Trivelle. Ecco come votare (o non votare) consapevolmente

ADRIANA VIGNERI
Rari sono i casi di referendum chiari e semplici, un sì o un no su di un quesito essenziale: volete eliminare la possibilità di divorzio, sì o no? Volete il nucleare sì o no? Certo, in tutti i casi il quesito, dice la Corte, deve essere chiaro, univoco, puntuale. Se non lo fosse, la Corte non lo avrebbe ammesso. Ciò non toglie che tra contenuto del quesito e significato del referendum ci possa essere grande distanza. Anche il referendum sulla preferenza unica riguardava un aspetto tutto sommato marginale del sistema elettorale. Ma ha condotto ad una legge elettorale completamente diversa e alla fine della prima Repubblica.

Il referendum trivelle rientra a pieno titolo in questo secondo caso, non senza aggiungere che tutti i referendum abrogativi, se servono a togliere di mezzo un testo di legge approvato da una maggioranza parlamentare, sono nello stesso tempo manifestazioni di indirizzo politico, esprimono un orientamento del corpo elettorale. Anzi, da questo punto di vista, se anche non raggiungono il quorum, e non tolgono di mezzo la legge che si voleva abrogare, sono ugualmente politicamente significativi.

Il contenuto del quesito trivelle è limitato, per una ragione che val la pena di sapere. Si tratta del referendum superstite di un serie di quesiti referendari (sei) presentati da numerose regioni e non più attuali perché superati da modifiche legislative intervenute con la legge di stabilità 2016 e riferite a leggi del 2004, del 2006, del 2012, del 2014. Modifiche concordate tra Stato e Regioni, che hanno superato e reso inutili i quesiti referendari. Tranne uno. Il senso complessivo di quelle modifiche è di aumentare la tutela delle aree marine, dove ora vi è un effettivo divieto di fare nuove trivellazioni nelle arre marine protette e all’interno delle dodici miglia, senza possibilità di deroghe, senza possibilità di nuove prospezioni, ed eliminando anche le procedure concessorie in corso di rilascio. E di riequilibrare i rapporti Stato/Regioni, corretti a favore delle Regioni, mediante il principio di leale collaborazione ed eliminando il potere sostitutivo statale. Rimangono i titoli abilitativi già rilasciati all’interno delle dodici miglia, che scadono tutti entro il 2022 (la metà circa entro quattro anni). Il quesito superstite mira ad impedire che queste concessioni abbiano la durata della vita utile del giacimento. Da un lato si dice che vi è inquinamento e rischio di incidenti, dall’altro che vi è necessità di queste risorse energetiche e che le perdite occupazionali dirette ed indirette sono rilevanti, e non ultimo che è bene chiudere questi impianti quando sono esauriti e non quando nel giacimento vi è ancora gas (o petrolio).

Se si guarda allo specifico contenuto del quesito, si vede che si contrappongono esigenze diverse, tutte rispettabili. Personalmente tenderei a dire che, fatto l’investimento, vale la pena di sfruttarlo fino in fondo. Come la pensa Romano Prodi.

Ma ormai il significato del referendum del 17 aprile sta andando molto oltre. Si allontana dal quesito specifico, più ci si avvicina alla data del voto.
Intanto, vi è l’aspetto del conflitto con le regioni sulla politica energetica. Direi che di questa controversia Stato Regioni interessa poco anche ai pochi che si stanno informando su questo referendum. Abbiamo detto sopra che le modifiche legislative della legge di stabilità 2016 hanno riequilibrato i poteri a favore delle regioni. Ma è pur sempre vero che la riforma costituzionale in dirittura di arrivo assegna la politica energetica solo allo Stato, e allora si può capire la voglia delle regioni di sfruttare questo referendum e di assegnargli un senso di conflitto tra le regioni, tutrici dell’ambiente (?), e lo Stato, amico dei petrolieri. Far pagare al Governo l’imminente perdita di potere in materia di energia. Ma se i cittadini votassero su questo conflitto, è più probabile che votino no o non votino; che scelgano l’accentramento delle decisioni, e non la loro frammentazione regionale.

Più probabile che si voti in base all’idea che si ha della politica energetica del governo. Semplificando, come è inevitabile che sia. Chi andrà a votare deciderà sul punto, se il governo sta facendo abbastanza sulle fonti rinnovabili, o no. E qui l’atteggiamento del governo, che minimizza il referendum e dà il messaggio che non vale la pena di andare a votare, è sbagliato, perché valuta il referendum per il solo contenuto del quesito e non per il suo possibile significato, anzi per i suoi molteplici possibili significati. Sarebbe valsa la pena di spiegare in sintesi la direzione della politica del governo e i suoi risultati. Si è detto, è vero, che la percentuale di energia elettrica fornita da fonti rinnovabili è ora del 39 per cento della domanda, una percentuale non piccola. Ma non è questo il tipo di messaggio che è stato recepito dall’opinione pubblica. E il Governo non ha fatto sforzo alcuno per informare.

Se gli elettori votassero in relazione alla politica energetica del governo, andrebbe ancora bene. Lo suggerisce l’Avvenire, che ha richiamato l’enciclica Laudato Sii. Lo predicano gli ambientalisti. Ma il referendum trivelle ha già assunto un’altra funzione. Un comodo, “popolare” strumento per mettere in difficoltà il Governo. Una parte dell’opposizione (M5S, Sel, pezzi di FI, Lega), ma soprattutto della minoranza dello stesso PD, propaganda il SI semplicemente per indebolire il governo, per fare le prove generali del referendum costituzionale del prossimo autunno. Di qui l’atteggiamento di Renzi: ignorare, minimizzare, farlo fallire. Atteggiamento che a me pare inopportuno e inadeguato, ma certo non penalmente rilevante (per il reato dell’art. 98 del t.u. sulle elezioni della Camera dei deputati, cui la legge sul referendum rinvia), come qualcuno in queste ore sostiene, presentando ridicole denunce. Si segnala l’episodio soltanto per valutare la dimensione dello scontro, sottovalutato dal Governo.

trivellazioni-in-Italia

Estratto dal rapporto del Ministero dello sviluppo economico sull’estrazione di idrocarburi in Italia

Senonché la questione si è ulteriormente complicata, a causa delle intercettazioni relative al sito di Tempa Rossa, e alla sopraggiunta sentenza di condanna di tecnici delle imprese petrolifere e di amministratori locali. Al punto che le cose rischiano di confondersi nella testa degli italiani (quelli che si informano): votiamo sulle trivelle nell’Adriatico o sullo sfruttamento del giacimento di Tempa Rossa, in Basilicata? Sono due cose, due situazioni diversissime, ma sempre dello sfruttamento di riserve di gas e petrolio si tratta, per l’opinione pubblica.

Il giacimento in Basilicata è stato scoperto nel 1989, a regime dovrebbe avere una capacità produttiva giornaliera di circa 50.000 barili di petrolio, 230.000 m³ di gas naturale, 240 tonnellate di GPL e ottanta tonnellate di zolfo. Su quel sito vi è un’indagine penale dal 2008, che è arrivata a decisione – quando si dicono le coincidenze – lunedì 4 aprile 2016, a distanza di otto anni, con condanne pesanti (47 anni complessivi), mentre Matteo Renzi chiedeva in direzione nazionale che si concludessero finalmente le indagini. Le domande si affollano, e ne sappiamo poco per ora. È giusto e saggio lo sfruttamento di quel sito? O è meglio rinunciarvi del tutto? E possiamo permetterci di rinunciarvi? Per ragioni ambientali o per ragioni di corruzione e traffico di influenze (reato introdotto da questo governo)? La posizione del governo è che si deve accelerare lo sfruttamento di quel giacimento e realizzare rapidamente l’allacciamento alla conduttura già esistente a distanza di 8 km, che porta alla raffineria, a Taranto. È questo il senso del famoso emendamento, per il quale la ministra Guidi si è dimessa e la ministra Boschi è stata interrogata come persona informata dei fatti.

E qui si innesta una questione che le comprende tutte. A parte chi andrà a votare semplicemente per combattere Renzi. Chi voterà sì per ragioni ambientali lo farà perché ritiene – a torto o a ragione – che sia giusto e possibile rinunciare da subito allo sfruttamento delle nostre riserve fossili. Ma gli altri che voteranno sì lo faranno perché non si fidano. Non si fidano che le concessioni di sfruttamento siano date in modo corretto, non si fidano che l’attività estrattiva sia adeguatamente controllata da chi di dovere, che le pipeline siano costruite perché sono indispensabili e non per fare un favore a qualcuno, e così via. Non si fidano, in una parola, che le funzioni pubbliche connesse a queste attività siano esercitate nell’interesse pubblico.

Ne deduco che da parte del Governo serve un po’ di lavoro in più e un po’ di umiltà. Serve spendersi per spiegare quello che si è fatto e quello che si sta facendo, per rassicurare per quanto possibile l’opinione pubblica (la comunicazione serve) in un referendum che non è più marginale, ma tocca il rapporto di fiducia con chi ci governa (e non importa se non raggiunge il quorum).

AdrianaVigneri....

Adriana Vigneri

PERFORAZIONI NEL MARE ADRIATICO Lega Ambiente

2 risposte a “Trivelle. Ecco come votare (o non votare) consapevolmente

  1. Al caro leader del momento è riuscito un piccolo capolavoro: trasformare una consultazione insignificante e ormai privata di parti fondamentali in un infuocato plebiscito sulla sua stessa persona. La cosa buffa è che, quorum o no, arrivati a questo punto il referendum rischia di produrre una indicazione politica comunque rilevante.

    Quanto ai fossili: siamo al capolinea, non è un fatto negoziabile. Se vogliamo ridurre la nostra dipendenza dalle importazioni, occupiamoci della parte rilevante del problema: i nostri spropositati consumi. E’ una faccenda fatta di automobili, non di trivelle.

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