“Papeles de Panamá”, effetto domino in America latina

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La rete delle filiali dello studio Mossack-Fonseca

LIVIO ZANOTTI
Disagio, imbarazzo, scandalo senza rimedio per alcuni, improvviso sollievo per altri, conferma di vecchi e reiterati sospetti e denunce per altri ancora: le rivelazioni che continuano a scaturire dai documenti dello studio legale Fonseca-Mossack (le cosiddette Panama Papers o Papeles de Panamá) come un vulcano in sfavillante eruzione, hanno investito di colpo gli umori politici in Latinoamerica.

In piena vigilia elettorale, Keiko Fujimori, la candidata indicata come favorita dai sondaggi per la presidenza del Perú, vede nella lista delle società evanescenti quelle dei suoi due maggiori finanziatori. E a Lima rinfocola la polemica più aspra.

Nel cerchio ristretto del clan nippo-peruviano, i due finanziatori di Keiko non sono i soli compromessi: nei documenti segreti divulgati appaiono inoltre un ex ministro, Jaime Yoshiyama Tanaka e Pedro Pablo Kuczynski, anch’egli come l’altro ex collaboratore del vecchio Fujimori, appena ritiratosi dalla competizione presidenziale. Keiko è la giovane figlia ed erede politica del settantasettenne ex capo dello stato Alberto, in carcere dal 2007 per una catena di assassinii, sequestri di persona, corruzione continuata e peculato aggravato, compiuti durante le sue presidenze dal 1990 al Duemila, che gli hanno meritato tre diverse condanne per un totale di 38 anni di reclusione.

È un momento di pieno respiro, invece, per la presidente del Brasile, Dilma Rousseff, e il suo predecessore Lula, stretti da varie inchieste giudiziarie in quanto sospetti di operazioni finanziarie illegali e drammaticamente indeboliti al Congresso per la defezione del maggiore dei partiti finora alleati, quello del centrista Movimento Democratico Brasiliano (MPDB). Il loro più accanito avversario politico, Eduardo Cunha, presidente del Congresso ed esponente di punta dello stesso MPDB, già coinvolto nell’affaire Petrobras, appare coinvolto nella vicenda panamense, cosi come altri parlamentari a lui vicini.

Un tempo simpatizzante del regime militare, Cunha risulta disporre di un conto corrente nella Penbur Holdings, una delle innumerevoli società più o meno fantasma (240mila! Secondo gli stessi Jürgen Mossack e Ramón Fonseca) che venivano aperte e chiuse senza troppe formalità a Panama e in altri paradisi fiscali. L’interessato smentisce senza convincere neppure la stampa amica, al pari degli altri 56 imprenditori e politici brasiliani coinvolti. “Ma nessuno, proprio nessuno del nostro PT”, ha subito fatto osservare Lula con ovvia soddisfazione.

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I leader mondiali coinvolti nello scandalo panamense (Fonte http://www.elconfidencial.com/)

Neppure il nuovo presidente argentino, Mauricio Macri, sfugge del tutto alle schegge di questa clamorosa deflagrazione. Certamente una ma forse due di queste controverse società lo vedono integrare il consiglio d’amministrazione, insieme a suo padre Franco, il tycoon della miliardaria famiglia italo-argentina. L’attuale opposizione, che nella parte più vincolata ai Kirchner è a sua volta sotto accusa per i lucrosi favoritismi che secondo la magistratura inquirente avrebbe concesso a imprenditori amici, gli esige spiegazioni chiare e dettagliate.

E altrettanto gli chiedono alcuni alleati. Il discredito pende minaccioso sulla testa di più d’uno e comprensibilmente tutti vogliono salvaguardare la propria immagine. Mauricio Macri ha appena celebrato i suoi primi cento giorni di governo, nei quali ha mostrato il polso fermo dei capitani che non temono la tempesta. A questa ondata di traverso, ha replicato affermando di aver lasciato ogni incarico societario molti anni addietro, al momento di assumere la responsabilità di amministrare la municipalità di Buenos Aires. La o le società in questione sarebbero state successivamente sciolte, in quanto venuta meno in Brasile l’opportunità per cui erano state create. La polemica sembra però tutt’altro che conclusa.

“Le società off-shore sono uno strumento legale e utile per articolare gli investimenti nel mondo della finanza globalizzata”, dice Ramón Fonseca, che con il suo socio in un paio di decenni ha aperto succursali in almeno una dozzina di paesi tra America ed Europa. “Diversamente -aggiunge- non si capirebbe come ce ne siano tante. Si tratta di una vera e propria industria, nella cui tecnologia giuridica siamo più avanti di altri. Qualcuno può usarle malamente, ma questo è accaduto e accade anche con quelle di diritto comune.”
Certo è che a Panamá l’off-shore fiorisce da mezzo secolo con ogni stagione.

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La zona de La Cresta, Panama City

Dal dodicesimo piano della torre Panorama su La Cresta di Panamá City in cui abitava, con il collega corrispondente del Dallas Morning News osservavamo il canale che il governo panamense si apprestava a raddoppiare. In quel momento transitava la sagoma scura di un grande sommergibile con bandiera degli Stati Uniti. “Il traffico marittimo, tanto civile quanto militare, diventerà sempre più importante; ma non avrà mai l’intensità di quello bancario, in gran parte invisibile”, disse con un sorrisetto malizioso Tod Robberson, indicando dal lato opposto al canale il ciuffo biancheggiante degli alti edifici della city che ospitano centinaia di banche e uffici di servizi finanziari.

Sul Canale, l’eco dello scandalo mondiale ha intanto riacceso le preoccupazioni del mondo bancario e di tutta la vasta rete d’interessi che lo circondano. Il governo panamense ha diffuso una nota ufficiale in cui ricorda che il paese centro-americano è stato appena liberato da ogni sospetto. Il Gruppo d’Azione Finanziaria Internazionale (GAFI) che per conto dell’OCSE combatte la finanza occulta e il lavaggio di capitali neri, ha infatti cancellato Panamá dalla lista grigia, che annovera i paesi i cui controlli sul movimento di capitali non vengono ritenuti sufficienti. Tuttavia i servizi di sicurezza di vari paesi mantengono un’attenzione speciale su questa piazza finanziaria, nel timore che possano trovarvi rifugio interessi del terrorismo e del narcotraffico.

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Livio Zanotti

http://www.ildiavolononmuoremai.it

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