Appendino, su misura per Torino

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ROSANNA LAMPUGNANI
Dalle 15 alle 18 ballo liscio, dalle 18 in poi “L’alternativa Chiara“. Nella sede di un’associazione culturale di semiperiferia, si presenta la candidata sindaco pentastellata Appendino, la quale dai banchi di opposizione si è lanciata nella sfida a Piero Fassino, 66 anni, primo cittadino uscente del Pd.

La signora Appendino, 31 anni, è esempio perfetto di cosa vuol dire essere sabaudi: introversi, discreti, lavoratori, volontà di ferro. Così – con una laurea in economia alla Bocconi, un’esperienza alla Juve, manager nell’azienda del marito Marco Lovatelli, e una bambina di due mesi nel carrozzino, cullata discretamente dalla nonna – “la goccia impietosa”, come l’ha definita qualcuno per il lavorio ai fianchi del sindaco in consiglio comunale, da settimane gira per Torino, per illustrare il risultato di 17 gruppi di lavoro su temi specifici e che vanno a comporre il programma elettorale presentato agli elettori in manifestazioni sul territorio.

immagini della campagna elettorale di Chiara Appendino [dal suo account twitter @c_appendino]  

E nella sala da ballo delle terza circoscrizione la serata era dedicata allo sport – praticato dalla Appendino – organizzata con presenze eccellenti come quella di Darwin Pastorin o di Roberto Finardi. Lo scrittore, che da decenni scrive di calcio come nessuno, si è lasciato andare a ricordi, appunti di viaggio a riflessioni, mentre Finardi ha spiegato cosa significa occuparsi di sport e come si può ancora riconoscere un talento vero. In fondo è quanto si accinge a fare Appendino che per scegliere i suoi eventuali futuri assessori ha lanciato un bando aperto a tutti, “per mettere in campo le persone migliori, con le competenze migliori” e realizzare un programma condiviso.

“Condivisione”: per ora è una parola circoscritta a non molte persone – nella sala da ballo non erano più di un’ottantina – e ci si chiede come gli elettori sceglieranno il candidato migliore se i comizi non si usano più, se i confronti politici sono seguiti solo da gruppetti di irriducibili aficionados, se i programmi nel migliore dei casi sono sintetizzati su volantini distribuiti nei mercati e alle fermate degli autobus. Insomma, nell’epoca della disaffezione dalla politica, con le distanze tra cittadini e istituzioni in aumento, come si riesce a far passare il proprio messaggio? Appendino, in fondo, ha scelto di rifarsi alle vecchie “tecniche”, se non del “porta a porta”, per lo meno a quella di battere quartiere per quartiere con la speranza che il proprio messaggio “passi”, sintetizzato in tre proposte principali:

Creare una città policentrica, perché non ci si può occupare solo del centro storico, mentre ogni quartiere deve essere vivibile.

Quindi: “Valorizzare le piccole e medie imprese. La vocazione industriale di Torino è da troppo tempo messa da parte a favore della cultura su cui ci si è troppo concentrati. Come farlo? Creando uno sportello di supporto alle Pmi e creando un fondo di 5 milioni per l’inserimento dei giovani nel tessuto produttivo”. Infine: “Garantire a tutti un qualificato trasporto pubblico locale”. Questi ultimi due punti fanno sgranare gli occhi a chi vive al di sotto la linea gotica, dove la frequenza dei mezzi pubblici, la loro efficienza è un miraggio; e dove gli investimenti per la cultura sono il sogno di qualsiasi amministratore di qualità. Si può dire che è solo una questione di prospettiva: “Sappiamo che Torino è avanti ad altre città – ammette Appendino – ma noi vogliamo migliorarla”.

Legittima rivendicazione; va comunque ricordato che nelle statistiche delle Regioni d’Europa, elaborate annualmente, il capoluogo sabaudo è l’unico, tra quelli italiani, presente nella lista delle realtà urbane efficienti per i trasporti pubblici (e questo è il risultato di lustri di amministrazioni di centrosinistra). Ciò detto, ecco cosa promette Appendino come primo atto eventuale da sindaco: riorganizzazione della macchina comunale, taglio degli incarichi di consulenza per recuperare i cinque milioni da destinare al’inserimento dei giovani nel tessuto produttivo. Sarà sufficiente tutto ciò a convincere una fetta consistente dei 694mila elettori torinesi, quella necessaria per diventare sindaco?

Va ricordato che il partito che vincerà esprimerà 24 consiglieri su 40 e il M5S conta di riuscire nell’impresa senza dover ringraziare nessuno. Non sono messe nel conto alleanze di alcun tipo, anche se – in caso di ballottaggio – dovrà comunque sperare nel voto di coloro che al primo turno si saranno espressi a favore di uno tra i tanti candidati in lizza. In questo momento a destra si contano Roberto Rosso (sostenuto dai Conservatori e riformisti di Raffaele Fitto), Osvaldo Napoli (Fi), Alberto Marano (Lega e Fdi); a sinistra: Fassino (Pd e diverse liste civiche, alcune espressione della galassia moderata), Giorgio Airaudo (Sel, che cinque anni fa aveva sostenuto Fassino), Marco Rizzo (del redivivo Partito comunista).

In sostanza: una dispersione di voti che al momento non garantisce nessun risultato netto. Va solo ricordato che dal 1993, cioè dall’introduzione dell’elezione diretta del sindaco, Torino è stata sempre governata dal centrosinistra: prima con Valentino Castellani, quindi con Sergio Chiamparino e infine con Piero Fassino, il sindaco uscente che Appendino sfida dopo essere stata scelta quasi all’unanimità con un’alzata di mano dei militanti (circa 200) nel corso delle comunarie pentastellate.

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Rosanna Lampugnani

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