Elezioni romane. Un voto vuoto

7-tips-to-use-puzzle-games-in-elearning-1024x836CARLO SANTUCCI
Andrò a votare, a maggio. Ma sarà, il mio, un gesto dovuto. Un atto di testimonianza, di coerenza con i miei principi, la mia educazione, la mia storia. Un gesto che, pur se consapevole del rischio di trovarmi in minoranza, compirò in ogni caso, anche per cercare di evitare che il vuoto di una (vera, buona) politica – quella che mi aspetterei dalla “mia”’ parte – sia riempito dalla violenza, dal rancore e dalla anarchia populista degli “altri”.

Compirò dunque questo gesto: ma sarà un voto vuoto, che darò senza emozioni, senza aspettative, senza illusioni. Senza speranze. Con un disincanto frutto della ormai comprovata incapacità di tutte le forze politiche nonché dei loro più qualificati esponenti (purtroppo anche della “mia” parte, come dimostrato dal malinconico fallimento della giunta Marino), anche solo di saper immaginare, delineare e proporre qualcosa che vada oltre il doveroso recupero di quel minimo di efficienza e funzionalità della macchina amministrativa capitolina, con cui uscire dall’inconcepibile degrado di questa città. Che vada oltre, per intenderci, l’ovvio e indispensabile programma di riempimento delle buche (et similia). E oltre anche alcune piccole e frammentate iniziative ‘cosmetiche’ (mediatiche), che nulla toccano dei mali oscuri e profondi della nostra città.

E d’altronde: che candidati ci sono? da un lato: degli onesti ma grigi, inespressivi e forse rassegnati travet della politica, consapevoli (alcuni addirittura orgogliosi) della propria aurea mediocritas; e, dall’altro lato, degli agit-prop che si limitano – tutti – a fare appello alla frustrazione e alla rabbia (anche quella di bassa lega) dei romani per prospettare un cambiamento che al dunque si riduce alla semplice “cacciata” del nemico storico. Per fare poi cosa? mistero.

puzzle-320754_640Tutti questi candidati sono in continuo movimento – e ci tengono a sottolinearlo! – per “incontrare la città”: per raccogliere, come si compiacciono di dirci, i bisogni, le aspettative, le proposte dei cittadini. Che, evidentemente, essi non conoscono e di cui quindi possono acquisire consapevolezza solo facendoseli raccontare: quasi fossero stranieri calati in una realtà che risulta loro ignota per non averla mai (veramente) vissuta. E che comunque (solo ora, in vista del voto) possono tutt’al più cercare di “annusare”, per darsi una qualche visibilità e per mettere a punto delle promesse elettorali che abbiano qualche chance di attirare voti.
Puro marketing.

Ma farsi indicare dai cittadini – preoccupati ciascuno del proprio particulare – specifici e puntuali problemi o bisogni non basta a delineare una vera proposta politica. L’elenco, la somma degli infiniti specifici problemi concreti che ogni cittadino incontra e che quindi sa individuare non basta a dar vita, a costruire un progetto. Aver disposto sul tavolo anche tutte le tessere di un puzzle non basta certo a fare emergere alcuna figura: resta un insieme caotico di colori, forme e segni che nulla dice sulla immagine che essi, se iscritti invece in un chiaro e coerente sistema di assemblaggio, possono generare, fare emergere.

PUZZLE

Analogamente, nessun elenco della spesa può essere proposto come menu: non è sufficiente infatti a comunicare, a far capire quale tipo di esperienza gustativa il cuoco vuole farci avere, quale idea di “buon cibo” abbia, cosa cerchi di farci capire del cibo e del mangiare… Quale modello di cucina voglia valorizzare e proporci.

Fuor di metafora, l’elenco dei problemi e dei bisogni non costituisce una proposta politica: la vera “politica” è il frame, la cornice che tiene assieme e dà un senso, un significato all’insieme dei “pezzi” che compongo il puzzle. È lo spazio, il territorio – necessariamente aspirazionale, e quindi in qualche misura utopico, visionario – dove la frammentazione dei problemi si attenua perché tutti vengono inclusi in una visione strategica e non più solo tattica dell’agire politico.

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Da questa prospettiva: l’ovvio, indispensabile e si spera definitivo superamento delle infinite singole emergenze che mortificano la nostra quotidianità e la nostra stessa identità di cittadini romani non basta a dar vita a un progetto politico, non iscrive l’agire amministrativo in una visione/modello di “cittadinanza” che iscriva l’auspicata maggiore efficienza in una idea di città che apra alla speranza, stimoli entusiasmo, alimenti il coinvolgimento attivo del cittadino.

Offrirci una qualche “visione” significherebbe invece farci anche solo intravedere quale è il progetto, il fine, il “sogno” e l’utopia globali che guideranno le singole scelte operative della prossima giunta. Sarebbe ad esempio importante riuscire a capire quale idea non retorica di Roma 2020 ci viene prospettata (cosa si vuole che Roma diventi); quale modello di inclusione, di convivenza; quali direttrici di sviluppo economico; quale ruolo Roma vorrà giocare nei confronti dello Stato e del governo; di quali valori Roma si fa portatrice e testimone; di quali idee, movimenti, programmi Roma vuole essere il “polo”; quale il senso vero, profondo – e a quali costi e con quali rischi – della eventuale decisione di ospitare le Olimpiadi; quali rapporti con quali forze sociali, economiche, politiche e culturali si vogliono instaurare; quale idea di bellezza, ordine e pulizia (di decoro urbano) verrà perseguita; e, last but not least: quale modello di efficienza amministrativa si propone, quale idea di collaborazione tra amministrazione e cittadini/imprese, quale modello di trasparenza…. ecc. ecc.
In estrema sintesi: vorrei che (almeno dal “mio” candidato) mi venisse detto con estrema chiarezza e con grande forza (e dimostrato, quanto meno sulla carta) perché io potrò/potrei (tornare ad) essere orgoglioso di essere romano…

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Oggi, c’è forse qualche chance di trovare una sia pur vaga risposta ad una o due delle domande sopra confusamente elencate: ma certo non al “domandone” finale. E questo non solo per la manifesta incapacità, da parte di tutti i candidati, di mettere a fuoco e comunicare coinvolgenti e credibili visioni sul futuro prossimo di Roma: ma anche per la latitanza, la pigrizia e la superficialità di tutti o quasi i mezzi di informazione, non in grado di svolgere nei confronti dei candidati quel ruolo di interlocuzione attenta, critica ed esigente che li costringa tutti a farci capire quale sia l’immagine, la figura della Roma di domani che intendono fare emergere mettendo assieme tutte le ‘tessere’ del puzzle.

Ad oggi, possiamo realisticamente sperare che chiunque governerà la nostra stanca, arrabbiata e depressa città si impegnerà strenuamente per eliminare le buche. Temo che ci si dovrà accontentare.

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Carlo Santucci

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