Venezia. “Il Ghetto e oltre il Ghetto”. Parla Simon Levis Sullam

CLAUDIO MADRICARDO
Docente di Storia contemporanea a Ca’ Foscari, Simon Levis Sullam si è formato tra l’ateneo lagunare e l’Università della California, occupandosi di ebrei fin dalla sua tesi di laurea con Mario Isnenghi, divenuto poi il suo primo libro col titolo di “Una comunità immaginata: gli ebrei a Venezia”. Per Feltrinelli è uscito nel 2015 e ripubblicato quest’anno “I carnefici italiani: Scene dal genocidio degli ebrei, 1943-1945” sulla responsabilità degli italiani nella Shoah. Collaboratore del Comitato per i 500 anni del Ghetto, gli abbiamo rivolto alcune domande sul significato delle celebrazioni che prenderanno avvio il prossimo 29 marzo.

Partiamo dall’intervista rilasciata da Riccardo Calimani a ytali. e dalla sua tesi lucidamente polemica sulla inutilità della commemorazione. Che significato ha per te la ricorrenza del cinque-centenario?
Nella ricorrenza sono coinvolto come consulente nella parte contemporanea della mostra che si terrà a Palazzo Ducale. Come storico però mi sono sempre occupato di questi temi. Io credo sia un’occasione di approfondimento, scoperta scientifica e d’impegno civile. Soprattutto di cosa è attuale degli specifici contenuti del cinque-centenario.

Non ti sembra strano che debbano essere gli ebrei a ricordare e non invece i cristiani le cui vicende hanno prodotto il Ghetto?
Il Comitato per i 500 anni del Ghetto è costituito anche dalla Comunità ebraica. Ma ne fanno parte il Comune di Venezia, la Regione e varie altre personalità, enti e soggetti. Il comitato scientifico è presieduto da Donatella Calabi, ed è costituito da studiosi ebrei e non ebrei. Quindi non è affatto una iniziativa solo ebraica. Com’è giusto che sia d’altronde. Perché la cosa riguarda sia la comunità ebraica, sia la società italiana, europea e internazionale.

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Trovi corretto affermare che alla base della differenza di valutazione di Riccardo Calimani e quella che tu stai esprimendo ci sia un motivo generazionale?
Che ci siano opinioni diverse attorno a quest’anniversario. E ciò è non solo legittimo ma fonte di dibattito e quindi di pluralismo. In parte sì, ci vedo anche un contrasto generazionale nel tipo d’interpretazione data. Riccardo Calimani ha contribuito in modo decisivo alla riscoperta del Ghetto dagli anni Ottanta in poi. Lui e altri intellettuali veneziani (tra cui Dario Calimani dalle colonne di pagine ebraiche.it e in parte anche Giovanni Levi, tra i miei maestri e ora collega a Ca’ Foscari) danno oggi un’interpretazione dell’anniversario che è stata messa in discussione dagli anni Venti del secolo scorso. Salo W. Baron che è stato il primo titolare di una cattedra di storia dell’ebraismo alla Columbia University e l’autore di una monumentale e ancora fondamentale storia sociale degli ebrei, sostenne fin dal 1928 che la storia ebraica deve abbandonare la sua componente “lacrimosa”, o meglio non può essere solo storia delle persecuzioni. Ma deve essere storia dell’incontro del mondo ebraico con la realtà circostante, degli intrecci e delle fecondazioni reciproche. Così il Ghetto va ricordato. Non solo in chiave di persecuzione e segregazione, com’è stato: questo tipo di storia, che non guarda solo alle persecuzioni, è del resto largamente presente anche nella “Storia del Ghetto” di Calimani.

Quella dell’anniversario è a mio avviso un’occasione sia scientifica sia civile per una riflessione sull’esperienza della persecuzione e della segregazione, non solo riguardante gli ebrei, ma anche dell’incontro e dello scambio reciproco e del multiculturalismo, come lo chiamiamo oggi. Di quell’incontro che si conosce fin dalle origini del Ghetto, quando Leon Modena, uno dei principali intellettuali rinascimentali del Ghetto e rabbino, chiama Paolo Sarpi “il mio frate”. È cosa nota che in Ghetto entrano intellettuali e pure sacerdoti cattolici. E che suscita l’interesse dei protestanti. Ed è quindi luogo di confronto, anche se nasce come luogo di segregazione.

Credo sia importante tenere assieme questi aspetti di segregazione e persecutori con gli aspetti di compresenza e fecondazione reciproca. Magari questo sarebbe potuto avvenire anche senza il Ghetto. Ma ciò forse non era possibile perché la cultura europea dell’età moderna era basata sull’antigiudaismo di matrice teologica per la quale l’ebreo è stato per secoli lo straniero interno dell’Europa cristiana, prima dell’arrivo più consistente del musulmano o di altre figure che provengono dai nuovi mondi.

D’altra parte, proprio perché l’ebreo è stato lo straniero interno, una riflessione sul Ghetto è anche una riflessione sui nuovi stranieri interni di oggi, sulle presenze altre nelle nostre società, sulle segregazioni etniche, religiose e sociali. È interessante studiare come la categoria di ghetto emigra in altre esperienze, e si parla per esempio di ghetto nero americano. Di ghetto sociale. È un termine che è servito a pensare esperienze che con l’ebraismo non hanno nulla a che fare. Anche questi aspetti fanno parte del programma culturale e scientifico dei 500 anni, che non sono affatto, quindi, solo celebrazione, né solo commemorazione, ma occasione di riflessione e impegno per l’oggi ben oltre l’esperienza ebraica.

Rispetto agli anni Sessanta il Ghetto veneziano ha avuto una propria evoluzione che ci consente di parlare di una sua rinascita. Ciò è sicuramente frutto del lavoro di uomini come Riccardo Calimani. Non ti sembra che questo fenomeno sia anche dovuto alla contestuale riscoperta e diffusione a livello europeo di una certa cultura di origine ebraica?
La riscoperta avviene nel corso degli anni Settanta del ‘900, prende il volo alla metà del decennio successivo ed è il frutto di una serie di fenomeni concomitanti che ruotano attorno all’interesse e all’attenzione internazionali riguardanti Venezia e il suo salvataggio come bene artistico, culturale, monumentale e ambientale dopo la grande alluvione. Quando nascono i comitati internazionali in difesa di Venezia e anche del Ghetto, che diventa una parte del tutto che si deve salvare. Prima di allora nel corso dell’800 e nel primo ‘900, come ha spiegato Calabi, il Ghetto è a lungo un quartiere urbanisticamente e in parte anche socialmente degradato, dove non si va perché il tessuto sociale è deteriorato. Gli ebrei ci tornano solo per i rituali religiosi e solo una piccola parte dei residenti è di origine ebraica.

Forse in quegli anni aveva, per così dire, perso la sua personalità.
Sì, aveva perso lo smalto; in ogni caso il Ghetto veneziano non era il quartiere alla moda che è oggi. Quel fenomeno ha portato a iniziative sia della comunità ebraica sia dei comitati internazionali per il recupero delle sinagoghe e vede l’assegnazione del Premio Torta alla comunità alla metà degli anni Ottanta. Questo processo che si conclude nei primi anni del decennio successivo con il completamento dei restauri delle sinagoghe e dell’apertura del Museo ebraico, ripensato e rilanciato da Ugo Camerino per conto della Comunità.

Sulla scia di questo nascono gli studi di Donatella Calabi, Ennio Concina e dello stesso Camerino riuniti in “La città degli ebrei” edito da Marsilio. L’altro fenomeno che contribuisce alla riscoperta del Ghetto è quello che viene chiamato la religione civile della memoria. Soprattutto quando cadono le grandi narrazioni ideologiche, nel post ’89, e memoria e identità etniche e religiose diventano una sorta di religione sostitutiva. In particolare la memoria di gruppi vittime della storia. E non più di protagonisti ed eroi, come nel paradigma militante. È l’emergere di un paradigma “vittimario” della storia che diventa un elemento di coesione civile. Cioè ci si trova tutti d’accordo sulle vittime in quanto sono incontestabili, mentre sui protagonismi politici non ci può essere accordo perché da un lato sono falliti, dall’altro sono di matrice politica diversa.

Sì, un fenomeno che non ha riguardato solo la storia degli ebrei.
Ha riguardato gli internati militari della seconda guerra mondiale, le vittime del terrorismo, e i profughi dell’Istria nel giorno del ricordo. Il calendario civile dell’Italia si è riempito negli ultimi anni di date “vittimarie” e “vittimistiche”, per cui non abbiamo solo il 25 aprile o il 2 giugno o il 4 novembre, ma si produce quella che lo storico Giovanni De Luna ha chiamato la repubblica del dolore. Siamo tutti uniti perché abbiamo sofferto assieme. Il che è molto post ideologico e anche un po’ antipolitico, nel senso che la politica in un certo senso sparisce.

Quanto al Ghetto, sorge una religione civile della memoria anche lì perché la comunità ebraica assieme al Comune di Venezia fa costruire due monumenti in memoria delle vittime della Shoa negli anni Ottanta e Novanta. E questa è una novità assoluta perché la comunità ebraica aveva raramente fino ad allora ricordato la Shoah in pubblico alla presenza di autorità civili, perché non sempre gli ebrei hanno voluto condividere il ricordo, ma anche la memoria della Shoah non è stata ugualmente legittimata dalla società italiana. Da qualche tempo si studia come la cultura italiana ha vissuto la memoria della Shoah negli anni Cinquanta e Sessanta: dal rifiuto di Einaudi di pubblicare Primo Levi nell’immediato dopoguerra, alla cosiddetta “era del testimone”, nata dal processo Eichmann (come ha spiegato Annette Wieviorka), alla contemporanea costruzione del mito del bravo italiano. Ovvero il fatto che l’Italia, come ha scritto anni fa Renzo De Felice in modo capzioso, fosse “fuori del cono d’ombra dell’Olocausto”.

A questa vicenda appartiene anche il fatto che si è arrivati al Giorno della memoria, alla sua legge istitutiva del 2001, attraverso un compromesso politico per cui quel testo non contiene per esempio la parola fascismo. Per cui non si capisce che cosa l’Italia debba ricordare in quella occasione rispetto alle proprie responsabilità. Si parla di persecuzione e non del soggetto, dei soggetti anche italiani, che l’hanno compiuta. Nel discorso pubblico italiano è prevalso da un lato il paradigma “vittimario”, dall’altro il discorso sui “giusti” che si moltiplicano all’infinito e in alcuni casi si costruiscono su fatti completamente falsificati. Come nel caso del vice questore di Fiume Palatucci che molto probabilmente non ha salvato le centinaia di ebrei che gli sono stati attribuiti. O nel caso di Gino Bartali che è stato oggetto di una sorta di beatificazione per il suo ruolo di salvatore, mentre nulla di quanto gli è stato attribuito è stato finora storicamente dimostrato.

È una ricerca legittima dei modelli positivi nella storia, quella dei “giusti”, ma nasconde le responsabilità degli italiani perché fa parlare solo di coloro che gli ebrei li avrebbero salvati, non di coloro che li hanno perseguitati. In questo c’è anche una responsabilità del Yad Vashem, il Museo della Shoah di Gerusalemme che mantiene una posizione molto benevola nei confronti dell’Italia avallando la narrazione positiva che prevale nel nostro paese. Insomma si parla solo di “giusti”, finendo per non capire più chi gli ebrei li abbia deportati. E ricordiamo che ne sono morti ad Auschwitz, anche in seguito agli arresti da parte d’italiani, oltre settemila.

Ma tornando al Ghetto…
Tornando al Ghetto, alla fine degli anni Settanta e inizio Ottanta del secolo scorso prende avvio anche la riscoperta della cultura ebraica soprattutto europeo orientale con i libri di Joseph Roth e Arthur Schnitzler etc., rilanciati tra gli altri da Claudio Magris a partire dal suo libro “Lontano da dove”. Questo non ha nulla a che fare con la storia di Venezia, ma porta la cultura ebraica sul proscenio della storia, o almeno del discorso pubblico. Per Venezia, ricorderei anche l’interesse dimostrato fin dagli anni Settanta da Massimo Cacciari per Benjamin, Roth, Schönberg altri viennesi. Questo si riflette per un gioco di specchi anche sulla cultura ebraica italiana che ha del resto dalla propria capitoli, almeno letterari, notevoli. Penso al “Giardino dei Finzi Contini” di Bassani con il successivo film di De Sica. O al “Lessico famigliare” di Natalia Ginzburg. E in genere all’opera di Primo Levi, fino ad esempio al suo “Se non ora quando” dell’82 sui partigiani ebrei dell’Europa orientale, e fino alla saggistica ultima con il capolavoro “I sommersi e i salvati”.

Insomma un insieme di eventi che riguarda la cultura italiana e europea, mentre a Venezia la stessa Comunità ebraica decide di spostare i suoi uffici dal centro città nuovamente in Ghetto da cui si era allontanata agli inizi del’900. Scelta non pacifica, perché a lungo gli ebrei veneziani non volevano “tornare in Ghetto”, gli ebrei più abbienti si erano allontanati dal Ghetto per comprare casa altrove, soprattutto in centro città. Mentre già agli inizi del ‘900 la popolazione di origine ebraica in Ghetto era solo il venti per cento del totale.

Pare venga il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.
Non credo che la visita di Netanyahu sia confermata. So che purtroppo il sindaco di Venezia ha pensato di invitarlo o ha avuto l’idea di farlo. Non vedo come questo sia collegato ai cinquecento anni. Una presenza israeliana è benvenuta, ma personalmente quella di Netanyahu non mi entusiasma in quanto non ne condivido la politica militarista e liberticida nei confronti dei diritti dei palestinesi.

E sul recupero del “Mercante di Venezia” in Ghetto che ne pensi? Non mi pare che a Shakespeare stiano molto simpatici gli ebrei veneziani.
È un esempio delle iniziative nuove che si sono pensate per i cinquecento anni, cioè la riscoperta della vita letteraria attorno al Ghetto. La letteratura ha avuto sempre un peso notevole nella costruzione degli ebrei come comunità immaginata, come simbolo che viene costantemente evocato perché rappresenta gli aspetti virtuosi e quelli deteriori della cultura europea in genere e non ebraica. Shakespeare potrebbe apparire controverso. In realtà l’iniziativa di Shaul Bassi e dei colleghi dell’Università di Venezia è stata preparata con una serie di seminari di studi cui hanno partecipato i più grandi esperti del letterato inglese, tra cui Steven Greenblatt di Harvard, che ricostruiscono e decostruiscono la drammaturgia di Shakespeare e la costruzione dell’etnicità in Shakespeare, che non riguarda solo Shylock, ma anche Otello.

Il tema è anche qui come la letteratura rappresenti l’Europa e l’identità “altra”, uomini, donne, bianchi, neri, ebrei. Questo cinque-centenario lavora sul tema delle rappresentazioni collettive, comprese quelle negative. Occuparsi di Shakespeare significa innanzitutto occuparsi di rappresentazioni deteriori. A qualcuno non piace che gli ebrei stiano in pubblico. Grazie al cielo gli ebrei sono cittadini del mondo e parte integrante della cultura veneziana, italiana e mondiale e devono svolgere un ruolo pubblico attivo. In genere sono contrario alle politiche delle identità, anche se tutti apparteniamo a tante comunità immaginate che s’intrecciano, e abbiamo tutti identità generalmente multiple. Nel momento in cui le studiamo, le affermiamo, le rappresentiamo e anche le decostruiamo, anche a partire dai 500 anni del Ghetto, svolgiamo una funzione di riflessione su cosa vogliamo che le nostre società siano oggi. Sulle presenze “altre” nelle nostre società. Sul fatto che gli ebrei possono fornire degli elementi di riflessione sugli aspetti virtuosi e su quelli deteriori della cultura europea, in quanto simbolo in cui l’Europa si rispecchia. Chi non coglie questa possibilità è sostanzialmente un conservatore e sostanzialmente ha paura di essere se stesso fino in fondo, nel bene e nel male.

claudio madricardo

@claudiomadricar

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