Tad, lo stratega di Bernie

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Tad Devine

GUIDO MOLTEDO
È una campagna presidenziale senza precedenti, quella che vede protagonista Bernie Sanders. Neppure Barack Obama, nel 2008, era stato trascinato fino alla nomination democratica a Denver dalla passione e dall’attivismo entusiastico di tanti giovani, da tanta curiosità di elettori disorientati o allontanatisi dalla politica, curiosità che spesso si traduce in partecipazione convinta, come accade intorno al senatore del Vermont.

Neppure il Barack Obama di otto anni fa può vantare lo straordinario finanziamento proveniente da tanti, innumerevoli piccoli donor (una media di 27 dollari ognuno, 140 milioni di dollari in totale) che rende Sanders indipendente dal condizionamento di gruppi di interesse e di lobby, diversamente da Hillary Clinton. Eppure, dietro questo incredibile fenomeno politico e mediatico, c’è la regìa di alcuni veterani di campagne elettorali presidenziali, e non potrebbe essere diversamente, data la complessità e le dimensioni continentali della macchina organizzativa e dell’apparato propagandistico che si muovono con e intorno a Bernie.

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La sfida per conquistare la nomination, il duello con l’invincibile machine clintoniana, la relazione con il circo mediatico, e oggi con i social media, richiedono una strategia sofisticata che solo un consulente politico con l’esperienza di Tad Devine può fornire a un politico come Sanders. Bernie è un utopista, sa essere un trascinatore di folle, non ha un partito alle spalle (è senatore indipendente del Vermont, anche se normalmente vota con il gruppo democratico al senato), è un politico vecchio stile allergico alle regole in voga nella lotta politica contemporanea. Eppure per arrivare dove è arrivato e dove potrebbe ancora arrivare, ha avuto il saggio realismo di ricorrere a uno strategist come Davine. Tad, infatti, è il suo top strategist. E con Tad, oltre al team dei fedeli vecchi collaboratori e sodali di Sanders, c’è un gruppetto di maghi delle campagne elettorali moderne. Tra tutti spicca il nome del sondaggista Ben Tulchin.

Discreto, come sanno e devono essere gli strateghi politici, Thomas A. “Tad” Devine, 61 anni, di Providence, cattolico, è un nome forte a Washington, nella cerchia dei media e political consultant, figure indispensabili in qualsiasi piccola o grande campagna elettorale. Nell’ottobre 2010, la società di cui è parte è stata indicata da USA Today tra “le più rispettate” del settore. Per Sanders Devine è quello che Karl Rove era per George Bush, sintetizza David Freedlander su Salon.

“Fosse un film – scrive Freedlander – Devine sarebbe l’unico consulente della Washington del potere a lavorare per l’insurrezione politica di Bernie perché dopo quattro decenni di vita politica, è stufo di tutta la merda dell’establishment washingtoniano e ha dato retta al cuore per unirsi a Sanders. Oppure può darsi che nutra un antico astio nei confronti dei Clinton ed è deciso a che il 2016 sia l’anno, finalmente, della vendetta, e sostiene un socialista arrabbiato per mettergli paura”.

La realtà è un po’ più prosaica. La società di comunicazione politica di cui fa parte Devine, la Devine Mulvey Longabaugh, riceve un compenso di 810.000 dollari da Sanders. Un rapporto puramente professionale, dunque? Fondamentalmente è così, anche se la Devine Mulvey Longabaugh avrebbe potuto tranquillamente lavorare, come ha sempre fatto, per un candidato democratico meno connotato politicamente, anche per la stessa Hillary Clinton, o per qualche candidato al senato o alla camera dei rappresentanti o alla carica di governatore in corsa a novembre in contemporanea con le presidenziali.
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“Semplicemente – dice Devine a Salon – lavoro per uno che conosco da vent’anni. Ho lavorato per un sacco di gente facendo questo mestiere. Bernie però non è solo un mio cliente, è un amico”. D’altra parte, siccome è una grande sciocchezza quella secondo cui i consulenti politici, quelli davvero del mestiere, si offrono, alla stregua di mercenari, al servizio di chiunque paghi, a prescindere dall’orientamento del cliente, Devine si è messo all’opera nella fase iniziale dell’avventura di Sanders, quando era impensabile che la sua candidatura avrebbe raggiunto simili livelli. L’ha fatto, anche, perché si è trovato in sintonia con Bernie. Ha creduto fin dall’inizio nella forza del messaggio di Sanders, la sua intransigenza contro l’ingiustizia economica; ha creduto, Tad, nella capacità del messaggio di Bernie di risuonare nelle orecchie di tanti americani contrariati dalla politica corrente, indispettiti dal dover comunque votare per Hillary Clinton come l’inevitabile candidata democratica.

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Il comizio di Sanders a Yakima, Washington

Davine ha accettato una sfida che mai prima avrebbe preso in considerazione, se si pensa ai suoi clienti del passato, in America e all’estero, candidati che ha assistito in diversi ruoli, dal fronte dei media a quello della verifica dei delegati alla convention. Ha lavorato nelle campagne presidenziali di Jimmy Carter, Walter Mondale, Michael Dukakis, Al Gore e John Kerry. È stato consulente di undici presidenti e primi ministri in America latina, in Europa e in Medio Oriente. Di 17 senatori statunitensi, tra cui Ted Kennedy, e lo stesso Bernie Sanders in Vermont. Ma quando lo aiutò, Bernie era il favorito, nel suo stato. Già, Tad ha sempre lavorato per il più forte. Per il frontrunner. Questa volta no, ha scelto l’underdog, lo sfavorito. O quello che era considerato tale, all’inizio della corsa.

Forse, in realtà, anche questa volta il vecchio Tad ha visto lontano, puntando su Bernie. E Bernie, puntando su Tad. A cui dà ascolto, anche quando lo conduce in territori nei quali Sanders entra malvolentieri, con diffidenza. Per esempio, Sanders è l’opposto del politico che calibra il suo messaggio in rapporto a quel che suggeriscono i sondaggi. Contesta il ricorso sistematico ai sondaggi, sempre più in voga. Eppure ha accettato che Tad ingaggiasse il sondaggista Ben Tulchin, fondatore e presidente dell’omonima società di sondaggi, Tulchin Research, con un compenso di 767.000 dollari.

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Il caucus democratico a Bonneville, Idaho. A sinistra i sostenitori di Bernie

“Bernie non è mai stato interessato ai sondaggi, ma l’abbiamo convinto della loro necessità nel momento in  cui si ha bisogno di dati per indirizzare al meglio le campagne mediatiche”, spiegò Devine lo scorso ottobre, dopo l’ingaggio di Tulchin, che aveva lavorato per Howard Dean nel 2004. Devine è così riuscito a convincere il riluttante Sanders, anche spiegandogli la necessità di sondare gli stati e le contee dove era prioritario concentrare l’offensiva lasciando in secondo piano quelli dove sarebbe stato uno spreco di soldi e di energie. In una guerra prolungata, come sono le primarie statunitensi, si vince anche scegliendo i campi di battaglia più favorevoli ed evitando quelli più sfavorevoli. Per orientarsi servono accurati sondaggi, che costano, se sono fatti bene da bravi professionisti.

Così via via che è cresciuta la statura di Bernie, si è fatta più sofisticata e complessa la strategia della sua campagna. A partire dall’impiego dei fondi, che non bastano mai in una campagna dove un candidato popolare come Bernie deve affittare grandi stadi, con quel che costa anche il loro allestimento. Il noleggio di aerei. Di alberghi. Magliette sticker, spille, manifesti. Solo per questa voce sono andati spesi 622.000 dollari alla Tigereye, che produce tra l’altro t-shirt “Sanders for President” disegnata da Shepard Fairey, il creatore dell’iconica immagine di Obama/Hope nel 2008. E la straordinaria serie di spot televisivi, con il capolavoro di “America”.

La crescita della popolarità moltiplica i costi, impone una severa gestione della macchina organizzativa, comporta scelte difficili che possono essere decisive in un senso o in altro. Ecco perché Tad Devine è diventata la figura chiave nella sfida di Bernie Sanders.

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