Commissione Ue. Raccomandata per Poste italiane

poste.pngGIORGIO FRASCA POLARA
La Commissione europea è intervenuta pesantemente nei confronti del piano di Poste Italiane SpA di consegnare la posta a domicilio nei giorni alterni. Il diritto alla comunicazione tra cittadini – ha scritto all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni – è un obbligo al quale Poste può venir meno solo “in circostanze o situazioni geografiche eccezionali”. Prendiamo il caso di una regione, l’Emilia-Romagna, dove non si vivono circostanze eccezionali e men che mai situazioni geografiche difficili.

Ebbene, nelle principali città della regione giacciono quintali di corrispondenza non consegnata, e le situazioni più critiche – testimonianza della deputata dem Marilena Fabbri, che sulla vicenda ha presentato un’interrogazione – sono segnalate a Parma e a Piacenza (aree pianeggianti, nessuna circostanza eccezionale) con oltre cinquanta quintali di posta giacente.che_storia_6

Riassumiamo i termini della vicenda. L’Autorità garante ha di recente approvato il piano industriale di Poste sino al 2019 (attenzione: l’azienda, oramai privatizzata, riceve dallo Stato la bellezza di 262,4 milioni l’anno per coprire parte dei costi di quello che dovrebbe essere un “servizio universale”) definendo i criteri che devono essere interessati alla misura dei giorni alterni. L’attuazione del recapito a giorni alterni sta avvenendo per tappe: 1° ottobre 2015 e 1° aprile 2016, la terza fase è prevista “non prima” del febbraio 2017. La prima fase ha coinvolto una ristretta fascia di popolazione (pari allo 0,6 per cento), ma nella fase conclusiva dovrebbe raggiungere il 25 per cento della popolazione. Ora, già dopo la prima fase, l’Autorità aveva ed ha il potere di intervenire inibendo l’ulteriore prosecuzione del recapito a giorni alterni o stabilendo particolari condizioni volte a salvaguardare la regolarità del servizio o la realizzazione degli obiettivi di contenimento dei costi.

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In buona sostanza, se da un canto le nuove tecnologie non sopperiscono al disagio causato dall’applicazione del piano e al diritto di comunicazione postale di cittadini e imprese che sta via via peggiorando (in interi quartieri romani, ad esempio, la consegna della posta è oramai del tutto casuale: possono trascorrere anche tre, quattro giorno senza recapito); dall’altro lato la esigenza di riorganizzazione di Poste italiane non deve e non può inficiare l’affidabilità e la competitività dell’azienda. Altissimo e già in atto è dunque il rischio per essa di perdere considerevoli quote di mercato a vantaggio di altri, più attrezzati concorrenti (le multinazionali la fanno già da padroni), e a discapito non solo della collettività ma anche dello stesso personale di Poste italiane.

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Da qui, dunque, la necessità di un chiarimento in merito ai criteri di applicazione del piano (e questo chiama in causa l’Agcom); e di un intervento del ministero dello Sviluppo economico, in questo momento privo di un responsabile operativo dopo le dimissioni di Federica Guidi) per continuare a garantire quello che è e deve restare un “servizio postale universale” mentre è in atto la violazione sfacciata di un antico, mai violato, tacito patto per il Paese e le Poste. Cioè il patto in base al quale l’ufficio postale, anche in un paesino di alta montagna, anche in una frazione, anche in un villaggio impoverito dall’emigrazione, è un bene pubblico, è un patrimonio della collettività, è un elementare servizio per il cittadino. Bene, anzi male: se togli o riduci drasticamente questo servizio in mille paesi e quartieri, tu Poste (e tu Stato) non solo violi questo patto ma impoverisci il Paese e le sue genti, aumenti i costi materiali e immateriali della vita di ognuno: dove pago la bolletta? dove incasso la pensione? e dove gestisco il mio conto corrente postale.

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Ma qui si tocca con mano un’altra questione, paradossale. Mentre si chiudono gli uffici postali “minori” ma tanto preziosi, nelle grandi e medie città ecco che le sedi della Posta vengono trasformate in veri e propri supermercati, finanziari e non solo. In una esclusiva logica di guadagno – altro che patto con gli italiani – gli uffici postali puntano su assicurazioni, carte di credito, telefonia mobile, servizi finanziari in genere, e poi libri, cd, poster e quant’altro alimenta la speculazione monetaria e il consumismo. (A proposito: poi finisce, anzi è già finito, che, dove chiudono gli uffici “minori”, là aprono filiali di banche che hanno buon gioco nell’assorbire il piccolo-medio risparmio di chi è costretto a rinunciare al tradizionale, antico libretto…)

Il contratto con lo Stato “prescrive che Poste italiane trasmetta all’Autorità l’elenco degli uffici postali e delle strutture di recapito che non garantiscono condizioni di equilibrio economico e, contestualmente, il piano di intervento per la progressiva razionalizzazione della loro gestione”. Dalla razionalizzazione alla chiusura il passo è breve. Attenzione, infatti: il contratto di programma è di gran lunga precedente alla privatizzazione di Poste, e quindi appena i privati (ancorché di minoranza, e l’affare non è neppure andato tanto bene per lo Stato) sono arrivati, hanno evidentemente preteso risparmi dove c’erano perdite e sprone dove c’è da guadagnare.

FRASCA

Giorgio Frasca Polara

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