Stieglitz e O’Keeffe, quando in America fotografia e pittura s’incontrarono

MARIO GAZZERI
Fu l’incontro di due arti, di due Americhe, di due generazioni. La fotografia come arte e l’arte come fotografia si potrebbe in estrema sintesi affermare guardando gli scatti di Alfred Stieglitz e i quadri della sua amante e poi moglie Georgia O’Keeffe. Newyorkese, ebreo di origini tedesche il primo, morto esattamente settant’anni fa nella sua New York; provinciale del Wisconsin lei, nata in una fattoria e più giovane di ventitré anni di Stieglitz, morta quasi centenaria nel 1986, trent’anni or sono.

Sperimentatori. Alfred innovatore, Georgia “scandalosa”
Sperimentatori entrambi, innovatori ciascuno nel suo campo. Georgia rivoluzionaria pittrice, vissuta a lungo negli stati del profondo Sud dove l’abbacinante luce e gli orizzonti sconfinati molto influirono sulla sua linea pittorica e sulle scelte cromatiche animate di una propria, inquieta vita fin dai tempi dei suoi primi acquerelli. Quello stesso cromatismo che doveva diventare quasi ‘elettrico’ col passar degli anni per colorarsi poi di sensualità nella celebre serie dei fiori, anch’essi origine di vita perché metafore, non indecifrabili peraltro, della vagina. Quadri che le procurarono non poche noie tra i benpensanti della middle class e non solo, ma anche l’influente protezione di Alfred Stieglitz che per primo ospitò una sua mostra nella propria galleria fotografica newyorkese.

Gustave Courbet L'origine del mondo

Gustave Courbet, L’origine del mondo

Fiori-vagine
Vagine, fonti di desiderio e di vita mascherate da petali ma di un “verismo fantastico”, secondo l’ossimoro di un critico, che rimanda indirettamente ad altri pittori europei. C’è infatti qualcosa di fotografico, forse inconsciamente mutuato dagli scatti del suo grande protettore ed amante, che fa tornare alla mente un altro famoso capolavoro, di Gustave Courbet, “L’origine del mondo”. La tela che raffigura una vagina ravvicinata ben visibile tra i contorni delle gambe appena divaricate. Tela “scandalosa”, condannata e vituperata, e tuttavia ambitissima dai collezionisti e che ebbe tra i suoi proprietari, oltre ad un diplomatico turco-egiziano, anche lo psicoanalista francese Jacques Lacan per poi passare di mano fino ad essere finalmente riacquistata ed esposta al museo d’Orsay a Parigi.

 

La galleria newyorkese
Georgia conobbe Alfred nei locali della Little Galleries of the Photo-Secession che aveva ospitato già alcune mostre di pittori europei tra i quali Picasso e Matisse, nel quadro di quella che sembrò essere una strategia di Stieglitz mirata ad accostare la fotografia alla pittura e ad affrancarla dal ruolo di ‘sorella minore’ delle arti figurative. E a ridare dignità di artisti ai fotografi, fino ad allora ritenuti semplici autori di istantanee per la cronaca, quasi dei pittori “diversamente abili”. La galleria era già diventata uno dei principali poli culturali della metropoli ma il grande fotografo volle andare oltre, puntando su artisti americani nel tentativo di superare quel certo complesso provinciale di dipendenza culturale che ancora, negli Stati uniti, si provava per tutto ciò che provenisse dall’Europa.

Stieglitz organizzò diverse mostre per Georgia che lentamente riuscì ad imporsi sul mercato e a ottenere i primi attestati di stima da parte dei critici che finirono per considerarla l’icona del “precisionismo”, prima autentica espressione di arte moderna americana la cui eco perdura in molte opere di Edward Hopper e nelle fotografie dello stesso Stieglitz e di Paul Strand, l’artista che sarebbe diventato famoso anche in Italia per i suoi fotoreportage fatti a Luzzara, in Emilia.

Una storia d’arte e d’amore. E l’effetto Duse
La relazione tra Georgia e Alfred, lunga e travagliata, fu anche un infinito amore epistolare. Il carteggio tra i due amanti interpreti della nuova America conta, secondo le stime della saggista Elena Del Drago, ben venticinquemila lettere scritte nei lunghi periodi di assenza della pittrice da New York. Frattanto Alfred si imponeva con i suoi ritratti ed autoritratti, con la sua carrellata di scatti di un’America in movimento lungo i binari dell’industrializzazione e i percorsi della modernizzazione.

Blue-green

Vedeva e rappresentava la realtà attraverso il filtro di una sensibilità quasi freudiana e della passione per il teatro, altra somma forma di rappresentazione della vita degli uomini. Grande ammiratore di Eleonora Duse, Stieglitz confessò un giorno: ”..decisi di fotografare quello che c’era dentro di me”, scene colte per la strada che esprimevano “la solitudine che provavo nel mio stesso Paese, tra la mia stessa gente” scene che lo emozionavano e gli facevano rivivere “quel che avevo provato vedendo la Duse nella Signora delle Camelie”.

Due artisti così diversi eppure così simili. Negli ultimi anni della sua vita, Stieglitz ricordò in un suo scritto: ”O’Keeffe venne da me e scoprimmo di essere uguali. Credevamo nelle stesse cose e alla fine vivemmo insieme”.

gazzeri

@GazzeriMario

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