Jean Genet, il cattivo maestro dimenticato

PIERGIORGIO PATERLINI
Trent’anni fa, il 15 aprile 1986, moriva Jean Genet. Non lo ricorda nessuno, nonostante a noi piacciano gli anniversari, e quelli tondi ancora di più.

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Era stato famoso, godeva dell’amicizia di Sartre e di Cocteau, e di Simone de Beauvoir, e di Matisse e del nostro grande Alberto Giacometti. Ma non era scemo, e dunque sapeva bene di parlare al vento, già da vivo. Chiudeva così un testo del 1949 per la radio francese (mai andato in onda naturalmente): “Mi faccio poche illusioni. Parlo nel vuoto e nel buio, ma anche fosse per me solo, voglio ancora insultare chi insulta”. Punto e ciao.

Certo, era davvero un cattivo soggetto. Un esempio da non imitare, meno che meno da additare ai “giovanidoggi“.

Ladro, omosessuale – pederasta lui diceva per primo di se stesso – a un certo punto forse filonazista, pessimo personaggio e amante di pessimi personaggi: ragazzi ladri come lui, meglio se violenti (“la rivolta che li fa così belli”), meglio se marinai.

Ma anche fra i primi a sostenere concretamente, vorrei dire fisicamente (lui andava dove succedevano le cose, mica telefonava o firmava appelli da casa sua) le lotte dei neri in America e dei palestinesi, ad esempio, il primo occidentale – ci viene ricordato in una biografia – a entrare nel campo profughi di Chatila dopo l’orrendo massacro perpetrato dalle falangi libanesi cristiano-maronite e dall’esercito israeliano di Ariel Sharon.

Queste cose andavano sommariamente riepilogate, vista l’amnesia collettiva, e ce ne sarebbero altre mille. Ma se io lo ricordo è perché un uomo così – che dalla nascita alla morte ha avuto come chiodi fissi la rivolta politica e il sesso – amava in modo appassionato la scrittura, lui che definire autodidatta è poco. E questo è un mistero, un mistero glorioso, però. Genet era ossessionato dalla bellezza dei corpi virili come dalla bellezza della parola. E sarebbe difficile decidere – pensate – da quale delle due maggiormente. Innamorato del funambolo Abdallah – entrambi uomini sul filo, uno per metafora, uno per arte – e della potenza della parola, innamorato della forza della parola scritta. Che limava fino all’inverosimile, senza trovare pace.

Be’, le altre lascio decidere a voi, ma questa sicuramente è una gran bella lezione.

Magari non rubate come lui nelle librerie antiquarie, magari non passate metà della vostra vita in luride galere, magari non fatevi delle peggiori robacce, ma state dalla parte dei diseredati dei senzaniente degli oppressi come è stato lui. Proviamo a starci davvero per un po’ anche noi, sì, dalla parte del torto, per vedere con occhi diversi questo mondo sempre più piattamente uniforme, omologato, lercio senza pudore mentre è imbevuto di moralismo.

E leggetelo, Genet. Voi che volete pubblicare, scrivere, forse persino imparare a scrivere. Invece di sprecare tempo a mandare i vostri dattiloscritti a me, leggete Jean Genet (che fa anche un po’ rima).

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Piergiorgio Paterlini

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