L’affaire Matacena e gli affari del governo

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Dubai Marina

GIORGIO FRASCA POLARA
Possibile che gli affari stramiliardari facciano aggio sulla criminalità organizzata? È non solo una possibilità: è una realtà, sfacciata per non dire scandalosa. E tale è. Mi riferisco alla incredibile vicenda – in cui si è deliberatamente cacciato il governo Renzi – che consente, oramai da anni, l’indisturbata latitanza all’estero di un delinquente patentato: l’ex deputato di Forza Italia e potente armatore (il semi-monopolio dei traghetti nello Stretto di Messina) Amedeo Matacena, condannato a tre anni di galera, più l’interdizione perpetua dai pubblici uffici per concorso esterno in associazione mafiosa.

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Questo signore (che già alla prima condanna il partito di Berlusconi aveva evitato di ripresentare alle elezioni) se ne sta, libero e tranquillo negli Emirati Arabi,  a Dubai Marina, grazie ad un complesso di complicità, tra cui quella dell’ex ministro dell’Interno Claudio Scajola, quello che non solo aveva definito “un rompicoglioni” l’economista Marco Biagi poi trucidato dai terroristi perché lo stesso Scajola gli aveva tolto la scorta, e che per giunta più tardi sostenne come “a sua insaputa” un costruttore incriminato peraltro gli avesse pagato la bella casa in faccia al Colosseo.

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Matacena, Scajola, Rizzo (Oggi, 13 giugno 2014)

Ma la maggiore, decisiva complicità della latitanza di questo pregiudicato, è del governo: all’ordine del giorno della riunione del Consiglio dei ministri del 3 marzo scorso (cioè già con un colossale ritardo) c’era il “varo del disegno di legge di ratifica del trattato di estradizione e di mutua assistenza giudiziaria tra Italia ed Emirati Arabi” che avrebbe consentito l’immediato trasferimento nelle nostre carceri di Matacena ed altri bellimbusti che vivono tranquilli al sole d’Arabia.

Se non che la seduta del governo si era sorprendentemente conclusa senza una decisione sulla ratifica: decisione slittata “per approfondimenti”. Ed è chiaro che cosa bisognasse approfondire: come conciliare le esigenze di giustizia con l’esigenza di tutelare il nostro export con gli Emirati che sono il principali mercato di sbocco delle esportazioni italiane in Medio Oriente e Africa, tant’è che il nostro è, tra i paesi dell’Ue, il secondo esportatore dopo la Germania e prima della Francia.

Ora attenzione, Matacena non è un pregiudicato qualunque, e la sua vicenda giudiziaria si trascina addirittura da quindici anni. Condannato in primo grado a Reggio Calabria a cinque anni e quattro mesi per concorso mafioso, la sentenza era stata annullata cinque anni dopo dall’Assise, sempre di Reggio; e sempre lì, nel regno di Matacena, anche l’Assise di appello aveva confermato l’assoluzione. Ma ecco subito l’intervento severo della Cassazione:

I giudici di appello – avevano rilevato i giudici di legittimità – non hanno tenuto in debita considerazione un aspetto centrale, e cioè il patto intercorso tra il Matacena e la ‘ndrina “Rosmini” di Reggio Calabria, un patto che, se caratterizzato da serietà e concretezza, era in grado di accrescere il potere il potere della cosca reggina.

Ergo, nuovo processo e nuova condanna, stavolta a tre anni per un errore nel computo della pena.

Problemi? Nessuno per Matacena che, pur formalmente in stato di “fermo” (non può allontanarsi dal dorato esilio), è nei fatti libero, cioè libero di non tornare in Italia. E dire che per raggiungere gli Emirati aveva fatto un giro vorticoso: dalla residenza (fiscale) a Montecarlo alle Seychelles, da qui a Beirut e finalmente a Dubai dove il mandato di cattura internazionale si è tradotto in un breve fermo e poi nella libertà di restarsene là in santa pace.

E i complici materiali di questa fuga? Sono sotto processo, ancora e sempre a Reggio Calabria: la moglie di Matacena, Chiara Rizzo, l’ex ministro Scajola (gli si attribuisce un amore folle per costei: è la giustificazione della complicità), e i segretari della coppia Martino Politi e Maria Grazia Fiordalisi.
Ma il Complice politico decisivo è un altro. C’è bisogno di ripetere chi sia?

FRASCA

Giorgio Frasca Polara

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