Ultimo treno a sinistra

1pointing hand vintage image graphicsfairy1RODOLFO RUOCCO
Giù, sempre più giù. I partiti di sinistra in Italia contano sempre meno, non compaiono quasi più sui giornali e in tv. La stessa parola sinistra sembra passata di moda, mentre fino agli anni Ottanta era la più gettonata, richiamava passione ed entusiasmo. Adesso conta il Pd, un partito di centrosinistra guidato da Matteo Renzi. Un partito molto più spostato al centro che a sinistra, secondo i giudizi, singolarmente concordi, degli avversari e degli estimatori del giovane “rottamatore” di Firenze.

Lo stesso nome Partito democratico richiama l’omologa forza politica statunitense, liberaldemocratica, ma non quella di una sinistra italiana o europea, socialista o socialdemocratica. Tuttavia non mancano le contraddizioni: è stato Renzi, presidente del Consiglio e segretario del Pd, ad aderire al Pse, il Partito socialista europeo, e non chi l’ha preceduto al timone di comando (prima Veltroni, poi Franceschini, Bersani ed Epifani).

L’obiettivo enunciato da Renzi, fin da quando fu eletto segretario nelle primarie alla fine del 2013, era ed è di conquistare i voti degli elettori delusi del centrodestra, dei cinquestelle, di recuperare gli astensionisti perché altrimenti «non si vincono le elezioni». Renzi ha ipotizzato, e poi ridimensionato, il disegno di creare il Partito della nazione, una forza con un ampio e variegato perimetro di consenso sociale ed elettorale. Un’idea seccamente bocciata dalle sinistre del Pd, che temono uno snaturamento dell’identità politica del partito. Per i critici il Pd è la “nuova Dc”, un partito interclassista che ha perso lo storico radicamento sociale di sinistra (operai, lavoratori dipendenti, pensionati, professori).

La sinistra, in crisi in tutta Europa, è particolarmente sotto schiaffo in Italia. Si tratta di una crisi grave: d’identità, politica, di programmi, culturale e di leadership. La scarsa credibilità ha fatto perdere simpatie, rappresentanza, consensi e voti. Fino a poco più di vent’anni fa non era così. Pci, Psi, Psdi, estrema sinistra (prima Psiup, poi Manifesto, Pdup e Dp) arrivavano quasi al cinquanta per cento dei voti e avevano un ruolo politico, parlamentare e sociale fondamentale, anche se da posizioni diverse (chi al governo, chi all’opposizione) in difesa dei lavoratori e dello Stato sociale. Pci e Psi, sommando i consensi, sono sempre andati comunque ben oltre il quaranta per cento. Il Partito radicale (Pr) di Marco Pannella, di natura liberaldemocratica, spronava provocatoriamente la sinistra con una raffica di iniziative in favore dei diritti civili.

Le divisioni hanno causato danni rovinosi. La scelta tra rivoluzione e riformismo prima (terminata la Seconda guerra mondiale), il bivio durante la “Guerra fredda” tra il rapporto con l’Unione sovietica o con gli Usa poi, la scelta tra pianificazione economica e mercato, provocarono feroci contrasti e scissioni. Lo scontro tra Palmiro Togliatti e Pietro Nenni per il primato a sinistra fu rovente, dirompente fu il match tra Enrico Berlinguer e Bettino Craxi. Anche allora le divisioni erano fortissime sulla strada da imboccare, ma la credibilità politica generale era alta. La politica, tranne alcune degenerazioni clientelari (“il partito degli assessori”), era vista con rispetto, era vissuta come una missione in rappresentanza della classe lavoratrice e del popolo sovrano. La sinistra, nelle sue diverse posizioni, lanciava proposte alte, progetti d’interesse generale per cambiare e migliorare la società italiana in nome dell’uguaglianza e del progresso. Per i militanti il Partito era un soggetto quasi sacrale perché espressione di interessi superiori, una parola da scrivere con la P maiuscola.03_left-512

Il Pci all’opposizione, tranne la parentesi del sostegno agli esecutivi di unità nazionale con la Dc (1976-1979), deteneva l’egemonia culturale e il Psi, al governo con lo scudocrociato dal 1963, lanciò il centrosinistra che democratizzò la società italiana con le “riforme di struttura” per modificare il sistema capitalista. Furono realizzate riforme che cambiarono il volto dell’Italia: Statuto dei diritti dei lavoratori; sanità universale e gratuita per tutti; scuola media unificata; università di massa; nazionalizzazione dell’energia elettrica; estensione del diritto alla pensione con l’introduzione anche dell’assegno sociale per i senza reddito; varo delle regioni, del divorzio, dell’aborto.

Crollati il Muro di Berlino nel 1989 e l’Unione sovietica nel 1991 le divisioni, però, restarono: non nacque un solo grande partito socialdemocratico o laburista. Il Psi, come la Dc e i partiti laici minori furono annientati da Tangentopoli. Il Pci si spezzò: una parte costituì il Prc (Partito della rifondazione comunista), che poi subì la scissione del Pdci (Partito dei comunisti italiani); un’altra parte si trasformò nel Pds (Partito democratico di sinistra), poi nei Ds (Democratici di sinistra) e quindi nel Pd (fondendosi con gli eredi della sinistra Dc). Ma Occhetto, D’Alema, Veltroni, Mussi, Fassino non hanno mai scelto con nettezza la strada socialdemocratica, tanto che nelle varie metamorfosi del partito compare la parola sinistra, ma mai il termine socialista.

Il Psi, negli ultimi vent’anni, su spinta di Enrico Boselli e di Riccardo Nencini, ha sempre percorso una strada riformista, restando iscritto al Pse e all’Internazionale socialista. Ha fatto parte delle alleanze di centrosinistra con gli eredi del Pci e della Dc (al contrario, altri socialisti si sono schierati con il centrodestra guidato da Silvio Berlusconi), ma si è ridotto alle dimensioni di un micro partito senza la capacità d’incidere.

Romano Prodi tentò il miracolo di unificare tutti i riformismi delle varie tradizioni politiche italiane: postcomunisti, cattolici democratici, socialisti, liberali, verdi. Fondò l’Ulivo, un’alleanza di centrosinistra che riuscì a sconfiggere due volte Berlusconi: nel 1996 s’impose alle elezioni il primo governo Prodi e nel 2006 il secondo. Prodi teorizzò anche la necessità di fondere i diversi riformismi in una sola forza: il Partito democratico. Ma l’Ulivo e i governi Prodi naufragarono per i contrasti interni del centrosinistra e il Pd divenne una “creatura” diversa da quella che aveva immaginato il suo inventore, tanto che il professore bolognese restò deluso e tornò al suo lavoro di docente nelle varie università del mondo. Prodi ebbe un’ultima amarezza nel 2013: la sua candidatura alla presidenza della Repubblica fu silurata nel segreto dell’urna da 101 “franchi tiratori”, indicati da molti giornali come parlamentari dalemiani.

Il panorama politico italiano cambia continuamente. Con la fine dell’Ulivo seguirono nuove rotture e scissioni. Il Prc, i Ds e i Verdi si frantumarono in diversi gruppi e una parte ha trovato un accordo per fondare Sel (Sinistra ecologia e libertà) guidata da Vendola.

Divisione permanente nel passato, ma pure nel presente. Anche adesso la storia della sinistra è una vicenda costellata di scontri, lotte intestine, rotture, scissioni. Alle enunciazioni di unità e concordia “per battere la destra” difficilmente sono seguiti comportamenti conseguenti. Così i consensi e i voti si riducono vistosamente. In tanti parlano del tramonto, della stessa scomparsa della sinistra.

C’è, però, chi non crede all’estinzione della sinistra italiana. C’è la proposta di ricominciare. Per Stefano Fassina, Sergio Cofferati, Pippo Civati esiste uno spazio alla sinistra del Pd, il partito che hanno abbandonato l’anno scorso in tempi diversi. I tre ex “pezzi pregiati” della sinistra Pd partono dalle stesse premesse. Per Fassina «la sinistra non è finita. Non è stata cancellata». Per Cofferati «lo spazio a disposizione non è stato mai così ampio». Per Civati «fuori dal Pd c’è un sacco di roba, uno spazio sconfinato». Tuttavia l’obiettivo dell’unità è difficile, lo spazio a sinistra va conquistato e non sarà così facile, anche perché si percorrono strade diverse.

Emergono cento voci differenti. La prima prova del nove ci sarà nelle elezioni amministrative di giugno e l’appuntamento non si presenta sotto i migliori auspici. La sfida per rinnovare i sindaci delle principali città italiane (Roma, Milano, Torino, Bologna, Napoli, Cagliari) sarà particolarmente difficile. Al contrario delle enunciazioni, non prevale l’unità, ma le divisioni. La marcia è in ordine sparso. Fassina e Cofferati hanno dato vita a Sinistra Italiana assieme a Sel di Nichi Vendola e ad alcuni ex militanti del M5S (31 deputati e una decina di senatori). Civati, con dei dissidenti usciti dal Movimento di Beppe Grillo, ha fondato Possibile. Leader di fatto di Sinistra Italiana è Fassina (un congresso deciderà il nome definitivo della formazione e sceglierà il vertice) mentre Civati è stato eletto segretario di Possibile. In alcuni casi è prevista un’alleanza con il Pd di Matteo Renzi, in altri è preferita l’intesa a sinistra e con i cinquestelle.

Il rischio è la sconfitta. La sinistra cosiddetta “arancione” adesso ha i sindaci di tre importanti città: Pisapia a Milano, Doria a Genova e Zedda a Cagliari. Per ora solo Fassina si è impegnato personalmente nelle comunali: ha deciso di candidarsi a sindaco di Roma, mentre Civati ha respinto l’offerta di correre a Milano e Cofferati si è detto troppo impegnato dal suo mandato di europarlamentare per pensare ad altro.

Tutti dichiarano la volontà di costruire una nuova grande forza della «sinistra alternativa, di governo, larga, unitaria e non minoritaria». Le linee programmatiche sono ambiziose. Il nuovo partito dovrebbe impegnarsi su problemi cruciali: la rivalutazione del lavoro e dei diritti sociali, la tutela dei lavoratori dipendenti ed autonomi; l’uguaglianza e la riduzione delle differenze tra le classi sociali; la lotta per l’ambiente, i diritti civili, la pace e la democrazia. Ma se il voto per i sindaci andrà male, sarà complicato costruire a fine anno una “cosa rossa” unitaria, con le carte in regola per competere nelle elezioni politiche con Matteo Renzi, l’uomo accusato di aver trasformato il Pd in senso “centrista”, spalancando le porte alla «destra e alla sue proposte». Sono contestate sia le “riforme liberiste” di Renzi in economia, sia “le scelte plebiscitarie” di revisione della Costituzione, sia l’ingresso nella maggioranza di governo dell’”impresentabile” senatore Denis Verdini, ex braccio destro di Silvio Berlusconi, che ha parecchi guai con la giustizia.

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Fassina, Cofferati, Vendola, Civati cercano di allargare i consensi. Premono perché la sinistra del Pd dica addio a Renzi, ma riscuotono scarsi risultati. Le minoranze democratiche sono in rivolta, alle volte si collocano con un piede dentro e uno fuori. Massimo D’Alema non ha escluso la nascita di una nuova forza di sinistra. Pier Luigi Bersani, Roberto Speranza, Gianni Cuperlo sono sull’orlo della rottura con il presidente del Consiglio e segretario del Pd. Speranza è arrivato ad imputare a Renzi di avere «un’idea padronale del partito», un’accusa pesantissima, un tempo riservata solo al “nemico storico” Berlusconi. Tuttavia, per adesso, le minoranze restano nel Pd ed escludono una scissione. Un problema in più per Fassina-Cofferati-Vendola-Civati.

Il braccio di ferro, in corso da mesi, prosegue. Renzi lancia appelli all’unità del partito e si mostra tranquillo: «Sono di sinistra» le riforme strutturali del governo, perché combattono il precariato e rinnovano le istituzioni; «fuori di qui non vedo spazi per la sinistra». Ha sottolineato: in caso di rottura potrebbero nascere solo «piccoli partiti che non vinceranno mai». Il Pd, dal picco del 40,8 per cento dei voti ottenuto nelle elezioni europee del 2014, è dato in discesa nei sondaggi, ma comunque oscilla sopra il trenta per cento A sinistra i consensi sono molto più bassi. Come nelle elezioni politiche del 2013, Sel veleggia attorno al quattro per cento dei voti, il Psi all’uno per cento. Cifre molto modeste. Qualche mese fa i sondaggi davano fino al dieci-quindici per cento dei voti alla progettata “cosa rossa”; ma adesso sembra che quella cifra si sia ridotta a un terzo, i voti che incassa da sola Sel.

Certo le difficoltà da superare sono aumentate da quando è comparso sulla scena politica il M5S, il movimento anti sistema e populista fondato da Beppe Grillo. I cinquestelle alternano battaglie di sinistra (come il reddito di cittadinanza) e di destra (la lotta contro l’”invasione” degli immigrati e per reclamare più sicurezza per i cittadini). Sulla base di una opposizione totale, il M5S ha raccolto un clamoroso successo nelle elezioni politiche del 2013: il 25 per cento dei voti. Ed ora l’obiettivo, tra alti e bassi, è di un nuovo colpo grosso alle comunali: conquistare Roma e Torino (incoronando sindaco Virginia Raggi nel primo caso e Chiara Appendino nel secondo). Per Sinistra Italiana, o come si chiamerà il nuovo partito, il primo problema è di fare i conti con i pentastellati che stanno riscuotendo molti consensi tra gli operai. Bruno Manganaro, segretario della Fiom (i metalmeccanici della Cgil) di Genova, ha precisato: «Se qualcuno in fabbrica esprime preferenze, lo fa per i Cinquestelle».

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Grillo da qualche mese ha cambiato strategia, non punta solo a cavalcare la protesta e lo scontento generati dalla crisi economica, dalla paura degli immigrati e del terrorismo islamico. Ha abbassato i toni, ha messo in soffitta gli attacchi all’euro, ha ridotto gli insulti a Renzi. Ha annunciato: «Metteteci alla prova», oggi «il Movimento 5 Stelle è diventato adulto e si appresta a governare l’Italia». Il garante dei cinquestelle dall’opposizione totale cerca di passare ad una posizione più costruttiva, di governo. Con modi duri ma meno aggressivi cerca di pescare i voti sia dei lavoratori sia del ceto medio sbandato, rivolgendosi anche agli elettori delusi che disertano i seggi.

La “cosa rossa”, per spuntarla, dovrà affrontare una tripla sfida: con Renzi, con Grillo e con l’Astensionismo. Una parte consistente degli elettori di sinistra non va più a votare, è divenuta scettica, sentendosi defraudata delle vecchie identità politiche e delle antiche tutele. Grillo, la dirompente novità politica italiana, presidia con forza lo spazio un tempo detenuto dalla sinistra. Anzi vuole ampliarlo su un progetto di governo. La partita si giocherà tra chi avrà la capacità di interpretare la protesta, i bisogni e di risolvere i problemi con equità ed efficienza.

La sinistra rischia di perdere l’ultimo treno a disposizione per ripartire. Pietro Nenni avvertiva: «Il vuoto in politica non esiste» e prima o poi qualcuno lo occupa. Umberto Bossi, ex studente di medicina a Pavia, s’impose nelle elezioni politiche del 1992 con la Lega Nord per l’indipendenza della Padania, mentre si disgregava la Prima Repubblica. Beppe Grillo, comico genovese di successo, nel 2013 ottenne il trionfo elettorale del Movimento 5 Stelle mentre la Seconda Repubblica era caduta in uno stato comatoso, dal quale ancora non si riprende.

La Grande crisi economica e la corruzione pubblica hanno indebolito e delegittimato i partiti, così è sorto il fenomeno della “supplenza” della politica. Ha ormai radici antiche, ha avuto come protagonisti i cosiddetti tecnici: imprenditori, economisti, pubblici ministeri, manager. L’imprenditore Berlusconi, a sorpresa, nel 1994 riunificò il centrodestra, vinse le elezioni, divenne presidente del Consiglio e ha segnato la vita politica italiana degli ultimi venti anni. L’economista Mario Monti, da presidente dell’università Bocconi di Milano, nel 2011 divenne improvvisamente premier di un governo di grande coalizione, sostenuto dal centrosinistra e dal centrodestra.

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Poi c’è il capitolo dei pubblici ministeri. Molti magistrati inquirenti, forti anche del loro passato lavoro, si sono fatti largo in politica: 1) Antonio Di Pietro, dopo Tangentopoli, divenne ministro e deputato, fondò l’Italia dei valori, poi abbandonata e ridotta al lumicino; 2) l’effervescente Luigi De Magistris, ex Idv, è sindaco di Napoli e si ricandida per un nuovo mandato; 3) Michele Emiliano, Pd, ex sindaco di Bari, adesso è lo scoppiettante presidente delle regione Puglia.
Ultima novità è la supplenza politica dei dirigenti d’azienda. La sfida per il sindaco di Milano si gioca tra Giuseppe Sala, centrosinistra, e Stefano Parisi, centrodestra, tutti e due sono dei manager individuati come i candidati giusti per vincere.

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Rodolfo Ruocco

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