La Cina, l’acciaio e l’anima dell’Europa

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Raccolta di firme del Partito laburista per una petizione per salvare l’industria siderurgica

BENIAMINO NATALE
In occasione della crisi che ha colpito il settore dell’acciaio in Gran Bretagna, il Guardian ha avuto parole pesanti per il governo del Regno Unito. I bersagli del quotidiano, oltre al primo ministro David Cameron, sono stati il segretario al commercio Sajid Javid e quello che il Guardian definisce “il suo capo”, cioè il cancelliere dello scacchiere (ministro delle finanze) George Osborne.

L’accusa è che questi uomini politici

…sono sempre stati pronti a lasciar marcire l’industria britannica dell’acciaio… perché la loro priorità non è né la protezione dell’industria né il liberismo economico dottrinario ma piuttosto l’assicurarsi investimenti a lungo termine di capitali cinesi nei progetti infrastrutturali che, per ragioni politiche interne, non possono essere finanziati con le imposte.

Attenzione a non farsi ingannare: non si tratta di una questione interna del Regno Unito, di una delle prevedibili e ricorrenti dispute tra sindacati protezionisti e governo liberista. La vicenda riguarda un settore industriale che dà lavoro a milioni di persone in tutto il continente, la politica economica dell’Unione Europea e un aspetto fondamentale della sua “politica estera”, vale a dire i suoi rapporti con la Cina, la nuova potenza che sta emergendo con forza sulla scena mondiale.

La bomba è esplosa in marzo quando la Tata Steel, la multinazionale della storica famiglia di tycoon indiani rappresentata oggi da Ratan Tata, ha annunciato di volersi liberare dell’ acciaieria di Port Talbot, nel sud del Galles, mettendo in pericolo immediatamente oltre settecento posti di lavoro e in prospettiva quelli di circa quindicimila dipendenti.

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Ratan N. Tata

L’impianto, secondo i conti della Tata, perde circa 2,5 milioni di euro al giorno. Questo avviene a causa della concorrenza dell’acciaio prodotto in Cina a costi molti più bassi di quelli correnti in Gran Bretagna. Non contenta di questo vantaggio comparato – e del servilismo messo in mostra negli ultimi anni da Cameron e Osborne – Pechino ha colpito al cuore l’ industria britannica del settore affibbiando a sorpresa una tariffa di importazione del 46 per cento ad alcuni tipi di acciaio prodotto in Europa (compreso quello che esce da Port Talbot), Corea del Sud e Giappone.

Il governo di Cameron/Osborne è stato uno di quelli che in sede europea si sono opposti all’imposizione di tariffe protettive per contenere le importazioni di acciaio cinese, facendo un grande regalo a Pechino e attirandosi i fulmini delle associazioni dei produttori europei. Questo nonostante il fatto che in Cina il settore dell’ cciaio, una delle galline dalle uova d’ oro del “miracolo” cinese, sia statale al settanta per cento.

Se si tiene conto del fatto che le banche cinesi sono tutte pubbliche, e che le loro decisioni corrispondono più a criteri politici che a logiche “di mercato”, i presupposti per delle decisioni “anti-dumping” (cioè volte a impedire la concorrenza “sleale”) ci sarebbero tutti. Cameron/Osborne sono anche tra coloro che sostengono l’ opportunità che alla Cina venga riconosciuto lo status di “economia di mercato” (market economy status, o MES) nell’ ambito della World Trade Organization (WTO), che gestisce gli accordi internazionali sul commercio. Gli USA sono contrari, l’Australia favorevole. L’Unione Europea deve decidere entro la fine dell’ anno.

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All’interno dell’Unione, la Gran Bretagna è affiancata in da Svezia e Olanda. Il fronte opposto comprende la Francia e l’Italia mentre la Germania ha mantenuto una posizione volutamente ambigua, dichiarandosi in via di principio a favore della concessione del MES ma aggiungendo che la Cina “deve fare i piu’” per aprire il suo mercato interno, come ha sostenuto la cancelliera Angela Merkel incontrando nel dicembre 2015 il premier cinese Li Keqiang.

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Li Keqiang e Angela Merkel bevono una birra analcolica, dicembre 2015

Il riconoscimento della Cina come economia di mercato avrebbe una serie di conseguenze sul commercio internazionale. La principale è che sarebbe molto più difficile invocare le regole della WTO per difendere le imprese europee dalla concorrenza di quelle cinesi.

Le regole stabilite per il riconoscimento del MES sono vaghe e soggette a interpretazioni diverse. Non rimane che il pragmatismo, ma anche questo non fornisce una soluzione chiara e indiscutibile al dilemma. È certamente vero che l’ industria cinese è in gran parte statale e che gode di sostanziosi aiuti da parte dello Stato. Ed è altrettanto vero, come sostengono i negazionisti, che riconoscere lo status di economia di mercato alla Cina metterebbe in serio pericolo milioni di posti di lavoro in Europa (circa 3,5 milioni, è stato calcolato).

La Cina e i suoi sostenitori potrebbero rispondere a tono, sottolineando che il MES è stato riconosciuto a economie altrettanto dipendenti dallo Stato, come quelle di Russia e Ucraina.

In buona sostanza si tratta di un problema di fiducia nel gruppo dirigente cinese, che dovrebbe garantire l’apertura del suo mercato interno, tuttora ferocemente protetto nonostante quasi quattro decenni di “riforma&apertura”.

In questo senso la vicenda dell’acciaio britannico è esemplare.
La Gran Bretagna ha cominciato nel 2008 – con un governo laburista – la sua marcia di avvicinamento alla Cina. Fu allora, infatti, che l’allora segretario agli esteri David Miliband riconobbe senza riserve la sovranità della Cina sul Tibet. Fino a quel momento la Gran Bretagna era stato l’unico Paese a riconoscerla a condizione che Pechino rispettasse l’autonomia del Tibet e a trattare direttamente col governo tibetano in esilio. Questa posizione si basava sui trattati firmati nei secoli scorsi dagli allora governanti di Regno Unito, Cina e Tibet e rappresentava un serio punto debole per le rivendicazioni cinesi sul territorio.

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Da allora sono seguite una serie di concessioni a Pechino sempre più rilevanti. George Osborne si espose in prima persona nel 2015, recandosi a Urumqi, capitale della Regione Autonoma Uighura del Xinjiang e lodando la politica cinese nella regione – sconvolta dal 2009 da una serie di gravi episodi di ribellione e repressione che hanno causato decine di esecuzioni, centinaia di morti e migliaia di processi sommari. Osborne parlò positivamente della politica cinese nella regione un anno dopo la condanna all’ergastolo per reati di opinione del professore uighuro Ilham Tohti e pochi giorni dopo la rivelazione dell’ ennesimo episodio di violenza nel quale erano rimaste ferite o uccise quaranta persone.

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George Osborne alla stazione di Urumqi in procinto di partire Turpan, settembre 2015

Quindi: concessioni sul Tibet, il Xinjiang e sull’apertura del mercato europeo in cambio di investimenti nelle infrastrutture. Fino ad ora, gli investimenti cinesi sono stati estremamente limitati e al loro posto sono arrivate le barriere doganali. Una lezione per Cameron/Osborne – che a questo punto rischiano una nuova figuraccia col referendum sull’ UE – ma anche per tutto il resto dell’Europa. L’economia cinese è in rallentamento e il suo governo sembra aver riscoperto le virtù del maoismo, concentrando il potere nelle mani del “leader supremo” e inasprendo la repressione di tutte le espressioni autonome della società civile.

In un “punto” sulla Cina pubblicato recentemente dalla New York Review of Books il sinologo Orville Schell ha scritto: «…qualsiasi cosa succeda, la Cina sta subendo un cambiamento retrogrado” che impone “a tutti gli individui, le imprese e i Paesi che hanno a che fare con lei di eseguire una radicale revisione della sua volontà di cercare una convergenza col resto del mondo».

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@beniaminonatale

“Frequento l’ Asia dal 1978, quando feci il primo viaggio in India e decisi che ci avrei passato una parte della mia vita. Il mio primo viaggio in Cina risale al 1985 e fu un secondo colpo di fulmine…Dal 1992 al 2002 sono stato corrispondente dell’ ANSA da New Delhi, coprendo tutto il subcontinente e nel 2003 mi sono trasferito a Pechino, dove vivo tuttora. Ho scritto due libri, L’ UOMO CHE PARLAVA COI CORVI e APOCALISSE PAKISTAN (con Francesca Marino) pubblicati da MEMORI (www.memori.it)”

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