Politica, città e memoria

ALFONSO M. IACONO
Il modo offensivo, irridente e aggressivo con cui Fabrizio Rondolino si è rivolto a Carlo Smuraglia, Presidente dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) sulle pagine dell’Unità in merito alla questione della riforma del Senato, la dice lunga sull’abisso che si è creato tra generazioni e culture.

Dall’epoca della cosiddetta rottamazione a oggi, la voglia di liberarsi del passato si sta accompagnando alla volontà di restaurare vecchie gerarchie, di modificare in peggio la democrazia, di esaltare la superficialità, di ammiccare all’ignoranza. Senza consapevolezza del passato non vi può essere futuro, ma i politici di oggi, con tutto il loro sistema mediatico, si muovono a testa bassa, giorno dopo giorno, senza chiedersi più in quale direzione stanno andando. Impegnati tra una telefonata e un messaggio su twitter o facebook, non hanno tempo. Ma l’aspetto veramente qualunquista in politica è la perdita di senso della storia.

Se si paragonassero città come Pisa e Livorno (ma si potrebbe allungare la lista a Piombino, Viareggio, Carrara) di oggi con quelle di cinquanta o trent’anni fa, ci si renderebbe conto meglio di quanto esse siano smarrite, in cerca di un’identità che non riescono a trovare. E questo nonostante il trucco dei negozi e dei grandi magazzini, identici ovunque, delle auto che ingolfano le strade, dei passanti che stanno incollati ai loro smartphone mentre aspettano un bus o un tram e che vivendo con la mente altrove connettono la loro solitudine con lo scintillante deserto del web. Tutto questo oggi le rende più o meno omologhe a ogni città dell’Europa e di gran parte del Mondo (la chiamano globalizzazione), eppure non lo sono state non solo nel loro periodo medievale e moderno, ma neanche nell’epoca contemporanea, quando erano tra le città più industrializzate del paese.

La mancanza di senso storico genera autoinganno, la perdita di memoria causa smarrimento. Le nostre città hanno questi sintomi e a pochi viene in mente che per pensarle nel loro futuro è necessario comprendere storicamente come sono cambiate. Siamo connessi con il mondo e non sappiamo dove poggiano i nostri piedi.

Quando nel 1989 uscì il bellissimo romanzo di Athos Bigongiali, Una città proletaria, che ci narra della Pisa città industriale nei primi anni del Novecento, gli anni del movimento operaio, dell’anarchia e del socialismo, gli anni delle lotte sindacali e politiche contro lo sfruttamento e per la riduzione delle ore di lavoro, si avvertiva già che quello era un mondo ormai alla fine. Eppure, ancora in quegli anni, gli anni ’80, nonostante la Milano da bere, quella storia appariva ancora, se non vicina, certamente non del tutto lontana, di sicuro ancora dentro l’eco di un ’68 che a Pisa aveva visto lottare e manifestare uniti gli operai della Saint Gobain, della Fiat, della Piaggio con gli studenti dell’università.

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Pisa – Borgo Stretto in una vecchia cartolina

Quali sensazioni può offrire oggi la lettura di questo libro, che a quel tempo aveva suscitato un grande interesse, oggi a quasi trent’anni della sua prima pubblicazione? Una coraggiosa, giovane casa editrice, MdS, ha deciso di ripubblicarlo, arricchito di altri capitoli. Rileggendolo, ci si rende conto di ciò che abbiamo perduto. I protagonisti del romanzo sono

gli uomini e le donne che animarono (a volte molto animosamente) la vita della nostra città e le diedero lustro senza chiedere in cambio nulla di illecito, a meno che non si vogliano considerare così le lotte per la libertà, l’eguaglianza e la fratellanza universale.

Un mondo ormai lontano dal nostro dove i concetti di eguaglianza, libertà e fratellanza avrebbero più che mai bisogno di riprendere corpo, mentre invece hanno ceduto il posto alla corruzione, all’egoismo, alla solitudine.

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Prof. Alfonso Maurizio Iacono Dipartimento di Civiltà e Forme del sapere, Università di Pisa

IL TIRRENO

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