Man Ray e gli altri, gli artisti ebrei che fotografarono il Ventesimo secolo

MARIO GAZZERI

Ebrei erranti testimoni del “secolo breve”
Il vero ritratto del ventesimo secolo è opera di fotografi ebrei, per lo più in fuga dalla furia della repressione hitleriana in Europa. Gisela Freund, tedesca israelita fuggita a Parigi dove assunse la cittadinanza francese e il nome di Gisèle. André Kertesz, ungherese ed ebreo come Robert Capa (nato Endre Friedmann). Gerda Taro, ebrea tedesca, compagna di Capa e prima fotoreporter donna a morire in servizio, sul fronte della guerra civile spagnola. E anche, e soprattutto, Man Ray, l’ultimo dadaista scomparso nel 1976, esattamente quarant’anni fa.

Photo Man Ray

Disegno di Man Ray

Man Ray, l’”uomo raggio”, tra New York e Parigi
Nato a Filadelfia da genitori israeliti russi (il suo vero nome era Emmanuel Radnitsky), si fece conoscere a New York dove la critica non seppe tuttavia apprezzare il suo stile dadaista inducendolo a trasferirsi in Europa da dove fu poi costretto a fuggire e a tornare negli Stati uniti per sottrarsi alla persecuzione nazista. Storia di ebrei erranti, perennemente in fuga, protagonisti e testimoni di un secolo e di due guerre mondiali, ritrattisti dei grandi nomi della cultura europea ed americana, animatori di centri culturali, gallerie e salotti, amici di scrittori , pittori e musicisti da loro ritratti. Il debito verso questi interpreti di un’epoca che si presentava con l’ingannevole maschera della gioia del primo dopoguerra per rivelarsi poi lugubre e funesta, non ha limiti. La storia per immagini del ‘900 è in gran parte opera loro.

Man Ray

Man Ray

Con Picabia e Duchamp, da Montmartre a Montparnasse
Ebrei che non ebbero vita facile neanche a New York o Parigi dove nella prima metà del secolo perduravano forti pregiudizi antisemiti. Man Ray (un diminutivo che alla lettera sta per “uomo raggio”) amico dei dadaisti Picabia, Duchamp e del poeta ebreo romeno Tristan Tzara, passato poi al Surrealismo, fu fotografo, cineasta, pittore e scultore. Di lui il grande pubblico ricorda soprattutto il Cadeau, un inservibile ferro da stiro con quattordici chiodi applicati sulla piastra così come di Marcel Duchamp si ricorda la Fontana, un semplice orinatoio di cui esistono oggi sedici copie esposte in altrettanti musei tra cui il Centre Pompidou parigino e la Tate Modern londinese; opere simbolo di “rottura” del movimento dadaista, per definizione antiartistico, antirazionale e animato da una carica distruttiva del reale. Anticipatore, provocatore, innovatore (la messa a punto delle Rayographies e del processo di solarizzazione è in gran parte opera sua), Man Ray animò la vita culturale parigina trasferendone il centro da Montmartre a Montparnasse, il quartiere del Monte Parnaso già per sempre “nobilitato”, un decennio prima, da un altro grande ebreo, il livornese Amedeo Modigliani.

Kiki e il cinema surrealista
Marcel Duchamp, Pablo Picasso, Salvador Dali, ma anche James Joyce, Gertrude Stein, Ava Gardner posarono per il celebre fotografo. Ma soprattutto Lee Miller e Kiki di Montparnasse (Alice Prin), le due modelle destinate a diventare le donne più importanti della vita di Man Ray, mentre Cocteau assieme a Louis Bunuel dava vita al cinema surrealista intuendo le potenzialità espressive del mezzo cinematografico come strumento più idoneo per una rappresentazione della realtà inconscia del singolo e della collettività. Man Ray realizzò tra l’altro per Cocteau, il cortometraggio “L’étoile du mer” (protagonista Kiki) e partecipò assieme allo scultore e pittore Jean Arp a “Entr’acte” di René Clair. L’artista russo americano non fece mai mistero del suo amore per il cinema, contrapposto alla ‘perenne staticità’ della pittura alla quale peraltro doveva riavvicinarsi in un secondo tempo.

 

Tristan Tzara ritratto da Lajos Tuhanyi

Tristan Tzara ritratto da Lajos Tuhanyi

Ombre sull’Europa. La Diaspora
Erano ormai gli anni ’30, gli anni della Parigi della Festa mobile di Ernest Hemingway. Gli anni in cui Gisèle Freund immortalava nei suoi ritratti André Gide, Henry Matisse, Virginia Woolf e la sua amica e amante Vita Sackville-West nella loro libreria Shakespeare and co. Erano gli anni trenta in cui Robert Capa e Gerda Taro lasciavano la capitale francese diretti verso la Spagna in fiamme per la guerra civile, sanguinoso preludio del secondo conflitto mondiale. Il clima in Europa stava mutando, in Germania Hitler procedeva a tappe forzate verso il riarmo e l’espansionismo con la riconquista della Renania e quindi l’Anschluss dell’Austria e l’occupazione dei Sudeti, mentre in Italia Mussolini occupava, dopo l’Etiopia, anche l’Albania. A Parigi andava al potere il Fronte popolare di Léon Blum. Nubi minacciose cominciavano a oscurare l’orizzonte europeo.

André Kertesz, da molti considerato il più grande fotografo della sua generazione assieme a Cartier Bresson, lasciò la Francia per trovare più sicuro asilo negli Stati Uniti, alcuni anni dopo lo seguì Man Ray sbarcato a New York poco prima dell’invasione tedesca della Francia nel ’40 e Giséle Freund che trovò la salvezza approdando a Buenos Aires.

La luce può fare tutto, le ombre lavorano per me”, disse un giorno Man Ray, “io faccio le ombre, io faccio la luce. Posso creare tutto con la macchina fotografica.

In una sua memoria la tedesca naturalizzata francese Giséle Freund scrisse da parte sua:

Per gusto personale ero portata verso la letteratura, ma la mia conoscenza della lingua francese era, all’inizio, troppo limitata. La fotografia invece è un linguaggio universale, che tutti capiscono.

gazzeri

@GazzeriMario

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