Trivelle. Veneto. Perché sì per dire no

SILVIO TESTA
Qualsiasi sia l’esito del referendum contro le trivellazioni in mare di domenica prossima, 17 aprile, per Venezia e il Veneto non cambia nulla sul piano pratico: non si raggiunga il quorum, vincano i sì o vincano i no, nessuno potrà mai trivellare entro le dodici miglia dalla costa della regione. Ciò non toglie che si deve andare a votare e a votare “sì” all’abrogazione della norma che ha tolto ogni limite di tempo alle concessioni di ricerca e di coltivazione dei giacimenti di idrocarburi in mare.

Dal 3 dicembre 1999, infatti, è in vigore il decreto del Ministero dell’Ambiente “Progetto Sviluppo dell’Alto Adriatico” che vieta “l’attività di coltivazione di idrocarburi liquidi o gassosi entro dodici miglia nautiche dalla linea di costa del tratto di mare compreso tra il parallelo passante per la foce del fiume Tagliamento e il parallelo passante per la foce del ramo di Goro del fiume Po”.

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Il decreto fu adottato alla fine di un lungo braccio di ferro tra (allora) l’Agip, che voleva rendere operative le sue concessioni di estrazione del metano nell’Alto Adriatico, e quanti invocavano l’applicazione del principio di precauzione a causa dell’elevato rischio di subsidenza, cioè di abbassamento del suolo, sia nel Polesine che a Venezia, connesso all’estrazione degli idrocarburi. Non i “soliti” ambientalisti, ma con gli ambientalisti le intere istituzioni interessate: i Comuni di Rovigo e di Venezia, le due Province, la Regione.

Alla fine, dopo almeno due anni di discussioni tra i tecnici dell’Agip, che cercavano di garantire l’inesistenza di rischi, i consulenti delle istituzioni, i ricercatori indipendenti che ricordavano come poco o nulla si sapesse della forma degli acquiferi di metano e dei loro rapporti reciproci, salvo il fatto che ancorché scoperti in mare essi si estendevano anche per chilometri sotto la terra ferma, il ministro dell’ambiente, Edo Ronchi, tagliò la testa al toro col decreto di cui sopra. Con l’appoggio dell’intero governo di allora.

Il referendum di domenica riguarda la durata delle concessioni, che davanti al Veneto sono quindici: sette di ricerca e otto di coltivazione dei giacimenti di metano scoperti. Di queste quindici, dieci sono all’interno delle dodici miglia nell’area indicata dal decreto, e dunque sono, come dire?, in sonno. Perché, allora, il referendum?
Perché prima o dopo (hai visto mai che non si muova qualche quartierino di furbetti, per dirla con l’ex ministro Federica Guidi) il decreto del ’99 potrebbe venire superato, e le concessioni potrebbero tornare attive, mentre se si pone loro un termine temporale, alla scadenza ogni rischio verrà scongiurato per sempre. Per questo bisogna andare a votare comunque.

La Regione, in ogni caso, ha indetto il referendum ribadendo la linea storica del Veneto, che dopo aver misurato nel Polesine (e nel Ravennate) dagli anni Cinquanta del Novecento in poi quale fosse l’esito dell’estrazione del metano vi si è sempre opposta: la linea di costa è sprofondata anche di tre metri; 42 mila ettari di terreno agricolo sono tutti sotto il livello del mare tra i due e i quattro metri e sono tenuti all’asciutto dal Consorzio di Bonifica del Delta del Po con centinaia di chilometri di argini e una quarantina di idrovore al costo di milioni di euro ogni anno.

C’è poi un braccio di ferro sulle competenze ambientali, perché con le norme contestate il governo aveva avocato a sé tutti i poteri autorizzativi, espropriandone le regioni. Sul tema ciascuno può pensarla come vuole, ma ancorché il Veneto non abbia mai brillato per tutela ambientale, e per capirlo basta vedere come è ridotto il territorio, tra strade, capannoni, centri commerciali, almeno sulla coltivazione dei giacimenti di idrocarburi la linea è sempre stata coerente.

In linea di principio, poi, più un potere è vicino, meglio lo controlli; più è vicino e più è attento alle contingenze locali, meno alle compatibilità generali. Dunque, sui delicatissimi temi ambientali meglio il federalismo che il centralismo.
Domenica si voti.
(Anche per fare un dispetto a Renzi…).

Silvio Testa

Silvio Testa

 

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