Dopo Bruxelles. Domande che pongono altre domande

FABIO C. FIORAVANZI
Giapponesi, Al Qaeda, Daesh, Isis.
Pearl Harbor, Twin Towers, Charlie Ebdo, Batclan, Molenbeek.
Differenze e affinità: chi attaccò Pearl Harbor apparteneva a uno stato, gli attentatori di Parigi e Bruxelles pure, quelli che puntarono gli aerei contro Torri Gemelle e Pentagono no, e neppure i responsabili di alcuni degli attentati in Africa. Di quelli, fateci caso, non ricordate né le città, e neppure le nazioni in cui sono accaduti. Tunisia forse? Egitto? Sì, ma non solo. Ci fanno effetto forse sì forse no. Siamo toccati dagli attacchi in casa, come gli americani con Pearl Harbor, quelli lontani sono come le guerre che sappiamo dimenticare in fretta, anche se ci sono stati morti europei, pace all’anima loro e avanti con un altro giro di giostra.

I giapponesi agirono militarmente senza fare quella che era la classica dichiarazione di guerra, ma attaccarono un obiettivo militare, così come quando caddero i nostri militari a Nassiriya, che lì le “vere” vittime sono i mai ricordati bambini che vi morirono mentre stavano giuocando in strada. I militanti dell’Isis attaccano in quadro di strategia globale, il Califfato rivendica a cose fatte.
È guerra? Cosa disse Papa Francesco?

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Gli USA reagirono a Pearl Harbor entrando in guerra con gli aggressori orientali, e reagirono all’attacco al World Trade Center di New York portando la guerra in Afghanistan. Civili francesi, belgi, italiani e altri, e non soldati come a Nassiriya, vengono ammazzati nelle loro città: mentre mangiano, mentre camminano, mentre vanno a prendere una metro o un aereo, o vanno a vedere uno spettacolo. I soldati, i carabinieri, purtroppo lo devono mettere in conto, come i piloti di Formula 1. Si spera la tragedia non debba accadere mai, e a volte se ne esce illesi alla Alonso nell’ultimo Gran Premio, ma purtroppo non sempre.

La gente che lavora, che va a fare la spesa, a Parigi come a Baghdad, pensa di tornare a casa, non certo di andare incontro alla morte. Gli stati di appartenenza delle vittime riflettono, come disse qualcuno: “i Principi devono affrettarsi, ma con calma”. Tony Blair, pentito dall’intervento militare in Iraq, invita a quello in Libia: evviva la logica. Forse dimentica che fu lui, con George Bush, a volere la caduta di Saddam Hussein, e che furono i francesi a iniziare i bombardamenti aerei che portarono alla fine di Mu’ammar Gheddafi: il mondo grazie a loro ha fatto due grandi affari, non c’è che dire.

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I marines si misero a inseguire Osama Bin Laden in Afghanistan contro i Talebani che i loro governanti avevano armato contro i russi quando questi premevano a Nord. Ora non sanno che fare con le milizie Daesh che avevano armato contro il regime di Bashar al-Assad in Siria, con la speranza di estendere anche lì una Primavera Araba per altro già fallita e dimenticata in Egitto, e ora invece noi tutti facciamo il tifo per le sue truppe governative che cercano di riconquistare Palmira. Che coerenza, chapeau.

I russi accusano la Turchia di fare affari con Isis, e mostrano le foto di colonne di autobotti che portano in Turchia petrolio a prezzi più che vantaggiosi. E intanto la Turchia, che da sempre ha a che fare al suo interno con le rivendicazioni del PKK, impedisce ai curdi che vorrebbero raggiungere i combattenti della loro stessa etnia, e che tengono testa ai Daesh e foreign fighter casa per casa ad Aleppo piuttosto che a Mosul, perché temono che si formi poi uno stato curdo che rivendichi per sé territori turchi.

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Quelle colonne di autobotti volano o percorrono strade? I camion sono in grado forse di attraversare montagne piuttosto che scalarle? quante possono essere i nastri di asfalto che collegano il Califfato alla Turchia? 5? 50? 500? Quanto potrebbe volerci all’aviazione russa per renderle tutte impercorribili? Non lo fanno.

Isis usa armi costruite in proprio o le compra? chi affronta Isis sul terreno, nei suoi territori in Asia come in Libia, usa armi che si produce o le acquista? Chi produce armi e le vende? e ci guadagna? Costa d’Avorio? Tunisia? Guatemala? Perù? Norvegia? Messico? Nuova Zelanda? oppure? So che vi siete risposti.

Quale fu il momento più “alto” dell’economia a stelle e strisce? Durante la seconda Guerra Mondiale, quando l’industria bellica girava a mille. A chi conviene, economicamente parlando, fermare la produzione di mitra, proiettili, bombe, razzi, antirazzi ecc. ecc.?
Perché le cellule terroristiche attaccano le città europee, anche Madrid finì nel mirino, ma non quelle oltreoceano? Dov’è davvero Bin Laden? Proprio sicuri che sia morto? Il suo cadavere finito in fondo al mare, in osservanza di tradizioni di funerali islamici inventate lì per lì? E le sue mogli, e i suoi figli? volatilizzati.
Stavamo meglio quando stavamo peggio.

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Si guardi la morte di Tito che costi di vite umane ha avuto con la successiva disgregazione dell’ex Jugoslavia. Solo Gheddafi riusciva a tenere insieme le centinaia di tribù che oggi si spartiscono cruentemente la Libia: adesso è il caos, e un pezzo è finito in mano ai Daesh. E con Saddam c’erano in Iraq meno morti di quanti non ce ne sono stati dopo. In Egitto hanno fatto avanti e indietro e poi si sono arresi al fatto che solo un regime militare riesce a garantire un po’ di tranquillità al paese. Non piaceva al-Assad… adesso forse a qualcuno viene il dubbio che senza di lui una Siria in mano a Isis sarebbe peggio. Forse che Putin in proposito, nel difenderne il ruolo, avesse ragione? E ne avesse Berlusconi quando accoglieva con tutti gli onori Gheddafi risparmiando così a Lampedusa gli odierni assalti dei migranti?

Adesso che fare? Prima dell’elezione di Barack Obama gli americani si domandavo se e chi fosse un presidente che avesse una exit strategy dall’Iraq. Adesso Clinton (signora n.d.r.) e Trump se la vedranno con gli elettori certo su temi interni, vedi le questioni sanitarie, ma anche –e molto– su come disegneranno la politica estera degli USA se diventeranno presidenti: interventisti o spettatori? Con la prima che dice che se il secondo vincesse “per il Cremlino sarebbe Natale”.

Per il momento muoiono i cittadini innocenti che non sanno più né dove né quando possono essere sicuri. I militari no, non quelli europei, tranne – pare – un membro delle forze speciali russe in Siria in questi giorni. Quando dovessero morire non civili, ma tanti militari quante sono le persone che hanno perso la vita in un sol giorno a Parigi o a Bruxelles sarei disposto a scommettere che le cose cambierebbero… se poi ci lasciasse le penne qualcuno di loro, uno a caso con un cognome tra quelli viventi e sin qui citati, o un loro omologo, uno di quelli che decidono dove e quando le bombe servono, o non servono, scommettiamo che cambierebbe tutto, ma proprio tutto? se però in peggio, o in meglio, davvero non lo so. E non sono sicuro che vorrei saperlo.

LXI

La democrazia non si impone con le bombe, è un percorso che ogni popolo deve percorrere con le sue gambe, al suo interno, pagando i suoi costi, ma con la propria testa, il proprio modo di pensare, facendo sacrifici, pagando un prezzo anche in vite umane ma solo se e quando lo sentiranno giusto e necessario. Così caddero gli zar in Russia o i re in Francia, mentre restano le teste coronate in Gran Bretagna piuttosto che in Belgio. Ognuno deve percorrere la propria strada e vivere il proprio destino. Se glielo impedisci poi ne paghi le conseguenze: inevitabile. Queste conseguenze non ci piacciono, ma continuiamo a causarle. Evviva.

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Fabio C. Fioravanzi

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