Matteo Renzi. Un ragazzaccio a palazzo Chigi

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FRANCO CARDINI
Il “pasticciaccio bbrutto” del – chiamiamolo così – Panamagate è come le idi di marzo di cesariana e shakespeariana memoria: è giunto, ma non è trascorso. Vedrete (è questione di giorni, se non di ore) che da qualche parte spunterà un elenco o un dossier che includerà, più o meno in bella vista, qualche nome vicino al presidente Matteo Renzi.

Sappiamo come vanno certe cose, nel Bel Paese; le conosciamo, le sceneggiate a metà strada tra il complotto e l’intrigo, tra lo scandalo e la pochade; e vedrete poi il corteggio delle dichiarazioni dei politici, dei magistrati, dei mezzibusti che gestiscono i media. Dopo la faccenda delle banche toscane che ha lambito papà Renzi e papà Boschi, dopo lo spettacolo di Federica Guidi che in poche ore abbandona una poltrona ministeriale e da sospetta passa a “persona al corrente dei fatti” e quindi a “parte lesa” giocandosi il convivente, dopo Graziano del Rio già allontanato un pochino da palazzo Chigi e spedito in una sede ministeriale – sono lontani, ormai, i tempi della crozziana giaculatoria “Grazie-Graziano!” – per scoprirsi poi fotografato e schedato, è come se una rete a maglie ancora abbastanza larghe avesse già cominciato ad avvolgere il pesciolone d’Arno che sono ormai in troppi ad augurarsi di veder finir presto in padella.

Ma il pesciolone è energico e scafato. L’Arno, tra Rignano e Pontassieve, è ricco d’anfratti e di gorghi: e Pescematteo agli ami non abbocca, dalle reti sguscia via. Uno che ha il fegato (e lo stomaco?) di guizzare perfino sotto il naso dei Verdini, che volete che gli facciano i Fassina e i D’Alema, per tacer dei Prodi e dei Bersani?

Nemmeno gli eroici furori di alcune firme illustri, di alcuni autorevoli elzeviristi, sembrano toccarlo più di tanto. D’accordo, è un presidente del consiglio mai passato attraverso il bagno del consenso elettorale: ma chi con scarsa considerazione per istituzioni e costituzione glielo rimprovera, dovrebbe pur sapere che in Italia i premier li designa per incarico il presidente della repubblica, non li eleggono né il parlamento né il popolo sovrano. D’altronde, certi fini ma attempati osservatori danno l’impressione di non aver capito che oggi le tribune dei comizi e i duelli televisivi non vanno nemmeno più di moda (figurarsi i fatidici balconi…), ormai è tempo di twitter e di facebook.

L’Italia in pensione o quasi è piena di grandi e piccoli commis d’état che i precedenti governi avevano abituato a sentirsi di diritto intramontabili Consiglieri del Principe, gente abituata a salire e scendere i gradini di palazzo Chigi magari come riverita – e talora strapagata – titolare di consulenze, e ora non al cerca più nessuno. Uomini-che-non-dovevano-chiedere-mai, e che ora dovrebbero ma non sanno più come fare. E poi, che razza d’animale è questo ragazzaccio con la cravatta allentata che si fa vedere di continuo in TV ma che poi non fa un briciolo di vita mondana, mai o quasi a una “prima” di quelle che contano, uno che vive blindato tra i suoi amici di scuola e i suoi compagnucci di parrocchietta scout e che pure avverte poi, come ha fatto a proposito della Guidi, che “con noi chi sbaglia va a casa” e che “fra due anni, con le elezioni, ognuno farà le sue scelte”, ma intanto lui è lì “per fare le cose”: e le fa.

Ma le fa sul serio? Molti hanno criticato la brutalità del suo entrare a gamba tesa nelle faccende di Napoli-Bagnoli, emarginando ed esautorando l’amministrazione comunale: la quale, dicono in tanti, stava proprio ora per risolvere le annose questioni all’ombra del Vesuvio. Appunto: erano decenni che si stava lì per sistemare tutto, guarda caso. Ma lui insiste, e rilancia: entro il 2020, dice, avremo la “banda larga”, e sono promesse impegnative perché al 2020 quasi ci siamo. Le decisioni le prende: e non si tira indietro.

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Con Ginni Rometti CEO di Ibm

Piaccia o no (a me non piace) un’indicazione chiara a proposito del referendum sullo sfruttamento dei giacimenti petroliferi nelle acque territoriali l’ha data, né “popolare” né politically correct. Sulla questione egiziana ha l’aria di voler tirare dritto a costo di mettere le nostre esportazioni a repentaglio, e gli stessi che lo hanno rimproverato per non aver riportato a casa dall’India “i nostri marò” adesso gli rimproverano di fare il duro. Sono in molti ad avergli rinfacciato un’eccessiva fiducia nei privati e nelle privatizzazioni, ma a proposito della questione di Napoli-Bagnoli sembra finalmente essersi ricreduto sulla questione del ruolo di quanto è pubblico e pubblico deve rimanere. Fanno di tutto per distrarlo con il “grande” problema dei migranti, ma lui sa molto bene che i rischi più gravi li stiamo correndo perché nel paese non c’è lavoro e, se le previsioni di Draghi a proposito della tenuta dell’euro non sono arbitrariamente catastrofiche, entro pochi mesi potremmo trovarci sul serio dinanzi a una crisi di quelle mai più viste dopo il ’29.

Bene. Aveva ragione il vecchio Carl Schmitt: governare significa assumere delle decisioni, dominare le emergenze. Per molto tempo i leaders del Bel Paese hanno dato l’impressione di sperare con tutte le loro forze che non toccasse a loro stare al timone in tempi di tempesta. E Renzi ha ben il diritto di rispondere che chi lo accusa di guidare un “governo delle lobbies” sta in realtà raccontando “una barzelletta”, dal momento che sta progressivamente acquistando piena coscienza della sua solitudine.

All’indomani della squallida avventura berlusconiana questo paese era distrutto, con una sinistra a pezzi e delle destre tanto irresponsabili e disorientate da saper esprimere soltanto degli squallidi slogans xenofobi mentre il paese affonda in quella corruzione della quale la Malasanità diffusa è prova suprema e modello esemplare al tempo stesso. Da mesi, alternative al ragazzaccio di Pontassieve non ce ne sono: ed è retorica la denunzia del “renzismo”come responsabile di aver fatto scivolare la sinistra verso i lidi del neoliberismo. Ora, la verità è che i mali sono così evidenti che è diventato inevitabile affrontarli. Renzi potrà ben fallire: ma nessun altro si è dimostrato in grado di accettare la prova. L’aver raccolto la sfida è, di per sé, già un successo.

franco cardini

Franco Cardini

Renzi, il veleno del Corsera rottamato da Marchionne di Guido Moltedo

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