I cento giorni della Spagna. E si ricomincia

ETTORE SINISCALCHI
Sono passati cento giorni dal voto dello scorso dicembre e, ieri, Pedro Sánchez e Pablo Iglesias sono tornati a parlarsi. Tre mesi passati a navigare in quello sconosciuto tratto di mare – la fine del bipartitismo spagnolo – affrontato dai capitani tracciando rotte incerte, oscure anche per i loro equipaggi. Il faro all’orizzonte è sembrato quello di un nuovo voto, vista l’incapacità a tracciare una rotta comune per raggiungere l’approdo di un governo.

Gli elettori spagnoli – che in maggioranza hanno premiato le sinistre e indicato un governo di cambiamento come risposta alla crisi della democrazia spagnola – non hanno visto all’orizzonte nessun porto sicuro. Metafore ispirate dalla visione di Black Sails, utili per dipingere il quadro di incertezza attuale e anche perché, come le vicende del capitano James Flint prima de L’isola del tesoro insegnano, il parere degli equipaggi, nelle fasi critiche, conta. Sono loro a dover fare un bilancio, e il ritorno alle urne lo consentirebbe a breve, e non si può non notare come la delusione sia iniziata a serpeggiare. Delusione, e rabbia, che si sono manifestate nei partiti, forse convincendo i capitani a ridisegnare la rotta.

Facciamo un breve riassunto delle puntate precedenti.
Il 20 dicembre ha terremotato il bipartitismo spagnolo, aumentando a quattro il numero dei competitori nazionali, con Podemos e Ciudadanos a affiancare Pp e Psoe, confermando la rappresentanza delle nazionalità regionali, con partiti vecchi e nuovi. Dopo un mese di segnali contraddittori il premier facente funzioni e segretario del primo partito, il popolare Mariano Rajoy, ha deciso di non accogliere l’incarico di formazione del governo, per non affrontare la certa bocciatura del Parlamento. Re Felipe VI ha quindi incaricato il candidato del secondo partito, il socialista Pedro Sánchez. Era il 2 febbraio e Sánchez ha espresso la sua intenzione di lavorare per un «governo di cambiamento», deciso il pool dei negoziatori e iniziato gli incontri.

ps

Pedro Sánchez, leader del Psoe

I due interlocutori principali, Ciudadanos e Podemos, dall’immediato dopo voto, hanno opposto veti reciproci e iniziato campagne di comunicazione feroci e ambigue. In particolare, da parte di Pablo Iglesias sono arrivate prese di posizioni aggressive, proprio mentre Sánchez si difendeva dagli attacchi interni. La richiesta di fondare un patto di governo sulla celebrazione di un referendum in Catalogna e quelle di ministeri e organi di garanzia e della vicepresidenza di governo, hanno certamente messo in difficoltà il leader socialista. Come, del resto, i continui richiami di Ciudadanos al Pp perché si aggiungesse al patto di governo e i tentativi di marginalizzare la questione territoriale dal tema delle riforme.

Alla fine Sánchez ha ritenuto di rovesciare il tavolo firmando un patto con Ciudadanos con riferimenti abbastanza vaghi, nel sociale, nelle misure anti crisi, nella modifica di alcune leggi molto discusse del governo popolare, nella maniera di affrontare la questione territoriale spagnola e le riforme istituzionali. In questo modo ha calmato il fronte a destra ma infiammato quello a sinistra.

Se Iglesias è sembrato esprimere più l’intenzione di tornare alle urne per tentare il sorpasso sui socialisti che quella di formare un governo, la scelta di Sánchez di rifiutare la subordinazione di un accordo di governo alla consultazione referendaria per poi firmare con Ciudadanos un patto che quella consultazione esclude espressamente, è sembrata a militanti e elettori socialisti la chiusura di qualsiasi possibilità di sedersi a un tavolo con Podemos. Del resto, come si può costruire un accordo subordinandolo a un altro?

sanchez-iglesias-march-30

L’incontro tra Pedro Sánchez e Pablo Iglesias, 30 marzo 2016

Si è giunti così, il 4 marzo, alla bocciatura di un “governo del cambiamento” per il quale nessuna reale trattativa era stata fatta, preferendo il consolidamento delle posizioni e l’affermazione identitaria. Durante il dibattito in aula, la ripetizione da parte di Sánchez dello slogan del governo che “potrebbe partire dalla prossima settimana”, senza specificare quale e per fare cosa, e le accuse di Iglesias al passato “macchiato di calce viva” del Psoe, misero in scena con chiarezza come a quell’appuntamento si fosse arrivati senza preparazione né volontà politica di fare un accordo. I leader però non suscitarono l’entusiasmo delle masse di riferimento. “No han hecho los deberes”, “non hanno fatto i compiti”, è stato il commento che riassumeva la lucida delusione degli elettori.

In questi cento giorni, però, molte cose sono successe e l’umore degli elettori è cambiato. I sondaggi elettorali e d’opinione hanno messo in discussione l’attitudine dei partiti e il dibattito interno – e quello pubblico – partito in sordina, è diventato molto partecipato e acceso. Lo scontro in Podemos è stato più evidente, con la crisi della federazione madrilena che è diventata poi nazionale, finita con la destituzione d’imperio da parte di Iglesias del segretario organizzativo e numero tre del partito, Sergio Pascual, vicino al numero due Íñigo Errejón, amico e sodale di Iglesias e fondatore di Podemos.

Una crisi politica e di rapporti umani che, solo ora, dopo un lungo e polemico silenzio di Errejón, sembra ricomporsi, almeno per affrontare al meglio le nuove contingenze politiche. Difficoltà che derivano dalla natura di Podemos, formata grosso modo da tre anime: gli studiosi di scienze politiche della Complutense di Madrid che attorno a Iglesias decisero che andava costruito un soggetto politico di sinistra nella crisi della politica spagnola che si proponesse come strumento politico al movimento degli Indignados, rivolgendosi anche all’elettorato socialista deluso; il gruppo di Izquierda anticapitalista (formazione marxista nazionale confluita nel gennaio 2015 in Podemos); una parte del movimento del 15M, gli Indignados, protagonisti di quel fenomeno sociale che per primo raccolse nelle piazze occidentali gli stimoli delle primavere arabe per chiedere una riforma in senso partecipativo della democrazia e mettere in discussione le politiche economiche e quelle anti-crisi.

CetdqBHW4AAKE0I

Mariano Rajoy presiede la riunione del Comité de Dirección del Pp, 29 marzo 2016

Anime spesso distanti, nelle parole d’ordine e nelle sensibilità. Anche le perplessità delle liste alleate di Podemos, al governo in Catalogna, Galizia e Paese valenziano, si sono fatte sentire. Ma il conflitto più illuminato dai riflettori, quello tra Errejon e Iglesias, riguarda il nucleo duro del segretario e si riferisce a un’alternativa strategica, quella tra la formazione di un governo di cambiamento e la scelta di continuare a coltivare la crescita di Podemos a scapito del Psoe, per poi riaprire le trattative da una posizione di maggior forza. Uno scenario che, però, i sondaggi non supportano e che, soprattutto, ha iniziato ad essere vissuto dall’elettorato, dei viola e dei socialisti, come una enorme occasione mancata.

Anche nel Psoe il dibattito è stato vivace. Lettere aperte al segretario, posizioni nette di alcuni dirigenti, accese discussioni nei forum telematici del partito hanno criticato il patto con Ciudadanos, ritenuto un ostacolo alla formazione del governo. Una marea montante, alla quale si sono aggiunti commentatori e personaggi pubblici che hanno sferzato i dirigenti politici con richiami alla responsabilità, confermata dai sondaggi sulle intenzioni di voto che, augurando una sostanziale stabilità dei risultati e un certo aumento dell’astensione, hanno evidentemente bocciato il comportamento dei protagonisti.

ciu

Albert Rivera, leader di Ciudadanos (C’s)

Un nuovo voto sembra, ora, un male per tutti.
Per il Psoe, che probabilmente non verrebbe sorpassato, Sánchez è riuscito a mobilitare in parte l’elettorato socialista arginando le perdite, ma che resterebbe nelle stesse posizioni, forte nelle zone depresse del paese e costretto a rincorrere Podemos nelle grandi città, senza riuscire a crescere malgrado il Pp sia travolto ad ogni livello da gravi inchieste per corruzione. Per Podemos, per il quale mancare il sorpasso costituirebbe il fallimento delle scelte politiche e avrebbe conseguenze notevoli. Per Ciudadanos, che dopo un’iniziale risalita a scapito del Pp, vede riconfigurarsi lo scenario di grandi aspettative create dalla stampa che non vengono confermate dalla consistenza dei voti nelle urne. Per il Pp, che, forse manterrebbe il primo posto ma che non fermerebbe il salasso di voti verso gli arancioni e nel quale si aprirebbe la guerra per la successione di Rajoy.

Sono sondaggi che hanno un peso, inseriti nel contesto attuale della democrazia spagnola. Gli istituti di ricerca saggiano le opinioni su un tessuto sociale che vede una grande partecipazione, sia al dibattito politico che, in misura naturalmente minore ma importante, all’impegno in prima persona, non per forza costretto nei contenitori dei partiti classici né di quelli nuovi. Le opinioni espresse sono già meditate e messe alla prova nel confronto, non risposte superficiali sul tema del giorno. E indicano senza dubbi la necessità di formare un esecutivo, criticano col crollo dei consensi le scelte fatte sin qui dai leader, segnalano chiaramente come gli elettori di Podemos e Psoe vogliano in larghissima maggioranza un governo che impegni entrambi i partiti.

In questo quadro, Psoe e Podemos hanno procrastinato quanto potevano, approfittando anche della Pasqua, prima di rimettersi attorno a un tavolo. E siamo alla giornata di ieri.
Ieri, l’incontro tra Podemos e il Psoe si è svolto in un clima diverso da prima. Che qualcosa si stesse muovendo si poteva supporre e le dichiarazioni successive all’incontro l’hanno confermato. Ma vediamo quali sono le uscite possibili (gli equilibri parlamentari e politici sono verificabili nello schema dei risultati elettorali).

La prima uscita, quella a destra, un governo Pp – Ciudadanos, è attualmente sbarrata. Non hanno i voti e il Psoe non potrebbe consentirla con l’astensione senza pagare un prezzo enorme. Poi c’è l’uscita al centro, un governo Psoe – Ciudadanos con l’astensione del Pp. È la più fragile tra le teoricamente possibili, sia per la difficoltà a trovare un’agenda comune che per le contraddizioni che aprirebbe nel campo socialista. Dopo aver con tanto sforzo ricompattato il partito, Sánchez si troverebbe sotto il fuoco amico delle sinistre interne e dei baroni locali, dovendo difendere una scelta che contraddice le stesse speranze da lui suscitate nel corpo socialista. Inoltre consegnerebbe a Podemos lo scettro dell’opposizione, premiando la linea dura di Iglesias e ricreando le condizioni per il sorpasso a una prossima tornata elettorale che, con un governo così debole, ragionevolmente non sarebbe troppo lontana. È la strada preferita inizialmente da Bruxelles e da coloro che difendono la validità delle politiche economiche europee ma poi abbandonata, oltre che da importanti circoli politici, economici ed editoriali spagnoli.

Poi c’è l’uscita a sinistra, che Sánchez vuole bilanciata al centro con Ciudadanos. Partita dall’ipotesi minima di un governo monocolore socialista con rappresentanti indipendenti che consentissero di trovare quegli appoggi e benevole astensioni necessari, è diventata qualcos’altro. Un governo in cui ci siano i voti, e i ministri, dei tre partiti principali. Con l’appoggio, in forme diverse, di alcuni partiti nazionalisti e delle liste vicine a Podemos, i catalani di En Comú Podem, i valenziani di Compromís e i galiziani di En Marea. Questa strada è la più solida, anche se aprirebbe un periodo di complicata ricerca di equilibri parlamentari e, prima ancora, richiede un accordo politico estremamente difficile.

Ciudadanos ha rinnovato il suo veto a un governo con Podemos, Podemos ha reiterato la richiesta della cessazione dell’accordo tra Sánchez e Rivera, Sánchez ha rifiutato ogni condizione ultimativa. Ma il clima, come si diceva, è cambiato, come si è visto anche dai volti più distesi con cui i due leader facevano dichiarazioni concilianti. La rinuncia alla richiesta della vicepresidenza del governo da parte di Iglesias è un chiaro indizio che si fa sul serio, che ha accettato di lasciare a Sánchez maggior spazio di manovra per tornare a trattare con Rivera, quindi accettando la possibilità di un governo in comune, seppur subordinandolo al varo di un governo “alla valenziana” (autonomia dove l’alleanza tra Podemos, Compromís, Psoe e altre sinistre ha strappato il governo ai popolari). Lo stesso Rivera apre a Podemos, pur negandone la partecipazione al governo. Ora tocca al segretario del Psoe, che deve incontrare Rivera e organizzare un tavolo a tre.
Il tempo corre. Il primo tentativo di Sánchez è stato bocciato il 4 marzo. A partire da quella data sono scattati i due mesi entro i quali, se non si riesce a formare un governo, si dovrà tornare al voto. Un appuntamento che ora tutti, forse, vogliono veramente evitare.

Anche in Europa, ormai, preferiscono correre il rischio di dover avere come interlocutore un governo critico, e di rafforzare i Pigs, piuttosto che continuare ad avere un partner muto e immobile, sprofondato nell’incertezza politica. E i motori economici spagnoli, Catalogna e Paese basco, non sono certo subalterni a esigenze forti soprattutto a Madrid, e si preparano a interloquire con un governo che faccia della riforma istituzionale un punto politico centrale. La Spagna cerca la sua strada. I partiti sembrano intenzionati a provarci, col fiato sul collo dell’opinione pubblica.

Votanti 25.350.447 (73,20%, era il 68,94% nel 2011); Astenuti 9.280.639 (26,80%). Deputati 350 (Maggioranza 176 Seggi)
Partido Popular: 7.215.752 (28,72%), 123 seggi; Psoe: 5.530.779 (22,01%), 90; Podemos: 3.182.082(12,67%), 42; Ciudadanos: 3.500.541 (13,93%), 40; En Comù 927.940 (3,69%), 12; Esquerra Republicana De Catalunya 599.289 (2,39%), 9; Compromis 671.071(2,67%), 9; Democràcia I Llibertat – Convergència 565.501 (2,25%), 8; En Marea 408.370 (1,63%), 6; Partido Nacionalista Vasco 301.585 (1,20%), 6; Bildu 218.467(0,87%), 2; Coalición Canaria 81.750 (0,33%), 1.
Psoe + Podemos + Ciudadanos + En Comù + Marea + Compromis + Iu = 199 seggi (più possibili accordi con catalani, baschi e galiziani).

ettore

Ettore Siniscalchi

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...