Spazzacamini e carusi, ieri e oggi

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Spazzacamini nella città di Torino nel 1910

GIORGIO FRASCA POLARA
Quello che vedete ritratto in una foto sbiadita è Faustino Cappini, originario di Re, nella piemontese Valle Vigezzo. Cinque anni di età. Morì a Torino, fulminato da un filo dell’alta tensione nel momento in cui sporse la mano e gridò “spazzacaminooo” per mostrare così al padrone di casa (e forse anche al suo padrone-sfruttatore) che era giunto in cima alla canna fumaria e quindi concluso la sua opera.

È una foto famosa (scattata nel secolo scorso da Aurelio Tanzi), che si conserva in quel Museo dello spazzacamino, creato a Santa Maria Maggiore (Vigezzo), e che è la testimonianza di una terribile, secolare storia di semischiavitù che ha coinvolto, più nel Ticino che al di qua delle Alpi, centinaia e centinaia di bambini di famiglie indigenti soprattutto della Svizzera italiana.

Per pochi soldi – come ci informa Anna Maria Lorefice in un recente articolo sulla Gazzetta Svizzera – i loro figli erano affittati per parecchi mesi, talora per anni, a veri e propri procacciatori che giravano soprattutto le zone più povere del Ticino, ma anche delle aree più degradate del Piemonte, per reclutare fanciulli, possibilmente i più piccoli e i più esili, da condurre nelle grandi città nel nord d’Italia – soprattutto a Milano e a Torino – e costringerli a infilarsi come ragni nei camini, nelle caldaie delle macchine a vapore, nelle ciminiere, inerpicandosi faticosamente, solo a forza di muscoli, per grattare la fuligine. Un “mestiere” terribile, poco cibo, letti di fortuna, niente paga, violenze di ogni genere, anche sessuali.

C’è chi ha raccontato tutto. È Gottardo Cavalli, l’ultimo bambino del villaggio di Intragna, sopra Locarno, a lavorare come “spazzacamitt” sino al 1915. Nel suo Diario (un dattiloscritto conservato nell’Archivio Cantonale di Bellinzona) narra della sua prima volta: a Mortara, vicino Pavia, all’età di otto anni. Ma già a dieci volle chiudere la sua triste “carriera”:

Due anni sono stati sufficienti per descrivere la vita, la sofferenza fisica di questi poveri esseri umani, ridotti come talpe ad entrare in tutti i buchi dei camini, malnutriti, costretti a cercare in ogni casa un pezzo di pane….

E com’era questo lavoro? Ancora Cavalli:

Un sacchetto di tela copriva la testa e veniva attorcigliato sotto il mento per resistere alla polvere. In una mano avevo la raspa [lo strumento per grattare i depositi del fumo, ndr], nell’altra lo scopino… Nessuno può immaginare quale impressione si può vivere racchiusi in un buco, tutto buio, salire a forza di gomiti e di ginocchia, dieci o venti centimetri per volta… Più il camino era stretto, più ti sentivi soffocare, t’arrivava addosso tutta la fuliggine, anche col sacco in testa dovevi respirare, non potevi scendere perché sotto c’è il padrone, cioè lo sfruttatore.

Solo nel 1873 il governo del Canton Ticino decretò il divieto ai minori di quattordici anni di lavorare come spazzacamini, ma il decreto fu ignorato e la piaga continuò sino al 1914. Tutto finì, almeno dalla parte svizzera, con la prima guerra mondiale: la chiusura delle frontiere del Paese sempre neutrale salvò generazioni di bambini e ragazzi di Ticino, Centovalli, Val Verzasca, Valle Maggia…

Qui mi soccorre il ricordo, anche personale, di un’esperienza tragicamente analoga, ma assai più a Sud: in Sicilia, più esattamente a Lercara (Palermo), come nell’agrigentino e nelle province di Enna e Caltanissetta. Era la vasta area dell’Isola dove la sola industria che si trascinò per secoli e sino agli Anni Sessanta del ‘900 fu quella dell’estrazione e della lavorazione dello zolfo, punteggiata da grandi, durissime lotte operaie contro inaudite forme di sfruttamento, crolli, esplosioni del grisou, vittime a centinaia in un secolo.

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Carusi all’imbocco di un pozzo della zolfara;1899

Ora tutte le miniere sono chiuse (talune oggetto semmai di visite turistiche), vittime dei costi, della concorrenza americana, e anche di prodotti alternativi. Ma una volta, nei cunicoli dove gli adulti scavavano, la raccolta poi delle zolle di zolfo era affidata esclusivamente ai “carusi”, bambini e ragazzi magri come gli spazzacamini, che agilmente – e a vil prezzo – trasportavano sulle spalle cesti e sacchi con sacrifici immensi che più tardi li riducevano a larve umane.

Chi abbia letto “Le parole sono pietre” di Carlo Levi, saprà tutto di questa tragedia. Che fu vera tragedia, in particolare a Lercara dove il padrone della più grande zolfara, “don” Giovanni Ferrara, fu addirittura incriminato per aver preso a frustate un caruso accusato di esser lavativo. Ma accadde di peggio, nel ’51: un bambino di dieci anni vi morì di sfinimento, cioè di sfruttamento. Come il povero Faustino. L’infanzia tradita.

Ora che spazzacamini e carusi non ci sono più, forse che lo sfruttamento dell’infanzia è sparito? Tutt’altro, e non solo nei paesi del Terzo e Quarto mondo (dove è pratica frequente persino quella dei bambini mandati a combattere), ma anche in Italia: penso ai bambini costretti a rubare da bande di criminali, a quelli sfruttati sessualmente, ai senza famiglia che vivono nascosti nei sotterranei della stazione di Roma.

Sono migliaia, centinaia di migliaia coinvolti anche in forme di sfruttamento palesi: i baby-commessi dei bar, i raccoglitori di primizie nelle campagne, i ragazzini spinti all’accattonaggio. Spesso non sappiamo nulla di loro, eppure abbiamo commissioni parlamentari per l’infanzia, abbiamo ratificato per primi la Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia. Tutto inutile: i nuovi spazzacamini, i nuovi carusi sono tra noi, tanti di più, e ugualmente sfruttati.

FRASCA

Giorgio Frasca Polara

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