Renzi, il veleno del Corsera rottamato da Marchionne

GUIDO MOLTEDO

 Sergio Marchionne ha diritto senz’altro a tutta la nostra stima, ma non è detto da nessuna parte che l’interesse della Fiat coincida con quello dell’Italia. Bisogna vedere di volta in volta.

Maurizio Landini? Il manifesto? No. Ernesto Galli della Loggia. Sulla prima del Corriere della sera. Incredibile, vero? Si potrebbe semplicemente constatare che il quotidiano milanese, rottamato da Marchionne e dalla famiglia Agnelli, si senta finalmente libero di dire sul suo ormai ex-padrone quel che si ripete da sempre in Italia sullo strapotere della Fiat. No, non è solo il miserabile veleno dell’ex maggiordomo messo un po’ brutalmente alla porta.

 A parte Renzi, Sergio Marchionne è l’unico protagonista sulla scena attuale, indicato per nome e cognome, in un editoriale di Galli della Loggia, appeso al nulla (cioè giornalisticamente avulso da un evento significativo che ne giustifichi almeno l’incipit), un pezzo dedicato al presidente del consiglio, che segna l’inizio “ufficiale” della sua rottamazione da parte del quotidiano di via Solferino.

Non è il primo, di questo tenore, altri editorialisti del quotidiano si sono esercitati nello stesso tipo di articolo, un dare addosso a Renzi iniziato in effetti con lo sganciamento degli Agnelli dal Corsera. Questo di Galli, è più esplicito, ed essendo, come si diceva, slegato da un dato di realtà cogente, ha l’evidente sapore del colpo a freddo del killer.

Cosa si rimprovera fondamentalmente al presidente del consiglio? Ecco l’altra frase chiave dell’articolo di Galli della Loggia:

In Italia, l’outsider, l’uomo fattosi da solo, non può diventare l’uomo solo al comando: non lo consentono né le regole né la tradizione. Da noi la solitudine dell’outsider è destinata a divenire solo isolamento. Per cercare in qualche modo di evitarlo — e non avendo alleati di peso né fuori né dentro il suo partito — al nuovo premier, allora, non è restato che contare sui fedelissimi e sulle amicizie. Con i fedelissimi ha costituito il suo inner circle e una parte del governo; l’altra parte dell’esecutivo l’ha riempita di mediocri che senza di lui sarebbero stati delle nullità: e che essendone consapevoli sono totalmente ai suoi ordini.

Anche queste non sono considerazioni particolarmente nuove o originali. Galli si unisce al coro che comprende un vasto arco di esponenti politici, intellettuali, mandarini, grumi di potere vari che sono stati rottamati e/o asfaltati o che semplicemente non sono entrati a far parte della cerchia ristretta renziana.

L’aneddotica sull’accesso a palazzo Chigi, negato a giornalisti di fama, a personaggi del potere parapolitico è ricca. Gente che nella prima e nella seconda repubblica entrava e usciva a piacimento dai palazzi del potere politico oggi ne sono estromessi. Si stanno creando nuovi agglomerati e aggregati di potere intorno a Renzi? Ovvio, ed è questo che infastidisce chi viene rottamato.

Uno status quo durato per decenni ha subito un forte spallata da parte di Renzi. All’inizio c’è stato un certo affollamento per salire sul suo carro. Scrive Galli:

C’era un Renzi che ci piaceva. Molto. Era il Renzi arrembante all’assalto della nomenklatura politica italiana esemplarmente rappresentata dalla Ditta democrat. Il giovane uomo senza peli sulla lingua che prometteva aria nuova, idee nuove, facce nuove: e gli si poteva credere dal momento che era lui innanzi tutto, con il suo modo d’essere, a incarnare ognuna di queste cose.

Non si capisce bene che cosa sia davvero successo dopo perché, per l’editorialista, l’amore per il giovane fiorentino sia sfiorito fino alla bruciante delusione (“Cominciò così il rapido mutamento del Renzi che ci piaceva nel Renzi della realtà. Che ci piace di meno”). Galli della Loggia, di nuovo, si unisce al coro delle critiche che accompagnano Renzi nel suo percorso di nuova celebrity della politica, dall’ignoranza (e gli si rimprovera di non essere sufficientemente mondano!!! : “raramente il premier è stato visto in prima fila nei teatri, nei cinema o ai concerti” sic) fino a certe sue misure elettoralistiche (di nuovo gli 80 euro), dal suo temperamento fino – ed ecco un’altra perla originale – “un esecutivo di mediocri”).

Si direbbe che Galli della Loggia si sia messo davanti al computer per questo pezzo dopo una lunga chiacchierata con D’Alema. In altri tempi sarebbe stata una ghiottoneria giornalistica,  ma oggi? Fare dietrologia? Non c’è bisogno, qui è tutto squadernato. Un pezzo consistente del renzismo della prima ora, che aveva il Corsera tra i suoi sponsor, in contrasto con la Repubblica, allora ostile a Renzi, si sta saldando con i vari pezzi del fronte antirenziano: sia pezzi della politica che legittimamente sono ostili a Matteo e a tutto ciò che rappresenta, alcuni considerandolo una variante del berlusconismo e perfino più insidioso, sia i pezzi del corporativismo pubblico e del potere parapolitico e affaristico della prima e della seconda repubblica che si sentono sempre più minacciati dall’avvento e dal consolidarsi di un nuovo sistema che li esclude e/o li penalizza. Probabilmente per sempre.

C’è anche, in tutto questo, il narcisismo ferito di editorialisti che, come si diceva, non hanno accesso a palazzo Chigi e che vedono cadere nel vuoto perfino le loro telefonate ai collaboratori di Renzi. D’altra parte firmano su un giornale che non ha più il retroterra della superpotenza torinese, un quotidiano che a malapena arriva alle trecentomila copie. Il commentariat italiano dei grandi giornali (non si è riflettuto a sufficienza su questo aspetto) vive da tempo una crisi speculare a quella della politica come l’abbiamo conosciuta prima di Renzi, essendone parte e non controparte, avendo addirittura la pretesa di guidarla. Oggi gli articoli di Galli, Panebianco, Polito (solo per restare al Corriere), anche nel loro ripetere ossessivamente e istericamente le stesse idee, perfino le stesse frasi, appaiono patetici e melanconici nella loro impotenza. Oggi si presentano come controparte del potere politico solo perché non lo considerano più “complice” del loro stesso sistema o perché lo vedono definitvamente in uscita.

Naturalmente, Renzi e i suoi strateghi non sottovalutano affatto la forza di questa somma di debolezze, interessi e di gruppi, molto diversi tra loro, in passato in (apparente) competizione tra loro, che giocano le ultime carte per disarcionarlo mentre è in corsa verso la meta (per i suoi avversari un punto di non ritorno) del referendum confermativo della riforma costituzionale.
È evidente, in questi giorni, il ribollire di uno status quo terremotato che cerca di reagire con tutte le forze che gli restano,  forze ancora sufficienti a mettere ko Renzi.

Già, con quale prospettiva? Perché se la galassia dell’antinrenzismo può essere interessata alla caduta di questo governo, poi si vedrà, e perfino al tanto peggio tanto meglio, si deve presumere che a via Solferino e nella sua rete di relazioni e di influenze (quel che resta dell’epoca d’oro) si stia ragionando a un’alternativa a Matteo.

Un tempo, ai tempi di Napolitano, si sarebbe potuto anche immaginare un percorso di sostituzione del premier che non comportasse il ritorno al voto. Lo stesso Renzi ha usufruito di quella logica, inappuntabile sotto il profilo costituzionale ma discutibilissima sotto quello politico. Oggi c’è Sergio Mattarella al Quirinale. Presidente razionale, politico attento. Difficilmente mollerà Matteo, per intraprendere un percorso insidioso, solo per far piacere agli editorialisti del Corriere e a chi tifa per il ritorno di Enrico Letta.

A meno che, dietro quest’alzare dei toni del Corsera, non si ci sia la conoscenza di una situazione (sui diversi fronti giudiziari) che promette un terremoto politico imminente.

guido

@GuidoMoltedo

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