Dentro/fuori, il salto nel voto degli inglesi

GIUSEPPE ZACCARIA
Mentre nel resto d’Europa infuriava e ancora infurierà la lotta contro il terrorismo islamico, in una zona più appartata del continente si è ufficialmente aperto un confronto che ha obiettivi diversi ma potrebbe causare conseguenze non meno gravi. È stata battezzata “la nuova Battaglia d’Inghilterra” e si concluderà il prossimo 26 giugno con un referendum sull’opportunità o meno che Londra rimanga nell’Unione Europea. Anche se nel caso di Brexit pochi si sono accorti di un corollario che appare già scritto, ovvero che ad essere distrutte potrebbero essere due Unioni: forse quella europea, ma certamente anche il patto da cui ha avuto origine la Gran Bretagna.

Lo storico dell’Università di Oxford Timothy Garton Ash, ha scritto di recente che se i britannici voteranno per lasciare l’Unione europea, subito dopo gli scozzesi voteranno per lasciare il Regno Unito, e quindi non ci sarà più alcuna Gran Bretagna. Nel frattempo, lo shock della Brexit per un continente che sta già barcollando sotto molte altre crisi potrebbe significare l’inizio della fine , ma per il patto di Bruxelles almeno ci sono dei margini di trattativa.

Il professor Garton Ash in realtà si schiera per quella che lui ritene essere “una buona battaglia”, e non lo fa non soltanto perché gli scozzesi (e magari anche i nordirlandesi) lascerebbero sola Londra se essa decidesse di uscire dal progetto UE. Il secondo motivo è che secondo il professore i soli beneficiari di questo risultato sarebbero il presidente russo Vladimir Putin, e la leader del Fronte Nazionale francese, Marine Le Pen. “C’è altro da dire?”, domanda Garton Ash, pensando che questo possa essere ragione sufficiente per convincere i britannici a pensare due volte prima di esprimersi per l’ “out”. Forse però su questo punto si sbaglia.

Il diritto di voto sul prossimo referendum va a cittadini britannici residenti nel Regno Unito e ai residenti all’estero per meno di quindici anni. Poi, ai cittadini di Irlanda, Malta e Cipro residenti nel Regno Unito, ai cittadini del Commonwealth residenti nel Regno Unito e a quelli residenti a Gibilterra. Tutti loro sono sotto il fuoco della campagna in/out , ma il problema che sembra emergere con sempre maggiore chiarezza è che il voto sarà determinato dalla paura, dall’ignoranza o dalla semplice noia nei confronti delle istituzioni europee, che ormai vengono percepite anche dagli inglesi come un club di contabili di mente stretta che sanno soltanto sollevare il ditino per segnalare errori. In breve, questa Unione europea non funziona, e di fronte al montare di un sentimento generalizzato le valutazioni economiche rischiano di passare in secondo piano anche in un Paese storicamente pragmatico , come la Gran Bretagna.

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The Economist ha recentemente analizzato le ragioni pro e contro UE: le due campagne, battezzate “Una Gran Bretagna più forte in Europa” e “Vota per uscire” sono suscettibili di formare i gruppi di pressione ufficiali e hanno fissato le rispettive posizioni sui temi che costituiranno la base per il referendum.

In una tabella che mostra i punti principali della campagna di in/out , The Economist ha sintetizzato cinque aree di interesse a partire da un punto: per quanto riguarda il bilancio UE ogni famiglia britannica paga 340 sterline l’anno, a fronte di un beneficio di tremila. Da questo punto di vista, quindi, la convenienza del Bremain sarebbe ovvia, ma in realtà la campagna sarà giocata soprattutto su emozioni e frustrazioni.

Per esempio nel commercio, oggi la Gran Bretagna evita tariffe di esportazione e dazi sul quarantacinque per cento delle merci vendute nella UE, ma per gli “outers” potrebbe negoziare nuovi rapporti senza essere vincolata dal diritto comunitario. Inoltre, potrebbe stringere nuovi accordi commerciali con Paesi importanti come la Cina, l’India e l’America ed infine per coloro che vogliono la Brexit, Londra potrebbe interrompere l’invio di 350 milioni di sterline che ogni settimana vanno a Bruxelles e sono pari a metà del bilancio della scuola, e questo denaro potrebbe essere speso per la ricerca scientifica e nuove industrie.

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Altri argomenti contrapposti riguardano le normative europee, le leggi sul lavoro e quelle sul funzionamento delle Borse, ma la vera partita si gioca su questioni come influenza politica e immigrazione (ancora una volta, temi influenzati dalle percezioni emotive). Secondo gli “europeisti” la Gran Bretagna come un membro dell’Unione Europea esercita un’influenza doppia, sul versante opposto gli “outers” dicono che Londra conta troppo poco. Da fuori, dicono quest ultimi, Londra potrebbe riguadagnare posizioni nelle istituzioni internazionali ed esercitare un’influenza più forte nel libero commercio e nella cooperazione. Gli “outers” pensano anche che la Gran Bretagna possa e debba cambiare un sistema che offre “porte aperte ormai fuori controllo” ai migranti, e potrà cosi bloccare gli extracomunitari.

Gli inglesi non hanno mai provato amore per il progetto europeo quanto i loro vicini, Londra si è sempre distinta per euroscetticismo ed è stata un partner scomodo che ha aderito solo a malincuore e non ha mai pienamente abbracciato la visione più ampia che ha unito Berlino, Parigi e Roma, né l’adozione della moneta unica che vi ha fatto seguito

ha scritto sul New York Times il premio Nobel per l’economia Paul Krugman.

Questo va ben oltre il pragmatismo per il quale la Gran Bretagna è famosa, va tenuto a mente che gli inglesi sono tradizionalmente conservatori riluttanti all’immigrazione ed ai cambiamenti demografici. Il dato più recente disponibile indica un saldo migratorio che in Gran Bretagna ha toccato il livello annuale record di 330.000 ingressi,

ha aggiunto Krugman, pur concludendo che una “Brexit” sarebbe “disastrosa per il progetto europeo, ma di certo farebbe un bel pò di male anche alla Gran Bretagna “.

Il progetto europeo di pace e prosperità attraverso l’integrazione a suo modo di vedere è fondamentale, anche se la moneta unica è stata una cattiva idea. Insomma, a giudizio di Krugman “la Gran Bretgna ha bisogno dell’Europa e l’Europa ha bisogno della Gran Bretagna”: Lui rimane uno dei più grandi critici delle disastrose politiche di austerità hanno provocato catastrofi nell’Europa meridionale, ma dal suo punto di vista dell’UE deve cambiare, invece di essere smantellata.

C’è però un altro tema che peserà sul referendum, e ancora una volta si tratta di qualcosa che a che fare con la paura: la lotta contro il terrorismo. Nel dibattito, la sicurezza è divenuta oggi l’autentico campo di battaglia fra chi sostiene il bisogno di essere parte dell’Unione europea in nome della sicurezza, giacchè siamo entrati in un periodo molto lungo di terrorismo generalizzato. Nei prossimi mesi di dibattito sull’ in / out la vera battaglia sarà quella contro le paure, ed è sicuro che se vincerà la Brexit si verificheranno conseguenze senza precedenti. E in una situazione tale situazione, davvero i britannici se la sentiranno di decretare la fine di due Unioni?

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Giuseppe Zaccaria

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