Mostre. Tengono gli Impressionisti, incalzati però da Pollock, Rothko, Fontana

MARIO GAZZERI

Sotheby’s, Christie’s e il “borsino” delle mostre premiano i contemporanei
In un ipotetico borsino delle mostre d’arte in Italia, ma non solo, si potrebbe chiaramente constatare come i “titoli” degli Impressionisti “tengano” e quelli dei Macchiaioli siano in leggera ma costante ripresa. Ma, continuando nel gioco, ci accorgeremmo che le azioni dell’arte contemporanea conoscono da qualche tempo un’impennata a volte potenzialmente minacciosa per la supremazia stessa dei Monet, dei Gauguin o dei Van Gogh. Una tendenza, questa, che trova peraltro conferma, e questa volta non si tratta di un gioco, nelle quotazioni delle opere dei Calder, dei Fontana, dei Pollock aggiudicate nelle case d’aste internazionali a cifre ormai spesso superiori a quelle sborsate per i Maestri dell’800 francese.

Selezione tematica d’avanguardia
La selezione tematica di movimenti e singoli pittori operata dai grandi centri espositivi italiani si sta dunque diversificando dopo la ‘sbornia’ degli Impressionisti a Roma, Milano, Torino ma anche a Bologna e Firenze. Si punta sul diverso, sul nuovo o quasi nuovo. Rauschenberg, Liechtenstein, Frank Stella stanno lentamente diventando nomi familiari anche al grande pubblico degli appassionati d’arte che da tempo hanno “sdoganato” Rothko, apripista informale del nuovo approccio all’espressionismo astratto e all’avanguardia d’oltreoceano. Lunghe file si snodano in questi giorni a Firenze nello storico, centralissimo Palazzo Strozzi a pochi passi dalle folle che assediano Uffizi e Duomo. Dopo Frida Kahlo a Roma l’anno scorso (nome di grande richiamo anche per la storia personale e politica della pittrice nel Messico di Diego Rivera e delle simpatie trotzkiste), la capitale ha “osato” con una grande retrospettiva di Balthus contrapposta agli Impressionisti in mostra al Vittoriano. Sede, questa, che ha ora optato per una scelta di nicchia accingendosi a presentare l’opera del grande modernista e alfiere dell’Art Nouveau ceca Alfons Mucha, a partire dal 15 aprile.

La nuova febbre dell’oro
Il mercato dell’arte internazionale, che non passa solo da Christie’s o Sotheby’s ma segue anche complicati itinerari asiatici, sembra percorso da una moderna febbre dell’oro, da una ricerca e consacrazione di nomi nuovi che determinano una conseguente ed automatica riduzione delle quotazioni delle precedenti star. Dopo la non breve infatuazione per l’arte contemporanea cinese e i suoi pittori (Cai Guo-Qiang e Huang Yong Pin tra gli altri), oggi Keith Haring, Jean-Michel Basquiat e Bansky, (ma non le loro opere murali) si avvicinano ai mostri sacri Damien Hirst e Jeff Koons e alle loro “installazioni” non sempre apprezzate, peraltro, da una parte della critica mondiale. Di fronte all’action painting e al body painting , agli squali in formaldeide di Hirst o ai mega-cagnolini di plastica di Koons (65 milioni di dollari), dunque, gli sgocciolamenti, il “dripping” di Jackson Pollock (se ne possono ammirare ben diciotto opere alla mostra di palazzo Strozzi) o i “mobiles” di Calder sono ormai oggetti familiari, quasi preziosissimi complementi d’arredo.

Mostre.Memento audere semper”, chi rischia viene premiato
Esiste poi un secondo orientamento che privilegia autori noti, non recenti e che ritrovano una seconda consacrazione in Italia grazie al coraggio della dirigenza di alcuni centri espositivi. Non è certo il caso di Edward Hopper, silenzioso poeta della solitudine urbana e “mostro sacro” della pittura americana, nuovamente in mostra in Italia (ora a Bologna per un’esposizione di cui ha già parlato Luna Moltedo su queste pagine). Ma sicuramente la mostra dei Simbolisti a Palazzo Reale a Milano (fino al 5 giugno) è stata una scelta coraggiosa così come la riproposizione di Escher (che ha chiuso proprio in questi giorni a Treviso dopo un grande successo a Roma e Bologna) o la bellissima mostra di Joaquim Sorolla, grande figurativo e ritrattista spagnolo non conosciutissimo in Italia per il quale Ferrara organizzò già nel 2012 una splendida e fortunata retrospettiva.

Diversificazione sembra dunque la parola d’ordine. Dopo la celebre mostra dedicata a Mark Rothko, il rinnovato Palazzo delle Esposizioni di Roma ha allestito quest’anno nelle proprie sale tre mostre in contemporanea. Accanto agli Impressionisti in prestito dalla Galleria Phillips di Washington, un’altra sul Liberty italiano ed una terza, probabilmente la più interessante, su arte e sviluppo industriale nell’Unione Sovietica (Dopo il diluvio: Russia on the road 1920-1990). Palazzo Reale, a Milano, ha risposto già nel 2014 con Mimmo Rotella e i suoi “decollage” e con Kandinskij. Ora con Boccioni e Mirò.

Il Palazzo di via Nazionale si era già messo in luce pochi anni fa con una grande retrospettiva di Lucio Fontana oltre alla memorabile mostra di Rothko. Ma non ci sono solo le grandi città. Molti sono i centri ed i musei “minori” nelle piccole città del centro-nord particolarmente sensibili all’arte contemporanea. Un esempio per tutti, il Mart di Rovereto, città del futurista Fortunato Depero, che si distingue per raffinatissime collettive e mostre monotematiche. Da segnalare, tra le altre, La scultura di Giuseppe Penone e, ovviamente, le collezioni permanenti con Balla e Afro (Basaldella, fratello di Mirko).

Il “caso” Burri, eccezione italiana all’estero
Pochi invece gli italiani in mostra all’estero. Se si escludono i due “nomi” italiani di Lucio Fontana e di Alberto Giacometti (il primo italo-argentino e il secondo svizzero del Canton Ticino) resta solo il grande artista di Città di Castello, Alberto Burri. Per vedere e ammirare i suoi “sacchi” e le sue plastiche bruciate con la fiamma ossidrica, un giovanissimo Jackson Pollock venne apposta nella cittadina umbra. Il pittore americano contribuì non poco a far conoscere Burri negli Stati uniti che l’altr’anno a New York, in occasione del centenario della nascita, organizzarono una sua grandiosa retrospettiva al Guggenheim di New York. Poca fortuna sembrano avere i Macchiaioli fuori dei nostri confini mentre, a Parigi, una mostra sul Futurismo italiano non riscosse grande successo alcuni anni fa, incassando anche le incaute critiche di alcuni “esperti” che definirono “fascista” il movimento creato da Filippo Tommaso Marinetti che vide tra i suoi maggiori esponenti pittori del calibro di Giacomo Balla, Umberto Boccioni, Gino Severini e il primo Carlo Carrà.

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Mario Gazzeri

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