Sanders e la strategia inside-outside del suo movement

 

GUIDO MOLTEDO
Con i suoi quattordici delegati alla convention di Filadelfia, il Wyoming è un moscerino al confronto con lo stato di New York, che ne conta 247. Il prossimo dove si terranno le elezioni primarie, il 19. Ma anche al confronto di stati popolosi come la Pennsylvania, il Maryland, il New Jersey e la California. Eppure l’ultimo successo di Bernie Sanders nello stato del nordovest, sabato scorso, ha un forte significato politico, che trascende i numeri. Ovviamente sono importanti, i numeri, e alla fine decisivi, ma non sono tutto, specie in queste presidenziali statunitensi.

Quella in Wyoming è l’ottava vittoria di Sanders nelle ultime nove competizioni. È un bottino che consente al senatore del Vermont di proseguire la sua campagna fino in fondo. Fosse andata diversamente, anche se non avremmo assistito a un suo ritiro dalla corsa, sicuramente il proseguimento della sfida con Hillary avrebbe assunto il sapore di un incaponimento politico, che sarebbe stato perfino letto come un favore reso ai nemici repubblicani.

Ora il prosieguo del duello con l’ex-segretario di stato è ancora quello che è stato fin dall’inizio. Una competizione tra due visioni. Tra due concezioni alternative del Partito democratico. E tra due storie personali e politiche che raccontano due Americhe diverse.
Il successo di Bernie Sanders può anche legittimamente essere “letto” come la nobile ma improduttiva testimonianza di un vecchio leone della sinistra in una competizione della quale è già noto il nome del vincitore. Un visionario sostenuto dall’entusiasmo contro la forza dei soldi e dell’organizzazione di una rivale dal nome forte e conosciuto.

Questa “lettura” è sostenuta dai numeri, ma anche da dati politici rilevanti. Si pensi alla prossima battaglia, a New York. I sondaggi danno Clinton al 53 per cento, Sanders al 37. Gli africani americani dello stato sono al 61 per cento con Hillary, al 29 con Bernie. Il governatore Andrew Cuomo sostiene Hillary. Così il sindaco di NYC, Bill de Blasio. Idem, i massimi esponenti del partito. I dirigenti dei più importanti sindacati. L’apparato, insomma, è unito dietro Clinton. E i media che contano sono con lei. Senza dimenticare che nello stato di New York, nel 2008, Obama fu battuto dalla rivale.

Eppure, c’è qualcosa di altro che si muove e che va tenuto in considerazione. Per dire, una decina di giorni fa, racconta sul New Yorker John Cassidy, Sanders ha tenuto un comizio a Mott Haven, una delle zone più toste del Bronx, e si sono presentate oltre diciottomila persone. Ad Albany, stessa scena. Così a Brooklyn. A Harlem. Come mai? Dice a Cassidy Bill Lipton, del Working Families Party, che sostiene Sanders:

Questa è una campagna diversa. È un movement. Bernie ha quell’energia che raramente abbiamo visto nella politica newyorkese, e che fa sì che a migliaia vengano a un comizio in risposta a una convocazione via email. E molti poi, quando vanno via, lasciano il loro indirizzo e il giorno dopo li vedi in giro a bussare alle porte degli elettori

.
Se l’affluenza sarà alta – c’è stato un boom dell’ultima ora di iscrizioni al partito per poter votare – “qualsiasi risultato è plausibile”, dice al New Yorker il politologo Kenneth Sherill.
Un successo New York il 19 renderebbe realistico il conseguimento della nomination, che è però uno dei due obiettivi, non l’unico, che il candidato socialista si è posto fin dall’inizio, essendo il secondo perfino più ambizioso del primo.

Certo, diventare il Democratic nominee sarebbe un evento di portata storica, ma lo sarebbe anche in quanto collegato al secondo obiettivo che si pone Sanders con la sua campagna elettorale, e che è quello di dar vita a una “political revolution” di lunga durata, tale da cambiare in profondità il Partito democratico.

Se non conseguirà la nomination, ha detto Sanders alla NBC, “we will continue that revolution”, continueremo quella rivoluzione. La convention di Filadelfia sarà, per il suo movement, alla stregua di un vero e proprio congresso, come quelli europei d’un tempo, combattuto, che sancirà la nascita di una struttura organizzata dei progressisti all’interno del partito per cambiarlo. Con questo obiettivo si muoveranno i delegati di Sanders all’interno del Wells Fargo Center di Filadelfia, contando sul sostegno dei sostenitori pro-Sanders all’esterno dello stadio. Una strategia “inside-outside”.

L’entusiasmo che genera Bernie è il motore di un simile movimento, ma non si sottovaluti l’alto livello della sua squadra, con personaggi come Zack Exley, il consulente tecnologico che governa la complessa macchina “social”, e Tad Devine, il chief strategist che ha un curriculum incredibile come stratega di fortunate campagne elettorali. E che questa volta scommette sul candidato sulla carta votato alla sconfitta. Forse proprio perché, invece, alla fine non sarà lui lo sconfitto.

guido

@GuidoMoltedo

quest’articolo è stato pubblicato da il manifesto

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