la pelota. E oggi stesso, più tardi, i nostri giocatori si affronteranno sullo stesso terreno habanero dove ha giocato Jackie Robinson prima di debuttare nella Major League (applausi). E si dice che il nostro più grande pugile, Mohamed Ali, rese omaggio una volta a un cubano con il quale mai poté combattere, dicendo che il massimo che avrebbe potuto raggiungere era un pareggio con quel grande cubano Teófilo Stevenson.

Cosicché perfino quando i nostri governi divennero avversari, i nostri popoli condividevano queste passioni comuni, in particolare con l’arrivo negli Stati Uniti di tanti cubani. A Miami o all’Avana potete trovare luoghi dove ballare il cha-cha-cha o la salsa; dove mangiare “ropa vieja” (piatto della cucina cubana, Ndt); la gente nei nostri paesi ha cantato con Celia Cruz, Gloria Estefan, e ora ascolta il reggaetón di Pitbull. Milioni dei nostri hanno la stessa religione, una fede alla quale ho reso omaggio nell’Eremo della Carità di Miami: la pace che i cubani trovano nella Cachita.

Nonostante le nostre differenze, cubani e statunitensi condividono valori comuni nelle loro vite: un sentimento di patriottismo e di orgoglio, un grande orgoglio; un profondo amore per la famiglia; la passione per i nostri figli; un impegno per la loro educazione. È per questo che credo che i nostri nipoti guarderanno a questo periodo di isolamento come un’aberrazione, e come solo a un capitolo in una storia più lunga di familiarità e amicizia.

Tuttavia non possiamo né dobbiamo ignorare le differenze reali che abbiamo, su come organizziamo i nostri governi, le nostre economie e le nostre società. Cuba ha un sistema di partito unico; gli Stati Uniti sono una democrazia multipartitica. Cuba ha un modello economico socialista; gli Stati Uniti, uno di mercato aperto. Cuba ha enfatizzato il ruolo e i diritti dello Stato; gli Stati Uniti furono fondati nei diritti dell’individuo.

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Nonostante queste differenze, il 17 dicembre 2014 il presidente Castro e io annunciammo che Stati Uniti e Cuba avrebbero iniziato un processo di normalizzazione delle relazioni tra i nostri paesi (applausi).
Da allora, abbiamo stabilito relazioni diplomatiche e aperto ambasciate. Abbiamo posto in marcia iniziative per cooperare nella sanità e nell’agricoltura, nell’istruzione e nella giurisprudenza. Siamo arrivati ad accordi per ripristinare i voli e il servizio postale diretti. Ampliato le relazioni commerciali, e agevolato i viaggi di piacere e d’affari per i cittadini statunitensi a Cuba.

E questi cambiamenti sono stati ben accolti, sebbene ci sia ancora chi si oppone a queste politiche. In molti, poi, in entrambi i lati di questo dibattito, si sono chiesti: “Perché ora?” “Perché ora?”

La risposta è semplice: quello che gli Stati Uniti stavano facendo non funzionava. Dobbiamo avere il coraggio di riconoscere quella verità. Una politica d’isolamento disegnata dalla Guerra Fredda aveva poco senso nel secolo XXI. L’embargo stava solo danneggiando il popolo cubano invece che aiutarlo. Io ho sempre creduto in quello che Martin Luther King Jr. definì “la feroce urgenza dell’adesso”. Non dobbiamo aver paura del cambiamento, dobbiamo abbracciarlo. (applausi).

Questo mi porta a una ragione più grande e più importante per simili cambiamenti: Creo en el pueblo cubano. Creo en el pueblo cubano (applausi). Questa non è solo una politica di normalizzazione delle relazioni con il governo cubano. Gli Stati Uniti d’America stanno normalizzando le proprie relazioni con il popolo cubano (applausi).

E oggi voglio condividere con voi la mia visione di quello che può essere il nostro futuro. Voglio che il popolo cubano, specialmente i giovani, capisca perché credo che dovete vedere il futuro con speranza. E non è la falsa insistita promessa secondo cui le cose sono migliori di quello che realmente sono, o l’ottimismo cieco che dice che tutti i vostri problemi potranno scomparire domani. È una speranza che ha le sue radici nel futuro che voi potete scegliere, e potete adattare, e potete costruire per il vostro paese.

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Io ho quella speranza perché credo che i cubani siano innovatori quanto qualsiasi altro popolo del mondo.

In un’economia globale, sostenuta dalle idee e dall’informazione, la migliore risorsa di un paese è la sua gente. Negli Stati Uniti, abbiamo un chiaro monumento di quello che il popolo cubano è capace di costruire: si chiama Miami. Qui all’Avana, vediamo quello stesso talento nei cuentapropistas lavoratori in proprio, nelle cooperative, nelle vecchie automibili che ancora circolano. El Cubano Inventa del aire. (applausi)
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Cuba può contare su una straordinaria risorsa: un sistema di istruzione che valorizza ogni bambino e ogni bambina (applausi). Negli ultimi anni, il governo cubano ha cominciato ad aprirsi al mondo, e a dare ancor più spazio al fiorire del talento. In pochi anni, abbiamo visto come i lavoratori in proprio possono primeggiare, conservando uno spirito nettamente cubano. Essere lavoratore in proprio non significa essere di più come gli americani, significa essere se stessi.

Guardate Sandra Lídice Aldama, che ha deciso di cominciare con un piccolo esercizio. I cubani, ha detto, possono “innovare e adattarsi senza perdere la propria identità… il nostro segreto sta non nel copiare o imitare, ma semplicemente nell’essere noi stessi”.

Guardate Papito Valladeres, un barbiere, il cui successo gli ha consentito di migliorare le condizioni del suo quartiere. “So che se non posso risolvere i problemi del mondo”, ha detto. Epoi: “Ma se posso risolvere i problemi in questo pezzetto del mondo in cui vivo, la cosa può riverberarsi attraverso tutta l’Avana”.

È lì che inizia la speranza: con la capacità di guadagnarsi da vivere e costruire qualcosa di cui poter essere orgogliosi. È per questo che la nostra politica mira ad appoggiare i cubani, non a danneggiarli. È per questo che ci siamo liberati dei limiti nelle rimesse: perché i cubani possano disporre di maggiori risorse. È per questo che stiamo aprendo ai viaggi, che costruiranno ponti tra i nostri popoli, e porteranno maggiori guadagni alle piccole imprese cubane. Per questo abbiamo ampliato lo spazio per il commercio e gli scambi, in modo che statunitensi e cubani possano lavorare insieme per trovare cure alle malattie, e creare posti di lavoro. E aprire le porte a maggiori opportunità per il popolo cubano.

Come presidente degli Stati Uniti, ho esortato il nostro Congresso a togliere l’embargo (applausi). È un gravame fuori del tempo che pesa sul popolo cubano. È un peso per gli statunitensi che desiderano lavorare e fare affari o investire qui a Cuba. È ora di togliere l’embargo. Eppure, anche se si togliesse l’embargo già domani, i cubani non si renderebbero conto del loro potenziale in assenza di un cambiamento che continui qui a Cuba. (applausi) Dovrebbe essere più facile aprire un’attività qui a Cuba. Un lavoratore dovrebbe poter ottenere un lavoro direttamente dalle imprese che investono qui a Cuba. Due valute non dovrebbero dar luogo a due tipi di salari che i cubani possono guadagnare. Internet dovrebbe essere disponibile in tutta l’isola, affinché i cubani possano connettersi con il resto del mondo (applausi) e accedere a uno dei più grandi motori di crescita nella storia umana.

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Gli Stati Uniti non pongono limiti alla possibilità di Cuba di prendere queste misure. Dipende da voi. E posso dirvi, da amico, che nel secolo XXI una prosperità sostenibile dipende dall’istruzione, dalla salute e dalla tutela dell’ambiente. Ma dipende anche dall’interscambio libero e aperto di idee. Se uno non può accedere all’informazione online, se non può stare esposto a differenti punti di vista, non raggiungerà il massimo del suo potenziale. E con il tempo, la gioventù perde la speranza.

So che questi sono temi delicati, soprattutto se esposti da un presidente statunitense. Prima del 1959, c’erano americani che vedevano Cuba come qualcosa da sfruttare, ignoravano la povertà, favorivano la corruzione. E dal 1959 in poi, siamo stati a fare a pugni con le nostre ombre in questa battaglia di geopolitica e personalità. Conosco la storia, ma mi rifiuto di restarvi intrappolato. (applausi).

Ho chiarito che gli Stati Uniti non hanno né la capacità, né l’intenzione d’imporre un cambiamento a Cuba. Qualsiasi cambiamento che verrà dipenderà dal popolo cubano. Non vogliamo imporre il nostro sistema politico o economico. Riconosciamo che ogni paese, ogni popolo, deve tracciare la sua strada e dare forma al suo proprio modello. Però, dopo aver eliminato dalla nostra relazione l’ombra della storia, devo parlare con onestà delle cose in cui credo: le cose nelle quali noi, come statunitensi, crediamo.

Come disse Martí, “La libertà è il diritto di ogni uomo a essere onesto, e a pensare e a parlare senza ipocrisia”.

Consentitemi di dirvi in cosa credo. Non vi posso obbligare a essere d’accordo con me, ma dovete sapere quello che penso. Credo che ogni persona debba essere uguale davanti alla legge (applausi). Tutti i bambini meritano la dignità che proviene dalla educazione e dall’attenzione alla salute, cibo in tavola e un tetto sopra le loro teste. (applausi). Credo che i cittadini debbono avere la libertà di dire quello che pensano senza timore (applausi), di organizzarsi e criticare il proprio governo, e di protestare pacificamente; e che lo stato di diritto non debba comportare detenzioni arbitrarie delle persone che esercitano questi diritti (applausi).

Credo che ogni persona debba avere la libertà di praticare la propria religione in pace e pubblicamente (applausi). E, sì, credo che gli elettori debbano poter eleggere i propri governi con elezioni libere e democratiche (applausi). Non tutti sono d’accordo con me su questo. Non tutto il mondo è d’accordo con il popolo statunitense su questo. Però io credo che i diritti umani siano universali (applausi). Credo che siano i diritti del popolo statunitense, del popolo di Cuba, e delle persone in tutto il mondo.

Bene, non è un segreto che i nostri governi sono in disaccordo intorno a molti di questi temi. Ho avuto conversazioni franche con il presidente Castro. Per molti anni, egli ha segnalato gli errori del sistema americano: la disuguaglianza economica; la pena di morte; la discriminazione razziale; guerre all’estero. Questa è solo un campione, la sua è una lista molto più lunga (risa). Ma questo è ciò che il popolo cubano deve comprendere: io sono aperto a questo dibattito pubblico e al dialogo. È salutare. Non lo temo.

C’è troppo denaro nella politica statunitense. Senza dubbio, negli Stati Uniti, è ancora possibile per uno come il me, un bambino che è stato allevato da una madre single, un bimbo meticcio senza tanti soldi, aspirare al più alto incarico della terra e conquistarlo. Questo è ciò che è possibile negli Stati Uniti (applauso).

Abbiamo sfide in tema di discriminazione razziale, nelle nostre comunità, nel nostro sistema di giustizia penale, nella nostra società, un’eredità della schiavitù e della segregazione. Però il fatto che teniamo dibattiti aperti dentro la stessa democrazia statunitense è quello che ci permette di migliorare. Nel 1959, l’anno in cui mio padre si trasferì negli Stati Uniti, in molti stati americani era illegale che si sposasse con mia madre, che era bianca. Quando iniziai la scuola, stavamo ancora lottando per eliminare la segregazione nelle scuole di tutto il sud degli Stati Uniti. Ma la gente si organizzò; dibattè su questi temi; sfidò gli esponenti del governo.
È grazie a queste proteste, e grazie a questi dibattiti, e grazie alla mobilitazione popolare se io posso essere qui oggi, un africano americano, presidente degli Stati Uniti. Il cambiamento che abbiamo potuto ottenere si deve alle libertà di cui godiamo negli Stati Uniti.

Non sto dicendo che sia facile. Ci sono ancora enormi problemi nella nostra società. Però il modo che abbiamo per risolverli è la democrazia. Così è stato quando abbiamo ottenuto maggiore assistenza sanitaria per più statunitensi. O come quando abbiamo fatto grandi progressi nei diritti della donna e in quelli degli omosessuali. Così è come ci occupiamo della disuguaglianza che concentra tanta ricchezza negli strati superiori della nostra società. Grazie al fatto che i lavoratori possono organizzarsi e la gente comune far sentire la propria voce, la democrazia statunitense ha dato alla nostra gente l’opportunità di realizzare i propri sogni e di godere di un alto livello di vita (applausi).

Bene, ancora ci restano alcune battaglie difficili. Non sempre è bello il processo della democrazia. Spesso è frustrante. Lo potete vedere nelle elezioni che si stanno svolgendo da noi. Però fermatevi un istante e considerate questo fatto: nella campagna elettorale statunitense che si sta svolgendo in questo momento ci sono due cubani americani del Partito Repubblicano, in competizione per raccogliere l’eredità di un nero che è il presidente, sostenendo ciascuno di loro di essere il migliore per vincere il candidato democratico che, o sarà una donna, o un socialdemocratico. (risa e applausi). Chi l’avrebbe mai detto nel 1959. Questa è la misura del nostro progresso come democrazia. (applausi).
Pertanto, ecco il mio messaggio al governo di Cuba e al popolo cubano: gli ideali che sono il punto di partenza di ogni rivoluzione, la rivoluzione americana, la rivoluzione cubana, i movimenti di liberazione in tutto il mondo, quegli ideali trovano la propria espressione più autentica, come io credo, nella democrazia. Non perché la democrazia statunitense sia perfetta, anzi proprio perché proprio non lo siamo. E noi, come tutti i paesi, abbiamo bisogno, per cambiare, dello spazio che la democrazia ci da. Essa offre agli individui la capacità di essere catalizzatori per pensare a nuove forme, e ripensare come deve essere la nostra società, e migliorare.

Già si sta verificando un’evoluzione dentro Cuba, un cambio generazionale. Molti mi hanno suggerito che venissi qui e chiedessi al popolo cubano di buttare giù qualcuno, ma sto invece rivolgendo un appello ai giovani cubani, che sono quelli che innalzeranno qualcosa, a costruire qualcosa di nuovo. (applausi). El futuro de Cuba tiene que estar en las manos del pueblo cubano. (applausi).

E al presidente Castro, che ringrazio di essere qui oggi, voglio che sappia che la mia visita qui dimostri che non deve temere una minaccia da parte degli Stati Uniti. E considerando il suo impegno per la sovranità e l’autodeterminazione di Cuba, sono altrettanto sicuro che non debba aver timore della diversità delle voci del popolo cubano, e della sua capacità di esprimersi, riunirsi, e votare i suoi leader. Ho anzi speranza nel futuro perché confido che il popolo cubano prenderà le decisioni giuste.

E come già voi, pure io sono sicuro che Cuba può continuare a svolgere un ruolo importante nell’emisfero e in tutto il mondo, ed è mia speranza che possa farlo come alleato degli Stati Uniti. Abbiamo assolto a ruoli molto differenti nel mondo. Ma nessuno dovrebbe negare il servizio che migliaia di medici cubani hanno prestato ai poveri e a coloro che soffrono. (applausi). L’anno passato, addetti alla sanità statunitensi, e militari degli Stati Uniti, hanno lavorato gomito a gomito con i cubani per salvare vite e mettere fine a Ebola in Africa Occidentale. Credo che dovremmo continuare ad avere questo tipo di cooperazione in altri paesi.

Ci siamo collocati ai lati opposti in molti conflitti nel continente americano. Però oggi, statunitensi e cubani sono seduti assieme al tavolo del negoziato, e stiamo aiutando i colombiani a risolvere una guerra civile che si è protratta per decenni. (applausi). Questo tipo di cooperazione è buono per tutti. Dà speranza a tutti in questo emisfero.

Abbiamo intrapreso strade diverse nel nostro appoggio al Sudafrica per l’abolizione dell’apartheid. Però il presidente Castro e io ci siamo potuti trovare a Johannesburg a rendere omaggio al lascito del grande Nelson Mandela. (applausi). Ed esaminando la sua vita e le sue parole, sono sicuro che entrambi ci rendiamo conto che abbiamo più lavoro da fare per promuovere l’uguaglianza nei nostri stessi paesi: per ridurre la discriminazione delle razze nei nostri stessi paesi. E a Cuba, vogliamo che il nostro impegno aiuti a elevare i cubani di ascendenza africana (applausi) che hanno dimostrato che non c’è nulla che non possano raggiungere quando gli si dia la possibilità.

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Abbiamo fatto parte di differenti blocchi di nazioni nell’emisfero, e continuiamo ad avere profonde differenze sui modi di promuovere la pace, la sicurezza, le opportunità e i diritti umani. Ma a misura che si normalizzino le nostre relazioni, credo che potremo aiutare a sviluppare un maggior senso di unità nelle Americhe.
Todos somos americanos. (applausi).

Dall’inizio del mio mandato, ho chiesto ai popoli delle Americhe di lasciare alle spalle le battaglie ideologiche del passato. Siamo in una nuova era. So che molti problemi di quelli di cui ho parlato risentono del dramma del passato. E so che parte dell’identità di Cuba è il suo orgoglio di essere una piccola nazione insulare capace di difendere i propri diritti, e di stupire il mondo. Ma so anche che Cuba sempre si distinguerà per il suo talento, per il lavoro duro, e per l’orgoglio del popolo cubano. Questa è la sua forza (applauso). Cuba non deve essere definita dall’essere l’avversario degli Stati Uniti, più di quanto gli Stati Uniti non devono essere definiti dall’essere avversari di Cuba. Ho speranza nel futuro grazie alla riconciliazione che si sta verificando nel popolo cubano.

So che alcuni cubani nell’isola possono avere la sensazione che quelli che se ne sono andati in qualche maniera appoggiavano il vecchio regime a Cuba. Sono certo che ci sia una narrazione che perdura qui, e che suggerisce che gli esiliati cubani trascurarono i problemi della Cuba pre-rivoluzionaria, e rifiutarono la lotta per costruire un nuovo futuro. Però oggi vi posso dire che molti esiliati conservano ricordi di una dolorosa, e a volte violenta, separazione. Essi amano Cuba. Una parte di loro considerano ancora questo paese la loro vera casa. È per questo che la loro passione è così forte. È per questo che il loro dolore è così grande. E per la comunità cubano americana che sono giunto a conoscere e a rispettare, non si tratta solo di politica. Si tratta della famiglia: il ricordo di una casa che si è persa; il desiderio di riallacciare un legame spezzato; la speranza di un futuro migliore; la speranza del ritorno e della riconciliazione.

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Al di là della politica, le persone sono persone, e i cubani sono cubani. E sono venuto qui, ho percorso questa distanza, sopra un ponte che è stato costruito da cubani di entrambi i lati dello stretto della Florida. Per prima cosa sono giunto a conoscere il talento e la passione dei cubani negli Stati Uniti. E so come hanno sofferto qualcosa di più del dolore dell’esilio: sanno anche che cos’è sentirsi estranei, lottare, lavorare sodo per permettere che i loro figli possano arrivare più lontano in America.

Così che la riconciliazione dei cubani, i figli e i nipoti della rivoluzione, e i figli e i nipoti dell’esilio, è fondamentale per il futuro di Cuba. (applausi).

Lo si vede in Gloria González, che è giunta qui nel 2013 per la prima volta dopo sessantun anni di separazione, e ha rivisto la sorella Llorca. “Tu mi hai riconosciuta, ma io a te, non ti ho riconosciuta”, ha detto Gloria dopo aver abbracciato la sorella. Immaginatevi questo, dopo sessantun anni.

Ed ecco Melinda López, che arriva nella vecchia casa di famiglia. E mentre camminaper le strade, un’anziana la riconosce come figlia di sua madre, e scoppia a piangere. La conduce a casa sua e le mostra una infinità di foto tra le quali alcune di Melinda quando era bambina, che sua madre le aveva inviato cinquant’anni prima. Melinda ha detto dopo quell’esperienza: “Molti di noi stanno recuperando tanto ora.”

Ed ecco Cristian Migeul Soler, un giovane, il primo della sua famiglia a viaggiare qui dopo cinquant’anni. E incontrandosi con i suoi famigliari, per la prima volta, dice: “Mi sono reso conto che la famiglia è la famiglia, non importa la distanza tra di noi”.

A volte i cambiamenti più importanti avvengono in luoghi piccoli. Le maree della storia possono lasciare le persone nel conflitto, nell’esilio, nella povertà. C’è bisogno di tempo affinché queste circostanze cambino. Però nel riconoscimento di un’umanità comune, nella riconciliazione delle persone unite da legami di sangue e nel credere l’uno nell’altro, è dove comincia il progresso. Nella comprensione, e nel sapere ascoltare, e nel perdono. E se il popolo cubano affronta il futuro unito, sarà più probabile che i giovani di oggi possano vivere con dignità e realizzare i propri sogni qui a Cuba.

La storia degli Stati Uniti e di Cuba abbraccia la rivoluzione e il conflitto; la lotta e il sacrificio; la sanzione e, ora, riconciliazione. È giunta l’ota di lasciare alle spalle il passato. È giunto il momento che guardiamo assieme verso il futuro, un futuro de esperanza. E non sarà facile e ci saranno avversità. Prenderà tempo. Però il mio tempo qui a Cuba rinnova la mia speranza e la mia fiducia in quello che può fare il popolo cubano. Possiamo fare questo viaggio come amici, e come vicini, e come famiglia: uniti.

Sí se puede. Muchas gracias. (applausi).

L’Avana, El Gran Teatro, 22 marzo 2016

[traduzione di Claudio Madricardo]

 TESTO DEL DISCORSO IN INGLESE

Le illustrazioni di questo articolo sono tratte dal sito della Casa Bianca.  Con l’hashtag #CubaVisit la Casa Bianca ha raccolto una serie di immagini di americani e cubani che raccontano la Cuba che accoglie il presidente statunitense.

GUIDO MOLTEDO
Un presidente statunitense all’Avana che si rivolge direttamente al popolo dell’isola. Parla da El Gran Teatro, icona della cultura cubana. Attraverso la tv di stato. Ed ecco tre giorni dopo la rockstar più celebre al mondo che radunerà centinaia di migliaia di persone in uno stadio. Solo Fidel, in altri tempi, avrebbe potuto farlo.
Qualcosa è cambiato a Cuba. È un cambiamento epocale. I politologi sono all’opera per sezionare anche le virgole di Barack Obama, per indagare ogni gesto di Raúl Castro. Per valutare se nella “nuova” rivoluzione cubana c’è posto anche per i dissidenti, se è una trasformazione democratica di stampo occidentale o se, dietro le aperture del regime, resta ostinata la chiusura ai diritti universali. Chiacchiere effimere, di cui non resterà traccia, perché a fare la storia di questi giorni, con Obama, c’è Mick Jagger che venerdì canterà Satisfaction di fronte a una folla oceanica, seconda tappa del suo tour America Latina Olé, la prima in Messico dove ha graffiato Donald Trump, citando il suo collega dei Pink Floyd Roger Waters che farà un concerto ispirato al celeberrimo album The Wall. Il Muro, quello che vuole costruire lungo il confine col Messico l’immobiliarista di New York in corsa per prendere il posto di Obama il prossimo 8 novembre.
Essì, è inevitabile e giusto fare le pulci ai fratelli Castro sui diritti e sulla democrazia, ma è bene non lasciare sullo sfondo la particolarità di quanto accade a Cuba in questi giorni e di quanto accade negli Usa. La specificità, cioè, di un presidente, il primo africano americano alla Casa Bianca, che ha voluto caparbiamente fare della fine dell’embargo intorno a Cuba e del ripristino di relazioni normali con l’Avana il tratto saliente della sua presidenza, lasciando un’orma nella storia del continente americano, e non solo. Una parentesi, però, quella della presidenza Obama. Specie se a lui seguirà Donald Trump, paladino di un’America di segno opposto, rude, ostile, allergica a far parte del nuovo contesto continentale americano, nel quale la componente latina assume pari valore e dignità rispetto a quella per troppo tempo egemone, anglo protestante bianca.
E anche fosse Hillary l’erede di Obama, s’affermerebbe comunque l’ideologia di un’America per niente propensa a relazioni paritarie con i paesi vicini, così come le intende Obama, quando enfatizza, al di là del ripristino dei rapporti formali tra governi, l’importanza di “normalizzare i rapporti con il popolo cubano”, dopo quella che “un giorno sarà vista come un’aberrazione”, il periodo dell’embargo.
Con la visita a Cuba, Obama dice che intende “seppellire quel che resta della guerra fredda” nel continente americano. Ed ecco che la sua seconda giornata all’Avana è in parte oscurata dai fatti gravi di Bruxelles, che rimbalzano a Cuba, a ricordare che le deprecate certezze del mondo rigidamente bipolare possono lasciare il posto all’escalation incontrollata di conflitti d’ogni grado, se il metodo del dialogo – proprio quello di Barack Obama e dei fratelli Castro – non sarà prevalente e se, invece, avrà la meglio quello opposto, di un Trump, e del populismo europeo, e anche l’approccio muscolare che Hillary Clinton propone con sempre più insistenza in questa fase della sua campagna presidenziale, lasciando intendere che volterà pagina rispetto alla politica obamiana.


Certo, quanto avviene oggi a Cuba lo si deve alla politica, che ha saputo incrociare i tempi giusti per potersi affermare. I tempi maturi perché questa visita apparisse come un evento normale, a dispetto della sua straordinarietà. Anche per questo, dovesse anche cambiare radicalmente la linea internazionale di Washington, difficilmente si tornerà indietro. Per il sessantadue per cento degli americani è un bene la riapertura delle relazioni con l’Avana. L’isola è già meta di charter di turisti statunitensi. Al seguito di Obama c’è una nutrita comitiva di uomini d’affari. E poi c’è lo sport che unisce, la comune passione per il baseball. C’è il milione e mezzo di cubani fuggiti negli Usa, prevalentemente in Florida, ansiosi di poter avere rapporti con i parenti rimasti nell’isola, e gli undici milioni di cubani desiderosi di poter viaggiare e un giorno andare anche negli Usa, se e quando l’economia produrrà più ricchezza. O produrrà un piccolo ceto di persone ricche. Già, perché anche questo è da vedere, nella dinamica che si sta profilando: come procederà il nuovo corso cubano? In quale direzione? Non solo nel senso dei diritti della persona, fondamentali, ma in quelli della vita di tutti i giorni per la gran parte delle persone. Obama, di questo, non ha parlato, tanto meno i tanti commentatori come sempre molto poco attenti alla vita reale della maggioranza della gente comune. [da il manifesto, 23 marzo 2016]

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@GuidoMoltedo

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