Onu, dopo Ban una segretaria generale

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aI segretari dell’Onu: Trygve Lie (Norvegia), Dag Hammarskjöld (Svezia), U Thant (Myanmar, ex-Burma), Kurt Waldheim (Austria), Javier Perez de Cuellar (Perù), Boutros Boutros-Ghali (Egitto), Kofi Annan (Ghana)

BÄRBEL SCHMIDT
Con la candidatura dell’ex premier neozelandese Helen Clark, annunciata ieri a New York, sono quattro le donne che aspirano alla carica di segretario generale delle Nazioni unite, l’ottavo in settant’anni di storia dell’Onu.

“Mi propongo sulla base di una consolidata esperienza di leadership della durata di quasi tre decenni, sia in patria sia presso l’Onu”, ha detto Clark, 66 anni, in un’intervista alla France Presse. “Penso di avere l’esperienza e le caratteristiche per questo lavoro”, ha aggiunto. Clark è la donna con l’incarico di più alto grado nell’organigramma dell’Onu, essendo, da sette anni, alla guida del Programma di sviluppo (UNDP), la principale agenzia delle Nazioni Unite.

Oltre Clark i candidati sono sette, tra cui tre donne: tra i favoriti il capo dell’Unesco, la bulgara Irina Bokova, e l’ex Alto commissario per i rifugiati, il portoghese Antonio Guterres. Gli otto segretari generali dell’Onu fino a oggi sono stati tutti uomini.
Clark è considerata una candidata forte, per curriculum ed esperienza, ma potrebbe non avere l’appoggio di tutti i membri permanenti del Consiglio di sicurezza, che sono Regno Unito, Cina, Francia, Russia e Usa. La Russia, che sostiene Irina Bokova,  ha detto che il prossimo segretario generale deve venire dall’Est Europa. L’unica area finora non rappresentata al massimo livello delle Nazioni Unite.

Docente universitaria, Clark è tra i premier neozelandesi rimasti più a lungo in carica, per tre mandati dal 1999 al 2008, facendosi la reputazione di combattente in un ambiente “muscolare” come quella della politica di Wellington, una palestra, in piccolo, utile per quel che attende il successore di Ban Ki-moon al palazzo di vetro.
Alla guida dell’UNDP, ha dimostrato di essere una saggia amministratrice , capace di tagliare le spese dell’agenzia. “Virtù” che potrà guadagnarle il sostegno degli Stati Uniti, notoriamente il massimo contribuente dell’Onu e delle sue agenzie, ma con sempre crescente riluttanza.

Nel suo incarico all’Undp, Helen Clark ha sempre tenuto a sdrammatizzare il fenomeno delle grandi migrazioni e dei profughi, tendendo anzi a metterne in evidenza le potenzialità positive.

È arrivato il momento di liberarci del cliché dei profughi come di persone che passivamente ricevono aiuti, seduti inerti con la mano tesa. I profughi sono imprenditori, sono artisti, sono insegnanti, ingegneri, e lavoratori di ogni sorta. Sono una ricca fonte di capitale umano che non riusciamo a fare fruttare

ha scritto Clark su Project Syndicate insieme con l’Alto commissario per i rifugiati Filippo Grandi. Nell’articolo Clark e Grandi sostengono che

la comunità internazionale non può più permettersi di ignorare un simile potenziale o di star ferma mentre i più vulnerabili sono spinti ai margini della società. Mentre in titoli dei giornali richiamano l’attenzione sui costi umani di queste tragedia, dobbiamo ricordare che abbiamo la scelta di reagire con ben più che non solo lo shock.

Rispetto al ruolo del consiglio di sicurezza dell’Onu – i cosiddetti P5, Permanent Five o Big Five – che esercita un potere eccessivo, contestato dalla maggioranza dei membri dell’Assemblea – compreso il potere di scegliere il segretario generale o di esercitare il veto da parte di uno dei membri su una designazione sgradita – Helen Clark ha espresso una posizione diplomaticamente ambivalente, rispondendo a un giornalista che le chiedeva se ne avrebbe ridotto il potere: “Riconosco l’importanza del P5, così come riconosco l’importanza di ciascuno paese membro”.

Lo scorso dicembre l’ambasciatrice degli Usa al palazzo di Vetro, Samantha Power, come presidente del consiglio di sicurezza, e il presidente dell’Assemblea generale dell’Onu, il danese Mogens Lykketoft, hanno scritto e cofirmato – fatto senza precedenti – una lettera diretta a tutti gli stati membri per esortarli a nominare candidati donne. Nel frattempo sono già oltre trentamila le firme che sottoscrivono una campagna online, Equality Now, perché sia nominata una segretaria generale dopo Ban Ki-moon.

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Ban Ki-moon

 L’orientamento che sembra prevalere è dunque quello di favorire una scelta al femminile. Perché questo avvenga è essenziale rendere trasparente, e dunque più democratico, il processo di selezione, sottraendolo alle manovre e ai giochi bizantini che finora, in passato, hanno determinato l’elezione del numero uno del palazzo di Vetro, in particolare in trattative opache tra i P5. Anche questa volta dovrebbe andare così, con la scelta di un nome da proporre alla ratifica dei 193 membri dell’Assemblea generale. Sennonché, l’umore prevalente è quello di non volersi più limitare ad apporre un timbro sulla scelta di un club di potenze, due dei quali, Francia e Regno Unito, ex-potenze, non fosse per gli armamenti nucleari, che non avrebbero più titoli per esserne parte contare davvero, se si pensa a paesi che ne sono fuori, come l’India, il Brasile, la Germania, e l’idea di una scelta al femminile può essere insieme causa ed effetto di una simile rivoluzione.

 

“In quella che può essere considerata un’insurrezione tranquilla – scrive The Guardian – l’Assemblea generale ha escogitato un procedimento proprio per la nomina di chi sostituirà Ban. Il nuovo metodo è parto di Mogens Lykketoft, determinato a tirar fuori dall’ombra il processo di selezione per portarlo sotto i riflettori di un metodo che dia conto pubblicamente della scelta”. Pertanto Lykketoft ha creato un sito web su cui sono stati pubblicati i nomi e i curricula di tutti gli otto candidati che aaspirano al posto di Ban – già questa di per sé di per sé una novità.

A ogni candidato è stato chiesto di presentare un testo di duemila parole nel quale descrivono se stessi e il perché della propria candidatura. Poi la prossima settimana si troveranno sulla graticola all’United Nations Trusteeship Council, a New York e per oltre due ore, dovranno rispondere a raffiche di domande da parte di ambasciatori degli Stati membri e da parte di rappresentanti di organizzazioni non governative, imprese e di individui al di fuori dell’organizzazione. Inoltre, i candidati parteciperanno a due riunioni pubbliche la prima a New York il 13 aprile e la seconda a Londra il 3 giugno, co-organizzate dal Guardian. “Si tratta di un balzo in avanti in termini di trasparenza. Per la prima volta nella storia, il processo viene portato allo scoperto “, ha dichiarato Dan Thomas, portavoce del presidente dell’assemblea generale.

GLI ALTRI CANDIDATI

Irina Georgieva Bokova, 1952, Bulgaria, direttore dell’UNESCO
Vesna Pusić, 1953, Croazia, sociologa, ex-vicepresidente della camera
Srgjan Kerim, 1948, Macedonia, diplomatico, economista, ex-ministro degli esteri e presidente della 62ma Assemblea generale dell’Onu
Natalia Snegur-Gherman, 1969, Moldavia, più volte ministro
Igor Lukšić, 1976, Montenegro, già primo ministro ad interim
António Manuel de Oliveira Guterres, 1949, Portogallo, già primo ministro, già presdiente dell’Internazionale socialista, Alto commissario per i rifugiati 2005-2015
Danilo Türk, 1952, Slovenia, diplomatico, professore di diritto internazionale, presidente della Slovenia 2007-2012

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BÄRBEL SCHMIDT

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