Banche strettamente sorvegliate

British one pound coins falling, isolated on white, no sharpening

FRANCESCO MOROSINI
La Vigilanza bancaria europea è il nuovo volto dell’Eurotower – anzi, essendo essa indipendente dal Direttorio dell’Eurotower appare quasi una “BCE senza Draghi” – che fin d’ora gioca come attore di rilievo nella ristrutturazione del credito italiano. La qualcosa, inevitabilmente, coinvolge anche il Veneto, in specie per due banche che hanno patito un lungo travaglio ed ora sono alla ricerca di un nuovo ruolo: Veneto Banca e Popolare di Vicenza (VI Pop).

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Ma chi è questo nuovo protagonista della finanza europea? La Vigilanza europea – Single Supervisory Mechanism (SSN) o, in italiano, Meccanismo Unico di Sorveglianza (MUV) – nasce nel novembre del 2014; e prevede la messa in opera, per dire col professor Clarich, di <>, dove i primi, tuttavia, operano a supporto ed integrazione dei secondi.

Un’asimmetria a favore di Francoforte sancita dal fatto che la responsabilità per il funzionamento del MUV è, salva l’indipendenza, della BCE. In particolare, è europea la sorveglianza sulle aziende di credito di rilevanza sistemica. Pertanto, tornando a Veneto Banca e Vi Pop, quale sarà l’approccio verso di esse di Danièle Nouy, numero uno della Vigilanza europea? In altri termini, generalizzando, qual è “filosofia bancaria” di quest’ultima?

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Probabilmente, due sono le idee base. La prima è che il sistema bancario italiano necessita di denaro fresco; ed è una filosofia già emersa con chiarezza quando la Nouy, per consentire la fusione tra Banco Popolare e Bpm, ha chiesto alla prima una forte iniezioni di capitale. E che, conseguentemente, tutto ciò, rivoluzionando i rapporti proprietari nei Consigli di amministrazione, ne sconvolgerà, ampliandone gli orizzonti, gli assetti di potere. La seconda, ma correlata alla prima, è l’opportunità di favorire un processo di aggregazione/snellimento del settore creditizio italiano.

Ciò posto, se la “filosofia bancaria” adottata dalla Vigilanza europea è di costruire banche solide, ossia capaci di confrontarsi per governance, patrimonio e coperture sui crediti, con competitor di pari forza, va pure aggiunto, come riconosce la stessa Danièle Nouy, che vi è della necessaria discrezionalità nell’applicare i medesimi principi a banche, pure in attesa di aggregazioni, di peso diverso. Il che vuol dire che per la Vigilanza europea, relativamente a Veneto Banca e VI Pop, molto dipenderà dalle modalità delle eventuali fusioni che potranno riguardare entrambe le aziende di credito.

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Ma fin d’ora dev’essere chiaro che la Vigilanza europea vuole, come già accennato, che nel sistema bancario italiano circoli capitale fresco, anche se con esso se ne sconvolgeranno i rapporti di potere interni. Ben lo si vede a Genova, dove la Vigilanza europea in nulla ostacola, anzi, il fondo statunitense Apollo nella sua scalata della banca ligure Carige. Certo, la finanza extraeuropea può essere politicamente condizionante; ma l’alternativa è trovare, ed è difficile, i fondi localmente.

Tornando al Veneto, le due ex-popolari sono nel pieno della transizione: trasformate da banche cooperative in Spa, votato l’aumento di capitale per continuare a svolgere l’attività bancaria, ora dovranno andare alla quotazione in Borsa, certo, per rastrellare nuovi fondi; ma soprattutto per valutare come il mercato prezzi il valore di entrambe. E, per questa via, cosa che interessa particolarmente la Vigilanza europea, l’arrivo di nuovi soci; e, con essi, di nuovi approcci manageriali. Cosa, come insiste la Nouy, particolarmente necessaria rispetto ad un ambiente bancario che, tra politiche monetarie ultra-espansive (crollo dei tassi d’interesse e, quindi, dei margini d’intermediazione) e rivoluzioni tecnologico/organizzative, ha poco a che vedere con quello del recente passato. La sfida, però, riguarda pure la Vigilanza europea.

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Infatti, essa deve giocare il suo ruolo con la massima credibilità (ad esempio, assenza di discriminazioni tra banche di nazionalità diversa) perché questo è il suo asset più prezioso. E la cui assenza, oltre che a danneggiare il perseguimento dei compiti assegnateli, ricadrebbe prima o poi su Draghi. Sarebbe un bel guaio.

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Francesco Morosini

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