I 500 anni del Ghetto di Venezia. Colloquio col rabbino Bahbout

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Il rabbino di Venezia Scialom Bahbout (foto Claudio Madricardo)

CLAUDIO MADRICARDO
Scialom Bahbout è nato a Tripoli da dove la madre, “volendosene andare con le proprie gambe”, ha pensato bene di spostarsi quando ancora Mu’ammar Gheddafi era un giovane ufficiale confinato in qualche sperduta caserma dell’esercito libico. In Italia Bahbout ha frequentato il Collegio Rabbinico, ottenendo nel 1965 la Semikhah, l’ordinazione rabbinica. Di lì a poco si è laureato anche in fisica, materia che ha insegnato per anni. È stato rabbino capo a Bologna e quindi di Napoli e del Meridione. Dal 2015 è rabbino capo della Comunità ebraica di Venezia. Questo quanto ci ha detto nel corso di un colloquio a proposito dell’anniversario del Ghetto.

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Rabbino Bahbout, partiamo dal significato del cinquecentenario per la Comunità ebraica veneziana.
Per la Comunità ebraica è semplicemente un ricordare questa data che ha segnato il passaggio di circa settecento ebrei dalla zona di Rialto nel Ghetto dove sono stati rinchiusi. La chiusura di per sé non è mai piacevole, anche se gli ebrei durante il giorno potevano uscire per svolgere le loro attività. Questo fatto ha comportato un cambiamento di abitudini, dato che, prima e dopo certe ore, non potevano più uscire, ed erano sottoposti ad un controllo continuo. Essere messi bene o male in una prigione non fa piacere a nessuno. Che poi gli ebrei, nonostante tutto, siano riusciti a esprimersi culturalmente in tutto il periodo del Ghetto in maniera nuova e appropriata facendo di necessità virtù è merito di coloro che nel tempo hanno subito questo sopruso. Quindi è un fatto negativo che però per gli ebrei comporta un adattamento alle situazioni che si sono trovati a vivere. Come nella famosa storiella sul nuovo diluvio universale.

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La Scola Grande Tedesca, di rito ashkenazita (http://www.museoebraico.it/sinagoghe.html)

Me la racconti.
Giunge notizia che la terra sarà coperta completamente dall’acqua e che nessuno si salverà. Si riuniscono tutti gli imam dell’Islam che, dopo approfondita discussione, comunicano ai fedeli che alla volontà di Allah non ci si può opporre e che non c’è nulla da fare. Si riunisce pure il Papa con tutti i vescovi. Che alla fine raccomanda ai fedeli di rimettersi alla misericordia di Dio. Arriva finalmente la volta dei rabbini, che così si rivolgono ai loro fedeli: “Ragazzi, tra due settimane ci sarà un nuovo diluvio universale e tutto sarà sepolto dalle acque. Impariamo a sopravvivere sott’acqua.” Insomma, anche in questa cosa che è stato il Ghetto gli ebrei sono riusciti a sopravvivere Hanno espresso cultura e contribuito alla vita economica della città. Tant’è vero che a un certo punto Simon Luzzatto che è stato un rabbino vissuto nel secolo XVII, di fronte al pericolo che il permesso di risiedere nel Ghetto, concesso annualmente, non fosse rinnovato, ha scritto un libro per dimostrare che l’idea di cacciare gli ebrei era stupida e contro gli interessi della città. Di fatto contraria agli interessi della Serenissima perché costituivano un’importante realtà economica.

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La Sinagoga Scuola Canton, la prima sinagoga veneziana a nascere con impianto bifocale (http://www.museoebraico.it/sinagoghe.html)

L’esempio del buon funzionamento di un matrimonio d’interesse.
Appunto. Rimanendo a Venezia potevano sviluppare tutti gli scambi economici con l’Oriente e con l’Occidente.

Recentemente due uomini di cultura che appartengono alla Comunità ebraica veneziana hanno espresso a proposito delle celebrazioni del Ghetto due tesi abbastanza differenti. Il primo, Riccardo Calimani, ha sostenuto che non ci sia nulla da celebrare da parte degli ebrei, e che semmai il problema appartiene al mondo cristiano che ha creato il Ghetto. Il secondo, lo storico contemporaneo Simon Levis Sullam ha rivendicato il diritto degli ebrei di riflettere sul passato del loro popolo per meditare sul tipo di Europa che vogliamo. Soprattutto per evitare che la nostra civiltà possa partorire forme di persecuzione e di esclusione nei confronti di “nuovi stranieri” nelle nostre società.
Anche la Comunità ebraica veneziana sostiene che non ci sia nulla da celebrare. C’è invece da ricordare. E in quest’occasione, anche gli ebrei veneziani sono chiamati ad andare a studiare tutti i testi scritti dai rabbini veneziani del Cinquecento, Seicento e Settecento. Che sono testi molto importanti che fanno parte della letteratura ebraica mondiale. Lo scopo è innanzitutto quello di invitare gli ebrei a rendersi conto di quello che ha prodotto la cultura ebraica del Ghetto. Poi anche quello di ricordare agli altri, a quelli che hanno fatto il Ghetto, di non riprodurre più esperienze di segregazione simili.

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La Scola Italiana, sorta nel 1575, è la più semplice delle sinagoghe veneziane (http://www.museoebraico.it/sinagoghe.html)

Mi sbaglio o nelle sue parole c’è un accento critico nei confronti di chi ha organizzato le celebrazioni del cinque centenario e dell’internazionalizzazione della ricorrenza?
Ma no, nemmeno gli organizzatori hanno mai pensato di celebrare. Il termine è assolutamente improprio. La questione correttamente posta è quella di ricordare la storia del Ghetto perché non ci siano altri ghetti.

Altri ghetti ebrei, o altri in generale?
Altri ghetti in generale. La parola stessa ha assunto un significato internazionale. Insomma si tratta di prendere atto che c’è stato il Ghetto a Venezia e che gli ebrei bene o male per la loro cultura anche nel diluvio sanno in qualche modo come organizzarsi. Ma non tutti sono in grado di farlo. Voglio dire che c’è bisogno di una cultura che si è depositata per anni e anni, perché le persecuzioni e i ghetti, anche se così non erano chiamati, esistevano anche prima. Questa ha facilitato per certi versi una maniera di organizzarsi e reagire in modo appropriato. Bisogna fare qualcosa perché non si ripropongano più questi ghetti. Che cosa fa la cultura occidentale, la cultura islamica, tutte le altre culture perché non esistano i ghetti? Faccio un esempio, se uno va nei paesi islamici, gli europei sono in un ghetto. Anche quello è un ghetto, ed è assurdo. Se si è in un mondo in cui le diversità sono la ricchezza, come del resto stabilisce la tradizione ebraica per la quale la diversità è una benedizione. Poi dipende da come uno la vive. Se uno è diverso e pensa di essere inferiore, questo è un problema suo e della sua cultura. Ognuno deve sviluppare la propria diversità e farla vedere.

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La Scola Levantina fondata forse nella prima metà del XVI secolo, fu riedificata nella seconda parte del XVII secolo (http://www.museoebraico.it/sinagoghe.html)

Pronunciando il discorso d’insediamento come rabbino capo della Comunità veneziana, lei ha avuto modo di ricordare l’opera di ebrei illustri a favore di Venezia. Tra le altre, ha citato la figura di Daniele Manin e il suo ruolo nell’insurrezione del 1848. Venendo al presente, qual è il contributo della Comunità ebraica alla vita di Venezia?
Innanzitutto la comunità ebraica è molto ridotta. Direi che il contributo è soprattutto sul piano culturale. Io penso che il rischio che corre Venezia è quello di essere trasformata in un museo all’aperto, una sorta di Disneyland.

Che è un rischio che mi pare stia correndo anche il Ghetto.
Quello che io personalmente penso e che anche la Comunità accetta come idea, è di rilanciare il Ghetto come luogo in cui si sviluppa la cultura ebraica veramente, com’era una volta. Siamo in contatto con altre comunità per trasformare la Venezia ebraica. Se questo trend di cui parlo fosse seguito anche dal resto della città, essa potrebbe cambiare in modo radicale. Uno dei problemi è quello dei flussi turistici, e dei relativi controlli.

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La Scola Spagnola, fondata nella seconda metà del XVI secolo e ricostruita nella prima metà del XVII secolo. (http://www.museoebraico.it/sinagoghe.html)

Quindi lei sarebbe favorevole a un controllo reale dei flussi turistici?
Assolutamente sì. Io penso che Venezia sia un posto che vada difeso e che i controlli vadano fatti. Chi entra in una città dove si cammina a piedi deve disporre di un patentino, non può venire così. A chi viene deve essere proposto un programma culturale da svolgere e non andare in giro con la testa per aria. Va bene anche quello, ma non basta. La storiella iniziale del diluvio si addice perfettamente a Venezia che è stata costruita sull’acqua. Com’è scritto nel Salmo XXIV “Sui mari Egli l’ha fondata”. Trovo molto importanti le relazioni tra Venezia e le università e il mondo imprenditoriale israeliani, che registra un numero enorme di start up rispetto alla popolazione di Israele. Potrebbe essere un’ottima occasione per riflettere su come rifondare Venezia, oltre che sull’acqua, anche sulle nuove tecnologie. Su quelle cose su cui oggi si basano la cultura e l’economia.

Pensa che esistano ancora sacche di antisemitismo in città?
Qualcosa di sicuro c’è, anche se non mi sembra che Venezia sia una città in cui il sentimento antisemita sia particolarmente presente. Anche perché gli ebrei poi sono diffusi. C’é il Ghetto e poi tutta la città.

madricardo

@claudiomadricar

Venezia e il Ghetto, Conversando con Riccardo Calimani di Claudio Madricardo

“Venezia. Il Ghetto e oltre il Ghetto”. Parla Simon Levis Sullam di Claudio Madricardo

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